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17 Ottobre 2026

A Talent for Murder, la poetessa dell’inquietudine al Festival del cinema di Roma

AGIPRESS – ROMA – Quanto può spingersi lontano uno scrittore nel tentativo di inseguire la propria ossessione? Può il confine tra immaginazione e realtà cominciare a perdere consistenza? Anton Corbijn ci risucchia, con questi interrogativi, nel suo nuovo film A Talent for Murder, presentato alla quarta giornata della Festa del Cinema di Roma. Tratto dalla pièce teatrale Switzerland di Joanna Murray-Smith, co-sceneggiatrice; al centro della storia c’è la “poetessa dell’inquietudine” per eccellenza, Patricia Highsmith, creatrice di Tom Ripley, che ritiratasi in Svizzera, lontana dal mondo editoriale, riceve la visita di Edward Ridgeway, un giovane editor inviato dalla casa editrice con il compito di convincerla a tornare a scrivere il sesto capitolo della saga di Ripley.

Subito tra i due si crea una forte chimica, fatta di sfide folli e giochi interpretativi. Ridgeway conosce a fondo l’opera di Highsmith e l’accusa di incoerenza, i suoi ultimi libri sono privi di midollo osseo, scialbi. Lei, dal canto suo, non accetta lezioni da nessuno, tantomeno da un giovane che, a suo dire, ha appena tolto l’apparecchio. Del resto, se c’è una cosa che la scrittrice non riconosce come propria, è proprio la morale. Non la cerca nei suoi personaggi, Tom Ripley non si è mai distinto per la sua coscienza pulita, e non intende certo rivendicarla per sé.

Le pareti sono occupate da armi, la dispensa custodisce veleni di ogni genere e una teca raccoglie centinaia di lumache, creature la cui sessualità esercita su Highsmith una particolare fascinazione. La donna è ostile e circondata da voci inquietanti. Si dice che abbia ucciso un cane e che un precedente editor, dopo aver tentato di lavorare con lei, sia scomparso nella sua follia.
Non è tanto l’omicidio in sé ad affascinare la scrittrice, quanto l’amore. Peccato che l’amore non si potrà mai separare dall’omicidio. Esiste, in ognuno di noi, una pulsione profonda che vuole far suo l’altro. E chi non si è mai domandato, almeno una volta, cosa si provi a commettere un assassinio. È questa la provocazione che Highsmith rivolge a Edward, segnato dalla perdita dei genitori in un incidente automobilistico.

Corbijn costruisce la tensione attraverso dettagli, scelta classica per un giallo di tutto punto: una borsa, un cartellino del bagaglio, un uomo che urla in aeroporto, il coltello francese, le iniziali ai piedi del letto. Il regista, proprio come Highsmith, dissemina indizi senza dichiararne la funzione, lasciando che il loro significato emerga insieme alle intuizioni stesse dei personaggi. Se all’inizio il film gioca con una certa ironia, con protagonisti eccentrici e colori forti e saturi, con il procedere della storia l’atmosfera si fa più cupa, si fa spazio una tensione velata, nella quale diventa sempre più difficile distinguere i due piani di effettività. All’interno del gioco tra Pat ed Edward si inizia ad imbastire la trama per l’ipotetico sesto romanzo di Ripley, mischiandosi a fatti compiuti e sviluppandosi all’interno delle vite dei personaggi, che si ritrovano a interpretare una parte scritta direttamente sulla loro pelle.

È qui che il film richiama apertamente Strangers on a Train di Alfred Hitchcock, tratto proprio da un romanzo di Highsmith. L’incontro, su una carrozza del treno, tra due sconosciuti scaturisce un gioco di scambi identitari, calcati da una seconda linea narrativa che si alterna alla principale tramite il montaggio, in cui una ragazza americana, vincolata a un fondo fiduciario fino alla morte del nonno e della zia, si ritrova lo squattrinato editor diretto a Domodossola. La matrice teatrale di A Talent for Murder rimane evidente tanto nella costruzione degli spazi quanto nella regia. I lunghi primi piani insistono sui volti, il confronto tra i protagonisti diventa il centro di una messa in scena che procede per forti tensioni e bracci di ferro, la colonna sonora, di Dickon Hinchliffe, accompagna con ritmo sostenuto tutta la durata del film, ricordando i vecchi gialli inglesi.

Un thriller dal gusto britannico, che trova nella sua interprete, Helen Mirren, la convergenza di malizia e irriverenza. Ci restituisce un carattere spigoloso e imprevedibile, con gesti goffi e sorrisi inquietanti. Accanto a lei, Alden Ehrenreich conferma la propria capacità di dare corpo a personaggi, di forte ambivalenza psicologica, da una parte il bravo ragazzo lettore affiatato, dall’altra un assassino meticoloso e astuto. Olivia Cooke, interprete di Clementine, incarna con efficacia una femminilità contemporanea, la classica americana che, alla ricerca di uno scopo si trasferisce in Europa, accorcia il taglio di capelli e inizia a frequentare le gallerie d’arte della Roma bene. Ogni personaggio può essere contemporaneamente autore, assassino, vittima, interprete di una storia altrui.

A mio avviso, il film avrebbe guadagnato forza interrompendosi prima, senza sentire la necessità di spiegare ulteriormente i rapporti tra i diversi livelli narrativi. Quando il cinema si intreccia con il teatro e la storia si trasforma nella rappresentazione di un’altra storia, l’incertezza diventa parte integrante dell’esperienza. Esplicitare troppo significa rischiare di sottrarre allo spettatore proprio quello spazio di dubbio di cui il film si è alimentato fino a quel momento.
Nonostante questo, la pellicola non scade nella didascalia e allo stesso tempo l’attenzione dello spettatore è impossibilitata dal calare perché continuamente stimolata dal ritmo e dagli intrecci delle vicende. Tutto ciò rende A Talent for Murder un thriller teatrale ad alta tensione, ai quali cultori del genere consiglio senza dubbio la visione.

Elena Sofia Vitali

AGIPRESS

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