
di Sara Roversi
«Ogni euro investito oggi nella resilienza contribuisce a proteggere domani posti di lavoro, imprese e mezzi di sussistenza». Con queste parole Wopke Hoekstra, commissario europeo per il Clima, accompagna il nuovo quadro per la resilienza climatica presentato dalla Commissione europea il 27 ottobre. Un richiamo che sento vicino al lavoro che facciamo nei territori, dove parlare di futuro significa occuparsi dell’acqua, della terra e delle persone che ci nutrono. Penso a chi coltiva e deve poter contare sull’acqua e sulla salute del suolo per portare a maturazione un raccolto. A quanto sia importante poter affrontare una stagione difficile senza vedere compromessi anni di lavoro. Investire nella prevenzione significa dare a queste persone la possibilità di continuare a produrre, custodire i luoghi e trasmettere ciò che sanno. È una forma di sicurezza che riguarda tutti noi, ogni volta che ci sediamo a tavola.
Che cosa propone l’Europa
Il quadro presentato dalla Commissione è accompagnato da una proposta di regolamento, la European Climate Resilience Law, che dovrà essere esaminata e approvata dal Parlamento europeo e dal Consiglio. Il percorso legislativo è ancora aperto, ma l’intenzione è chiara: rafforzare la capacità dell’Europa di anticipare e gestire rischi che attraversano i confini e coinvolgono molti aspetti della nostra vita. La proposta prevede una traiettoria di riscaldamento di riferimento condivisa, valutazioni periodiche dei rischi, responsabilità definite e piani strategici sulla resilienza a livello europeo e nazionale. Significa orientare le decisioni al clima che ci attende, chiarendo chi deve intervenire e come coordinare le azioni. Una questione che diventa molto concreta quando si deve progettare una rete idrica, proteggere una produzione o organizzare un servizio pubblico. A questo si aggiungono strumenti per conoscere i pericoli climatici e accedere a soluzioni già sperimentate. La loro utilità dipenderà anche dalla possibilità di portarli dove servono: negli uffici di un piccolo Comune, nelle attività di chi gestisce l’acqua, nelle comunità che hanno bisogno di accompagnamento tecnico. È lì che un indirizzo europeo può diventare una risorsa per le persone.
Progettare la resilienza, a partire dall’acqua
Hoekstra usa l’espressione “resilient by design”, che invita a considerare il rischio climatico fin dalla progettazione. È un principio importante perché ci chiede di guardare più lontano: un investimento deciso oggi dovrà continuare a essere utile in condizioni che potrebbero essere molto diverse da quelle nelle quali lo abbiamo immaginato. L’acqua aiuta a comprendere quanto questo sguardo sia necessario. La sua disponibilità dipende dalla gestione dei bacini e delle reti, dalla salute degli ecosistemi e dalla capacità dei suoli di trattenerla. Ciò che accade a monte ha conseguenze a valle, e le esigenze di chi coltiva si intrecciano con quelle delle famiglie e delle altre attività. Prendersene cura richiede di riconoscere queste relazioni e di far dialogare chi ne ha la responsabilità. È per questo che considero la rigenerazione dei suoli e la cura del ciclo dell’acqua una parte essenziale del futuro dei territori. Un suolo sano contribuisce a sostenere le produzioni e a gestire meglio l’acqua; un ecosistema curato aiuta una comunità ad affrontare le difficoltà. Dare continuità a questo lavoro richiede ricerca, manutenzione e competenze, insieme alla possibilità di collaborare nel tempo.
Il cibo rende visibili le connessioni
Attraverso il cibo, queste relazioni arrivano fino a noi. La scarsità d’acqua può compromettere un raccolto, mentre il cambiamento delle condizioni del mare richiede a chi pesca nuove conoscenze e capacità di adattamento. Le difficoltà di chi produce possono riflettersi lungo le filiere, sulla disponibilità degli alimenti e sulla spesa delle famiglie. La salute della terra e del mare riguarda anche la possibilità di mangiare bene. Chi ci nutre deve poter continuare a farlo. È una convinzione che accompagna il mio lavoro e che richiede scelte precise: redditi dignitosi, ecosistemi sani, accesso alla ricerca e strumenti per affrontare il cambiamento. Ogni volta che discutiamo del futuro del cibo, dovremmo chiederci anche quali prospettive stiamo offrendo alle persone che lo rendono possibile.
La dieta mediterranea ci insegna a leggere insieme queste dimensioni. Come patrimonio vivente, tiene in relazione paesaggi, biodiversità, saperi, pratiche agricole e convivialità. La sua trasmissione dipende dalla vitalità delle comunità che la custodiscono e dalla possibilità, per chi viene dopo, di trovare in quei luoghi un futuro. Occuparsi di questo patrimonio significa anche creare le condizioni perché quei mestieri e quelle conoscenze possano continuare a vivere.
Territori capaci di agire
A Pollica, il lavoro che portiamo avanti con ricercatori, amministratori, scuole, agricoltori e pescatori nasce da questa consapevolezza. Nei living lab le soluzioni vengono sperimentate insieme alle persone che dovranno utilizzarle: si osservano i risultati, si ascoltano le difficoltà, si corregge ciò che non funziona. È un confronto che permette alla ricerca di conoscere meglio i luoghi e alle comunità di contribuire alle scelte con la propria esperienza. È con questo sguardo che leggo la proposta europea. Perché possa tradursi in un cambiamento, i Comuni devono poter contare su competenze e investimenti continuativi, mentre chi coltiva e chi pesca deve avere spazio nelle decisioni che riguardano il proprio lavoro. La collaborazione con la ricerca può aiutare a scegliere meglio, purché le conoscenze siano accessibili e le risposte tengano conto delle condizioni di ciascun territorio. «Il costo sarà maggiore se non facciamo nulla», ha ricordato Hoekstra durante il dialogo con i giovani europei del 7 maggio. Nello stesso incontro ha ribadito che la mitigazione non ha sostituti. Sono due responsabilità che devono procedere insieme: prepararci agli impatti e continuare a ridurre le emissioni, perché ogni ulteriore aumento delle temperature rende più difficile proteggere le persone e le risorse da cui dipendiamo.
Per l’Italia, questa proposta è un’occasione per dare continuità alla prevenzione e riconoscerne il valore nelle scelte pubbliche. I risultati dovranno vedersi nella gestione dell’acqua, nella salute dei suoli, nella possibilità delle imprese agricole e della pesca di affrontare il cambiamento, nella capacità dei servizi di proteggere le persone. È nella vita dei territori che si potrà misurare la qualità dell’impegno europeo e nazionale. Nutrire il futuro significa anche questo: fare in modo che un raccolto, un mestiere, un sapere possano avere un domani. Le parole di Hoekstra richiamano il valore di ciò che scegliamo di proteggere oggi. Per chi si occupa di cibo, è una responsabilità molto vicina: comincia dalla cura della terra e del mare e arriva alla tavola di ciascuno di noi.





