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14 Ottobre 2026

Festa del cinema di Roma: il debutto di Genovese


AGIPRESS – ROMA – «Mettere le opere davanti alle persone e lasciare che si incontrino». È con queste parole che Salvatore Nastasiapre la ventunesima edizione della Festa del Cinema di Roma, condotta da Ema Stokholma e in corso all’Auditorium Parco della Musica. Una serata inaugurale che, oltre a dare il via alla manifestazione, celebra due importanti personalità del mondo del cinema.

La prima edizione del Banca Ifis Music Award va a Nicola Piovani, compositore premio Oscar per La vita è bella. A consegnargli il riconoscimento è il collega e amico di lunga data Marco Bellocchio.

La produttrice britannica Tessa Ross riceve invece l’Industry Lifetime Achievement Award, premio alla carriera dedicato alle grandi personalità dell’industria cinematografica internazionale. A consegnarlo è il regista Edward Berger, con cui Ross ha lavorato per l’acclamato Conclave.

Ma passiamo ora al clou della serata.

Tacchi a spillo rossi, musica techno, Mickey Mouse e una rapina armata. È così che Paolo Genovese sceglie di introdurre il suo nuovo film, Il rumore delle cose nuove, inaugurando la manifestazione con una storia corale che non ha sicuramente paura di mettere in discussione le certezze dei suoi personaggi. Un film destinato a far parlare di sé, tra intuizioni riuscite e alcuni elementi che potrebbero far storcere il naso.

Tratto dall’omonimo romanzo dello stesso regista, il film intreccia le traiettorie di sette persone. Tre coppie milanesi, tre esistenze solo in apparenza distanti, si ritrovano coinvolte in una rete di legami che il caso porta improvvisamente allo scoperto. Basta la curiosità di uno solo per incrinare una quotidianità che, dietro la sua apparente normalità, nasconde già profonde crepe.

Andrea, fotografo, è vivo grazie ad Andreina, infermiera che gli ha donato una parte di sé. Tra i due, tuttavia, permangono dissapori: lui desidera un figlio, lei no. Umberto, invece, sembra trovare nel lavoro in ospedale un rifugio dal dolore, salvo poi riversare la propria rabbia e violenza su Alba, una donna che ha progressivamente rinunciato a se stessa e alla propria sicurezza. Ralph registra suoni per mestiere, mentre Viola, la sua compagna attrice, sembra continuare a recitare anche fuori dal palcoscenico, cercando di ritrovare il desiderio di stare sul palco.

A sconvolgere definitivamente questo sistema di relazioni arriva Mirko, figlio di Ralph e Viola, la cui presenza innesca un caos capace di mettere tutti di fronte alle proprie contraddizioni. Le famiglie si sono incrociate per anni senza incontrarsi davvero, accumulando rancori e momenti di felicità tanto brevi quanto preziosi. Quando le loro strade finiscono per intrecciarsi, ciò che sembrava destinato a rimanere nascosto diventa impossibile da ignorare.

Cosa mi è piaciuto? Sicuramente le interpretazioni degli attori. Emanuela Fanelli spicca tra tutti grazie al suo innato tempo comico, qui accompagnato da una prova più emotiva e sincera rispetto ai ruoli a cui ci ha abituati. Claudia Pandolfi, nei panni di Viola, restituisce le frustrazioni e le contraddizioni di una donna e madre che si confronta con le aspettative e le pressioni della società. Stefano Accorsi, disturbante nel suo bisogno di paternità, riesce altrettanto bene a dare corpo alle intenzioni del regista.

Avrei però preferito un maggiore approfondimento di alcuni personaggi. Ralph, interpretato dall’eccezionale Lino Musella, finisce per sembrare quasi una spalla di Viola, senza trovare uno spazio davvero autonomo all’interno della narrazione. Lo stesso accade a Elio, nonostante la brillante interpretazione di Claudio Santamaria, ci troviamo davanti a un uomo rimasto solo in sedia a rotelle, vessato dalla depressione che lo rende ruvido nei rappori con gli altri.  

Tuttavia l’asprezza di tale personaggio non viene mai davvero approfondita, nè ha un’evoluzione, relegandolo a un ruolo di secondo piano.

Anche il montaggio è uno degli aspetti che potrebbe creare qualche fastidio. I continui flashback, raccordati attraverso dissolvenze in nero, finiscono per interrompere bruscamente il flusso della visione. Nel mio personalissimo parere, questa scelta spezza talvolta il ritmo del racconto, rendendo meno naturale il passaggio tra i diversi piani temporali.

Di tutt’altro segno è la fotografia di Fabrizio Lucci, impeccabile e perfettamente in sintonia con l’immaginario di Genovese. Le immagini accompagnano i personaggi nelle loro vite, restituendo visivamente quel contrasto che si nasconde a otto la superficie.

Il rumore delle cose nuove non è un film privo di imperfezioni, ma è un’opera che ha il merito di mettere in moto forti emozioni. E forse è proprio questo il modo migliore per cominciare un festival: con una storia capace di far discutere e lasciare qualcosa su cui riflettere anche dopo i titoli di coda.

La ventunesima Festa del Cinema di Roma parte così. Un’apertura scoppiettante, che promette un’edizione ricca di incontri e, soprattutto, cinema da vivere e da discutere.

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