
AGIPRESS – Superare una malattia o essere dimessi dall’ospedale non significa necessariamente tornare a vivere in autonomia, lavorare o partecipare alla vita sociale. È su questa distanza tra guarigione e vita quotidiana che la Commissione di albo nazionale dei Terapisti occupazionali della Fno Tsrm e Pstrp richiama l’attenzione in occasione della Giornata mondiale della Terapia occupazionale, che si celebra il 27 ottobre con lo slogan ‘Participation matters’, promosso dalla Wfot, l’organizzazione mondiale della categoria. In Italia il bisogno riabilitativo riguarda il 44,9% della popolazione, quasi un italiano su due. Secondo The Lancet (2020), nel mondo la quota è di una persona su tre, in Europa sale al 42%.
La proposta della Commissione è guardare alla salute anche attraverso ciò che le persone riescono concretamente a fare, considerando autonomia nelle attività quotidiane e partecipazione sociale accanto a mortalità e morbilità. Non solo quanto si vive o quali malattie si hanno, ma come si riesce a vivere. “Il valore della nostra professione sta proprio nel promuovere il protagonismo di ogni persona, affinché non sia semplice destinatario di interventi, ma soggetto attivo, capace di compiere scelte, orientare la propria quotidianità e contribuire pienamente alla vita della comunità”, afferma Michela Bentivegna, presidente della Commissione.
La terapia occupazionale traduce gli obiettivi riabilitativi in gesti e attività concrete: mantenere le proprie abitudini con una demenza, tornare al lavoro dopo un ictus, conservare l’autonomia a domicilio o costruire una nuova quotidianità dopo una lesione midollare. Il terapista considera le capacità fisiche, cognitive ed emotive della persona e il suo ambiente di vita.
Nella letteratura scientifica questa dimensione è chiamata funzionamento. Già nel 2017 i ricercatori Gerold Stucki e Jerome Bickenbach ne avevano proposto l’uso come ulteriore indicatore di salute, e a luglio 2026 l’Organizzazione mondiale della sanità ha ripreso questa posizione nel documento ‘Rehabilitation and Functioning in the 2030 Agenda’, segnalando che ciò che non viene misurato rischia di restare fuori dalle priorità di investimento e dalla programmazione sanitaria. Sul fronte della ricerca, uno studio multicentrico del 2026 (Codd et al.) riferisce che quasi l’80% delle persone inizialmente fuori dal lavoro è tornato a lavorare dopo uno specifico intervento di terapia occupazionale. Altri studi documentano benefici nelle attività quotidiane degli anziani (Saito et al., 2025) e nella partecipazione di persone con iniziale declino cognitivo (Ward et al., 2025).
Resta però un punto critico, la scarsa disponibilità di professionisti, proprio mentre lo sviluppo dell’assistenza territoriale e delle Case della comunità richiede servizi capaci di incidere sulla vita reale dei cittadini. “Nonostante le Regioni abbiano segnalato un fabbisogno significativo di Terapisti occupazionali per i rispettivi territori – sottolinea Bentivegna – permane una marcata discrepanza tra il fabbisogno rilevato e la capacità formativa disponibile. Garantire un numero adeguato di Terapisti occupazionali è indispensabile affinché ogni cittadino possa accedere a percorsi riabilitativi appropriati, in modo equo, su tutto il territorio nazionale”.
“Mettere al centro l’autonomia e la partecipazione significa valutare la salute anche per il suo impatto sulla vita delle persone”, conclude la presidente. “È qui che la terapia occupazionale contribuisce a trasformare il recupero in possibilità concrete di scelta e partecipazione”.





