
AGIPRESS – ROMA – La restrizione è ciò che lo rappresenta. Un formato quadrato, un bianco e nero ad alto contrasto, un’oscurità attraversata da una precisione tecnica ai limiti dell’allarmante. Al terzo giorno della Festa del Cinema di Roma, Paweł Pawlikowski si prende il suo spazio con Fatherland. In forma di viaggio, tanto attraverso paesaggi reali quanto nei territori più tormentati della coscienza, il regista mette a confronto due intellettuali costretti a misurarsi con ciò che resta dell’Europa dopo il suo collasso morale.
Ambientato nel 1949, alle soglie della Guerra fredda, il film segue lo scrittore tedesco Thomas Mann, interpretato da Hanns Zischler, e sua figlia Erika, a cui presta il volto Sandra Hüller, ex attrice e giornalista. I due intraprendono un viaggio verso Weimar per celebrare il bicentenario della nascita di Goethe, attraversando una Germania ancora ferita dalla guerra. Partono da Francoforte a bordo di una Buick nera, accompagnati dall’ufficiale della CIA Arthur Quint (David Menkin), diretti verso una città ormai sotto il controllo sovietico.
A tormentare il viaggio, fin dalle prime battute, è la presenza di Klaus Mann, interpretato da August Diehl, fratello di Erika e figlio di Thomas, scrittore censurato dal regime e autore del romanzo Mephisto. Il suo ingresso è affidato a una conversazione telefonica straniante, nella quale risuona una domanda destinata a riverberarsi sull’intero film: come si può ancora credere in qualcosa dopo il nazismo? Stalin o Mickey Mouse, sembra suggerire Klaus, sono le alternative che il nuovo ordine mondiale concede a chi ha smesso di credere. Da una parte il totalitarismo sovietico, dall’altra il capitalismo americano.
Klaus è un uomo dipendente dall’alcol e dai sedativi, incapace di trovare una collocazione nel mondo che gli è rimasto. Vede nel padre la rappresentazione di quell’autorità dalla quale cerca di emanciparsi, ma nella sorella la complicità che ha sempre contraddistinto il loro rapporto. La sua presenza diventa così una forza centrifuga, capace di allontanare e riavvicinare continuamente Thomas ed Erika.
Il rapporto tra padre e figlia è segnato da due modi opposti di convivere con il dolore. Lei lo porta in superficie, lo rende manifesto; lui lo confina dietro una disciplina inflessibile. L’una sembra incapace di separarsi emotivamente dal padre, l’altro di concepire un’esistenza che non sia interamente assorbita dal proprio lavoro. Solo di fronte alla grandezza di una cantata di Bach il controllo di Thomas sembra incrinarsi, lasciando emergere qualcosa recluso fino a quel momento.
Tutte le carte sono in regola per un film d’eccezione. Eppure,Pawlikowski, a otto anni da Cold War, sceglie ancora una stradapunitiva. La forma, da sempre tratto distintivo del suo cinema, sembra essersi trasformata in una consapevolezza estetica tanto rigorosa quanto potenzialmente soffocante. Il sodalizio con il direttore della fotografia Łukasz Żal restituisce un universo gelido e decadente, nel quale ogni inquadratura sembra rispondere a una forte necessità geometrica.
La perfezione del formato 1:1 non è un semplice esercizio di stilema una gabbia che si stringe intorno ai personaggi e allo spettatore. L’oppressione abita ogni inquadratura. Gli spazi aperti sono attraversati da contrasti violenti, mentre quelli chiusi appaiono saturi, incapaci di concedere respiro. Questa rigidità si riflette nell’intera costruzione visiva del film, dove ogni immagine pare delimitare in anticipo il campo delle possibilità, come se lo sguardo dovesse sottostare a un ordine prestabilito.
Il film si concede un avvio lento, lascia sedimentare i rapporti e le tensioni, per poi imprimere una svolta decisiva nel finale, forse troppo rapida rispetto ai tempi e alla densità che lo precedono. A colpire è piuttosto la natura ciclica della messa in scena: Erika al volante, le cene eleganti, i cori di accoglienza, i discorsi pronunciati davanti al pubblico. Situazioni che ritornano, variazioni di uno stesso schema.
Fatherland costruisce così una prigione dalla quale non si può evadere. Non si sfugge alla fotografia, alla sceneggiatura, alla colonna sonora di Marcin Masecki, che riporta continuamente alle sonorità della Germania del dopoguerra. Ma soprattutto non si sfugge ai personaggi, sottratti a un approfondimento psicologico tradizionale. Sappiamo relativamente poco di loro, ne dobbiamo solamente abitare la loro esperienza. È una scelta coerente con l’impianto del film, ma è anche il punto in cui la sua rigorosa costruzione rischia di diventare autoreferenziale.
Pawlikowski non consegna al pubblico una tesi conclusiva, né individua una risposta capace di sciogliere le contraddizioni che mette in scena. Farlo significherebbe arrestare il movimento del pensiero, rimpiazzando un dogma con un altro e ricadendo nella medesima rigidità ideologica da cui il film cerca di emanciparsi. All’indomani dei crimini del nazismo, affidarsi ciecamente a una delle potenze in campo non può rappresentare una soluzione.
Anche il legame con la propria terra viene sottratto a qualsiasi definizione puramente politica o territoriale. Sentirsi parte di un luogo non significa necessariamente riconoscersi nelle istituzioni che lo governano, ma ritrovare una continuità affettiva e culturale capace di resistere persino all’esilio. L’identità europea, in questa prospettiva, non dovrebbe fondarsi sulla costruzione di nuovi confini ideologici, bensì sulla consapevolezza di un patrimonio condiviso, da preservare senza convertirlo in un principio di esclusione.
Il momento conclusivo, costruito attorno alla musica di Bach, porta questa intuizione alla sua espressione più intensa. Scomparso nel 1750, il compositore appartiene a un tempo precedente alla formazione della Germania moderna e alle fratture politiche che avrebbero devastato l’Europa. La sua musica sembra così sottrarsi alle coordinate della storia, offrendo una dimensione nella quale le opposizioni ideologiche perdono la propria pretesa di assolutezza. È un momento di commozione autentica, in cui il film sembra concedere ai suoi personaggi, e a noi con loro, una tregua dalla trappola impostaci.
L’Europa contemporanea appare ancora prigioniera di una continua richiesta di schieramento, la comunicazione politica alimenta antagonismi sempre più esasperati, riproponendo narrazioni contrapposte che esigono adesione anziché comprensione. Il pericolo non consiste soltanto nell’indifferenza, ma anche nell’incapacità di sottrarsi a una polarizzazione permanente, nella quale il dubbio viene scambiato per debolezza e il pensiero critico sacrificato sull’altare della fedeltà.
Fatherland mi ha messa in estrema difficoltà. Da una parte, le scelte estetiche di Pawlikowski sembrano l’unico modo possibile per raccontare questa storia: la compressione dello spazio, la suafreddezza nelle immagini, il ripetersi dei gesti traducono visivamente un mondo nel quale anche il pensiero rischia di rimanere prigioniero. Dall’altra, quella stessa estetica rischia di trasformarsi in una trappola, un sistema così perfetto da non lasciare più respirare ciò che vorrebbe raccontare. Il rigore diventa allora insieme la forza e il limite di questo film.
Un film da vedere, nonostante le riserve. Pawlikowski dimostra che bastano ottanta minuti per fare del vero cinema. Perché, seppure una gabbia resti pur sempre una gabbia, quella costruita da Pawlikowski è, in fondo, un luogo in cui vale la pena sostare.
Elena Sofia Vitali
AGIPRESS





