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12 Agosto 2014

MUSICA – BASSOON WORKS, il nuovo album di Paolo Carlini

9 composizioni di autori contemporanei dedicate al primo fagotto dell’Orchestra della Toscana. Recensione di Sabrina Malavolti

AGIPRESS – FIRENZE – Bassoon Works è il nuovo album di Paolo Carlini, primo fagotto dell’Orchestra della Toscana. Edito da Tactus nel 2013, il cd propone 9 composizioni di autori contemporanei dedicate al fagotto di Carlini, da Giorgio Gaslini, Enrico Pieranunzi, Luis De Pablo, Marco Betta, Nicola Sani, Murizio Fabrizio, Ennio Morricone, Giancarlo Cardini per arrivare a Giorgio Colombo Taccani. Si tratta di creazioni per fagotto solo, per fagotto e pianoforte e, infine, per fagotto e orchestra d’archi. Paolo Carlini è affiancato ora dai pianisti Matteo Fossi e Enrico Pieranunzi ora dall’Orchestra della Toscana diretta dal M° Francesco Lanzillotta. Un prezioso viaggio attraverso la musica contemporanea, dal 2001 al 2012, alla ricerca di nuove sonorità , nuovi timbri, nuove tecniche di esecuzione che Carlini esplora insieme ai compositori, lavorando fianco a fianco con loro per scoprire e portare alla luce il potenziale espressivo del suo strumento.

Il Koralfandango per fagotto e pianoforte di Giorgio Gaslini (Milano 1929), scritto nel 2010, apre la tracklist. Una commistione di generi, dal corale alla danza tradizionale spagnola, dà il titolo al brano che si apre con un lento assolo del solista che porge il discorso al pianista per poi percorrere insieme la strada verso la penisola ispano-portoghese. Al carattere meditativo iniziale si sostituisce quello energico e virtuoso del fandango nella quale cellule ritmiche esposte dal fagotto, ora nel registro grave ora in quello acuto, si incrociano con quelle del piano. E alla danza si lega la creazione di Enrico Pieranunzi (Roma 1949), scritta nel 2011, titolata Tango Bassoon per fagotto e pianoforte. Il compositore accompagna Carlini nel lavoro che gli ha dedicato. L’apertura richiama le atmosfere sudamericane, echi di quei tanghi di Piazzolla e di Gardel si fondono ora nelle linee ritmiche del pianoforte ora in quelle tematiche del fagotto. La sezione centrale, più lirica e cantabile, è condotta dal fagotto che apre una parentesi riflessiva su quello che ha appena detto, con linee sinuose che richiamano il raveliano Bolero. La parte conclusiva di questa sezione unisce, in modo sorprendente, improvvisazione e classicismo, invenzione e giochi di imitazione, unendo inscindibilmente tango, jazz e rigore contrappuntistico bachiano. Una coda pianistica riporta al tema iniziale e alle sue variazioni più concitate, in un incalzante accelerando finale.

Per Fagotto di Luis De Pablo (Bilbao 1930), è una suite per strumento solista scritta nel 2011, composta di quattro movimenti: Soledad (Solitudine), Rafà¡ga (Lampo), Cuartel (Caserma), Ez. In Soledad, il fagotto sembra dar voce a sofferenze, lamenti, smarrimenti, rimorsi, contrasti, memorie, presenze che abitano la solitudine. Il virtuosismo tecnico sta alla base del secondo movimento, Rafà¡ga, una visione musicale quasi pascoliana, di quel lampo che squarcia le tenebre mettendo a nudo tutto il paesaggio toscano. Staccati impetuosi e raffiche di cromatismi sembrano aprire, passo dopo passo, con insistente incedere, una speranza, un varco nella solitudine prima descritta, un’ascesa dalle tenebre del registro grave alla luce di quello acuto, nella lunga nota finale sostenuta da Carlini. In Cuartel, il fagotto veste panni militareschi e il ritmo fa da padrone, accompagnando gli staccati richiami di fanfare. Reminiscenze della monteverdiana fanfara d’apertura dell’Orfeo cosଠcome della bizetiana Carmen si fondono in un piccolo monologo. Con Ez De Pablo sembra voler tornare alla dimensione riflessiva dell’inizio, chiudendo la composizione in una visione quasi schopenhaueriana dell’esistenza. Marco Betta (Palermo 1964) dedica a Paolo Carlini, nel 2011, la Sonata per fagotto e pianoforte. Si tratta di un brano in un solo movimento nel quale si respira una perfetta simbiosi tra i due strumenti, uniti in una narrazione che si lega ai contrappunti antichi per poi crearne di nuovi, nuovissimi, una musica pura che cerca di comunicare stati emotivi invisibili ora chiari ora complessi che, però, non sfuggono all’interpretazione del duo Carlini-Fossi.

In AchaB, composizione scritta nel 2011, da Nicola Sani (Ferrara 1961), il fagotto di Paolo Carlini diventa il capitano Achab, protagonista del romanzo Moby Dick dello statunitense Herman Melville. Il capitano Achab è titanico e biblico allo stesso tempo, come ha affermato Conrad. Nella creazione di Sani, la voce solitaria del fagotto sembra condurci, tra soffi, frullati, ondeggiamenti, gravi suoni multipli, effetti rumoristici, negli scenari del romanzo, in mezzo all’infinitezza dell’oceano, tra tempeste, vortici, burrasche, flutti minacciosi che portano in primo piano le forze della natura insieme alla determinazione del capitano. Di sapore tardo-ottocentesco, quasi decadente, assimilabile ad un quadro musicale baudelariano, è il brano di Maurizio Fabrizio (Milano 1952), Sad City, scritto nel 2011. Lirismo e cantabilità sono gli elementi base della composizione, Carlini e Fossi dialogano come voyeurs, attratti dalla poetica e dalla meraviglia della città , avvolti e immersi in un’atmosfera languida, malinconica eppur sognante. Musica d’ambiente e legami indissolubili con la musica da film contraddistinguono il brano di Ennio Morricone (Roma 1928), Totem n. 3 (Segnali) per fagotto e pianoforte. Interessante ed esplicativa la descrizione dell’autore: «Totem n. 3, graficamente, rappresenta un Totem (il fagotto), piantato in terra. Il pianoforte, graficamente, rappresenta idealmente la terra dove è eretto il Totem». Un omaggio al fagotto e alle sue possibilità espressive e coloristiche, a quell’entità naturale alla quale Carlini si lega per la vita.

In Fiore perduto, la composizione più “remota” dell’album, scritta da Giancarlo Cardini (Querceta 1940) nel 2001, il fagotto si fa portavoce di quel dolore per la perdita della persona amata, elabora in una profonda e intima confessione musicale. Nella sezione centrale, nella quale dominano passaggi più aspri ed energici, la rabbia per la perdita sembra offuscare quell’iniziale lucidità e quella finale rassegnazione. Chiude l’album Dura roccia per fagotto e orchestra d’archi di Giorgio Colombo Taccani (Milano 1961), registrazione live della prima assoluta del 19 ottobre 2012 al Teatro Verdi di Firenze, per la rassegna Play it! dell’Orchestra della Toscana. All’ascolto il brano sembra essere concepito come una vera e propria scalata tra le rocce più impervie della creazione artistica. Il fagotto è chiamato a compiere acrobazie e agilità per scolpire le rocce, anche quelle più dure, per arrivare alla meritata vetta. Da lassù lo spettacolo della visione e il successo hanno un valore trascendentale, proprio come la rarefatta esecuzione di Carlini. (recensione di Sabrina Malavolti)

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