DIRETTORE RESPONSABILE FRANCESCO CARRASSI

19 Ottobre 2026

Festa del Cinema di Roma: “Noi, un po’ meglio” e i compromessi dell’amore secondo Daniele Luchetti

AGIPRESS – ROMA – Una canzone di Marracash, un’auto cappottata e un pompiere che salva una ragazza. Simone e Lucia si incontrano così, e un’attrazione immediata scatta mentre lei è ancora a testa in giù. Il giorno dopo lui va in ospedale a trovarla, finiscono a letto insieme. “Dieci minuti e vado”, promette Simone. Quando si risvegliano, sono passati quattro anni. Da questo inizio prende il via “Noi, un po’ meglio”, il film di Daniele Luchetti presentato alla sesta giornata della Festa del Cinema di Roma, commedia sentimentale che affronta i compromessi della vita di coppia e il desiderio di avere un figlio. Simone, interpretato da Elio Germano, è un uomo che seppur sembra sapere cosa vuole, raramente si interroga sulle ragioni dei propri desideri. La famiglia numerosa, onnipresente e ingombrante, è il suo punto di riferimento; la paternità invece una tappa da raggiungere per inerzia. Lucia, al contrario, è cresciuta senza punti di riferimento stabili. I nonni che l’hanno cresciuta sono morti, non ha mai conosciuto il padre e il rapporto con la madre le ha insegnato a non avere fiducia nei legami duraturi. Costruire una famiglia non rientra nei suoi progetti, o questo almeno è ciò che crediamo.

La loro relazione procede continuamente per concessioni reciproche. Simone vuole sposarsi, Lucia no, alla fine lei accetta, a condizione che al matrimonio non partecipino le rispettive famiglie. Il compromesso sembra funzionare finché riguarda una cerimonia; le cose si complicano quando entra in gioco la possibilità di avere un figlio. Il desiderio di paternità di Simone finisce per orientare le scelte della coppia, mentre Lucia si trova a rivedere convinzioni che fino a quel momento le erano sembrate solide. Lucia è infertile e decidono di intraprendere il percorso verso l’adozione per la fiducia riposta nella loro relazione stabile, qualcosa a cui la protagonista non è di certo abituata.

Il percorso adottivo, tra valutazioni psicologiche e ostacoli burocratici, porta a galla grosse fragilità. Luchetti mostra quanto sia difficile conciliare due progetti di vita diversi, ma tende a smussare i conflitti proprio quando potrebbero diventare più interessanti. Le intuizioni ci sono, insomma, ma non sempre trovano uno sviluppo all’altezza. Anche i personaggi secondari contribuiscono a rendere credibile il contesto, dalle psicologhe interpretate da Caterina Guzzanti e Anna Bonaiuto alla coppia benestante affidata a Filippo Nigro e Ilaria Spada, fino alla famiglia di Simone, che continua a condizionarne le scelte. La quotidianità funziona, ma a tratti diventa anche un rifugio. Il film preferisce, infatti, osservare le dinamiche familiari piuttosto che spingersi fino alle loro conseguenze più scomode.

Sul piano attoriale, Germano interpreta Simone con naturalezza, facendo leva su quella romanità che caratterizza da tempo il suo lavoro. È un personaggio è credibile, risoluto, alla mano. Maria Chiara Giannetta dà a Lucia una freschezza contagiosa e la tiene lontana dallo stereotipo classico della donna incapace di legarsi. In alcuni passaggi la sua interpretazione appare meno naturale rispetto a quella del collega, ma nel complesso le due prove funzionano e sostengono la commedia.

Non passa inosservata la coincidenza con Il rumore delle cose nuove di Paolo Genovese, film d’apertura di questa edizione della Festa del Cinema di Roma. Entrambi affrontano, seppure con approcci estremamente differenti, il desiderio di avere un figlio e le tensioni che può generare all’interno di una coppia. In entrambi emerge il peso di un bisogno maschile che finisce per coinvolgere anche chi non lo ha mai sentito come proprio. Un tema evidentemente centrale in questa edizione. Lo sentiamo necessario? Il cinema italiano continua a tornare sulle crisi sentimentali, la genitorialità, non esce più dallo stesso perimetro in cui si muove da anni. Sono argomenti importanti, ma sarebbe bello vederlo esplorare anche in altri territori.

Il limite più evidente di Noi, un po’ meglio è il finale, rassicurante rispetto alle tensioni costruite fino a quel momento. Luchetti sembra fare un passo indietro e ricondurre tutto a una conclusione rassicurante. Non tutte le relazioni funzionano, non ogni sacrificio viene ripagato e di certo l’amore non basta sempre a tenere insieme due persone. Lasciare spazio a questa possibilità avrebbe dato maggiore credibilità alla storia, senza trasformare la separazione in una tragedia. La fotografia di Ivan Casalgrandi è sobria e funzionale, senza particolari ambizioni visive. Anche all’interno di una produzione Netflix, spesso riconoscibile per una certa uniformità estetica, le immagini mantengono una discreta naturalezza. Una soluzione coerente con il tono del film, ma che non gli conferisce una particolare identità visiva.

Noi, un po’ meglio resta una commedia gradevole, con buone interpretazioni e un tema interessante, che però non viene sviluppato fino in fondo. Peccato, perché il film avrebbe avuto più forza se avesse accettato che due persone possano amarsi senza riuscire a stare insieme. Non tutte le storie devono essere salvate, e non tutti i finali hanno bisogno di consolare.

Elena Sofia Vitali

AGIPRESS

ARTICOLI CORRELATI
LE ULTIME NEWS

Seguici sui social:

Torna in alto