AGIPRESS – ROMA – Raccontare una tragedia così vicina nel tempo significa confrontarsi con un confine delicato, quello tra la necessità di mantenere viva la memoria e il rischio di trasformare il dolore in un prodotto da vendere. È una controversia che accompagna Se Domani Non Torno, il film di Paola Randi dedicato alla vicenda di Giulia Cecchettin. Il rischio di speculazione non può essere ignorato, ma non basta a esaurire il significato di un’opera che può contribuire a mantenere alta l’attenzione sulla violenza di genere e a raggiungere un pubblico ben più ampio di quello che segue quotidianamente la cronaca.
Presentato all’undicesima giornata della Festa del Cinema di Roma, il film arriverà nelle sale il 5 novembre. Randi sceglie di evitare la ricostruzione del delitto per concentrarsi invece sulle conseguenze della perdita e sul percorso intrapreso dalla famiglia Cecchettin, che ha trasformato la sofferenza privata in una lotta collettiva.
Affrontare una storia di questa portata ha rappresentato per la regista, ma anche per lo spettatore, una responsabilità particolarmente complessa. La chiave per trovare la giusta prospettiva narrativa è nata dalla lettura di Cara Giulia, il libro scritto da Gino Cecchettin insieme a Marco Franzoso. Da quelle pagine Randi ha ricavato l’idea di costruire il film attorno al concetto di assenza, intesa non come mancanza, ma come un arto che ti viene strappato senza motivo alcuno. Raccontare le conseguenze di una perdita significa restituire umanità a una vicenda che rischia di rimanere confinata nella successione dei fatti di cronaca, e la possibilità di riconoscersi nell’esperienza di chi resta diventa uno strumento per riattivare l’empatia e la collettività.
Quando il dolore non trova spazio per essere raccontato si rischia che le stesse ferite tornino a manifestarsi senza che la società abbia maturato una consapevolezza sufficiente per intervenire.
L’assassino non viene mai mostrato né nominato. La decisione, coerente con l’impostazione del libro di Cecchettin, permette di sottrarre il racconto alla centralità del colpevole e di evitare che l’individuazione di un singolo responsabile diventi una scorciatoia per prendere le distanze dal problema. Attribuire la violenza a un individuo considerato eccezionale può infatti alimentare l’illusione che si tratti di un fenomeno estraneo alla normalità, circoscritto a figure mostruose. La realtà, invece, ci mostra quanto spesso le donne vengano uccise proprio da uomini con cui condividono una relazione affettiva, da persone che dovrebbero rappresentare un riferimento di fiducia e protezione.
Il femminicidio non può quindi essere compreso soltanto attraverso le responsabilità individuali, per quanto imprescindibili, ma richiede uno sguardo sulle dinamiche culturali e sociali che contribuiscono a renderlo possibile. Il patriarcato non è una struttura distante dalla vita quotidiana, si manifesta nei comportamenti, negli stereotipi, nei rapporti di potere, nei commenti a voce alta e quelli sussurrati o scritti. Decostruirlo significa riconoscere il ruolo che ciascuno può avere nella riproduzione di questi modelli e assumersi la responsabilità di modificarli.
L’educazione familiare e scolastica rappresenta un passaggio essenziale, così come la possibilità di introdurre percorsi di educazione sessuo-affettiva. Su questi temi il confronto pubblico continua a essere segnato da resistenze che ostacolano il cambiamento culturale necessario. Limitarsi a condannare i femminicidi dopo che sono avvenuti significa intervenire quando il danno è già irreparabile, senza affrontare fino in fondo i modelli che alimentano la disparità e la violenza.
In questo contesto, anche il cinema può offrire uno spazio di riflessione che supera la semplice commemorazione. Un’opera cinematografica può infatti contribuire a tenere aperto il dibattito, raggiungere spettatori che decidono di non confrontarsi abitualmente con questi temi e restituire profondità a una storia che rischia di essere assorbita dal flusso incessante delle notizie.
La colonna sonora è tenera, e soprattutto reale. Composta da Michele Braga, sono stati accolti anche alcuni suggerimenti della famiglia Cecchettin. La scelta del tango, legata alla passione di Gino per il ballo, e quella di Goodbye Kiss sono nate proprio da indicazioni dei familiari.
Le logiche commerciali fanno inevitabilmente parte del sistema cinematografico, ma la loro presenza non cancella automaticamente il valore civile di un’opera. Al tempo stesso, l’intenzione di sensibilizzare il pubblico non esonera dal riflettere sulle modalità con cui una tragedia viene rappresentata e trasformata in racconto. Le due dimensioni coesistono e devono essere valutate senza semplificazioni.
Nel caso di Se Domani Non Torno, la volontà della famiglia Cecchettin di continuare a parlare di Giulia e di dare risonanza alla propria battaglia costituisce un elemento centrale. Ricordare Giulia significa andare oltre la commemorazione e riconoscere che la memoria, per non restare soltanto un simbolica, deve tradursi in consapevolezza e responsabilità, e siamo obbligati a riconoscere quanto di quel sistema continuiamo ad alimentare e quanto siamo ancora lontani dal volere davvero il cambiamento.
Elena Sofia Vitali
AGIPRESS





