AGIPRESS – Nel tentativo di tutelare la libertà individuale attraverso un sistema di regole, il rischio è che queste, sottratte da ogni interrogazione sui propri limiti, si trasformino in una nuova forma di coercizione. Una tra le contraddizioni più profonde dell’Europa contemporanea che Cristian Mungiu porta sullo schermo con Fjord, presentato nella settima giornata della Festa del Cinema di Roma.
Dopo R.M.N., il regista rumeno sposta la propria attenzione in Norvegia, un paesaggio che l’immaginario collettivo associa a un forte benessere dovuto dall’avanzamento di politiche progressiste. Dentro questa cornice, di una società che si considera emancipata, Mungiu individua il punto in cui il principio di protezione si converte in principio di controllo, mentre il dissenso viene trattato come una deviazione da correggere.
La vicenda prende avvio dall’arrivo dei Gheorghiu in un piccolo centro affacciato su un fiordo. Mihai (Sebastian Stan), di origine rumena, ha ottenuto un impiego grazie all’intervento di un pastore evangelico; Lisbet (Renate Reinsve), norvegese, rientra invece nel proprio Paese, dove lavorerà in una casa di cura. I due condividono una fede religiosa estremamente rigorosa, che orienta l’educazione dei loro cinque figli. Ai ragazzi più grandi, Elia ed Emmanuel, vengono imposte restrizioni come l’accesso ai contenuti digitali e alla musica contemporanea. Un sistema educativo fondato su principi tradizionali, che entra in attrito con il costume norvegese.
La famiglia instaurerà, già nell’immediato, un rapporto con gli Halberg, vicini di casa. Noora, figlia degli Halberg, crea un legame particolarmente stretto con Elia. Le due ragazze appartengono a universi educativi opposti, da una parte la disciplina religiosa e il forte rispetto per le regole, dall’altra un modello sociale che si basa sull’autonomia personale. Queste differenze emergono soprattutto dalle aspettative che ciascuna famiglia proietta sui propri figli, rendendo il rapporto fra i due nuclei un terreno instabile, sul quale i bisogni individuali si scontrano con ideali reciprocamente incompatibili.
Durante una giornata scolastica, vengono rilevati alcuni segni sul corpo di Elia, inducendo il personale a sospettare possibili maltrattamenti domestici. L’intervento dei servizi sociali conduce all’allontanamento dei cinque fratelli, collocati separatamente presso altre famiglie affidatarie.
Il sospetto assume rapidamente la consistenza di una decisione istituzionale, mentre la separazione del nucleo familiare precede una reale ricostruzione dei fatti. La protezione dei minori, irrinunciabile quando esiste un rischio concreto, viene rappresentata da un apparato incapace di distinguere la necessità di intervenire per prevenire con la presunzione di possedere già tutti gli elementi per chiudere il caso.
La sequenza in cui i funzionari si presentano nell’abitazione per comunicare ai genitori che porteranno via i figli fa male allo stomaco. La compostezza del linguaggio amministrativo, con le loro formule rassicuranti, in nome di un benessere dei bambini fittizio, entrano in collisione con la brutalità dell’azione. Il carattere traumatico della scena non dipende da un’esibizione spettacolare della sofferenza, ma dalla distanza fra le parole pronunciate e ciò che esse producono. Il linguaggio della cura diventa il rivestimento di un potere che si esercita sui corpi e sugli affetti, rivendicando la propria legittimità senza però riuscire a rendere meno traumatica la separazione.
Successivamente il film sposta il focus sulla battaglia legale dei Gheorghiu, assistiti da Mia, la loro vicina. La famiglia deve difendersi non soltanto dalle accuse che riguardano l’educazione dei figli, ma anche dal peso della propria religione. Mihai non nasconde la propria adesione a concetti tradizionalisti del matrimonio e della famiglia. Ci muoviamo dunque su un piano ulteriore. Chi rivendica il rispetto dei propri diritti può essere, a sua volta, portatore di idee che altri giudicano discriminatorie o regressiste.
La difesa dei Gheorghiu rischia di essere interpretata come un’adesione alle loro convinzioni, considerando anche che il caso viene assunto come terreno di mobilitazione da ambienti conservatori ed estremisti. Ed è qui che il film separa con rigore due questioni che il dibattito pubblico tende a sovrapporre. Riconoscere la dignità giuridica di una persona non significa approvarne la visione del mondo e criticare l’operato delle istituzioni non significa condividere le idee di chi ne subisce le decisioni. Questa distinzione impedisce a Fjord di trasformarsi in una requisitoria semplicistica contro il modello scandinavo, così come gli evita di idealizzare una famiglia che il film non assolve sul piano morale. La tolleranza, se vale soltanto nei confronti di chi aderisce già ai suoi presupposti, perde la propria funzione critica e si riduce a una forma di conformismo.
Il film critica chi decide di sottrarsi al dubbio, nel tentativo di uniformare i comportamenti individuali. È così che la democrazia rischia di negare proprio quella pluralità che dovrebbe essere il suo fondamento. Sul piano formale, il film gira intorno allo spazio naturale che caratterizza i fiordi norvegesi. La fotografia di Tudor Vladimir Panduru organizza il racconto attraverso una composizione panoramica, dominata da tonalità fredde. L’ambiente composto da distese innevate, acqua scura, piccoli villaggi e cielo sempre bianco, restituisce un paesaggio privo di qualsiasi funzione consolatoria. L’intenzione è quella di far sentire isolato lo spettatore.
I primi piani non sono ammessi, la vista deve faticare, bisogna avere uno sguardo sempre attivo, per via della profondità dei campi e la disposizione dei corpi all’interno del quadro. Lo spettatore deve vigilare su tutto l’ambiente come telecamere di sorveglianza sparse per tutto il paesino, interpretando ogni comportamento e sottoponendolo a giudizio.
La rinuncia a una risposta conclusiva è ciò che rende il film di un livello superiore. Sicuramente questa scelta può destare sospetti, perché non prendere parte? Perché non delineare una linea ben marcata di giusto e sbagliato? Semplice, ha schivato un proiettile carico di banalità, per allontanarsi dalla possibilità di ridurre la vicenda a un caso con una morale prestabilita, decidendo di sostare invece in una zona di incertezza dove le nostre convinzioni personali vengono messe in crisi.
Elena Sofia Vitali
AGIPRESS





