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30 Maggio 2026

Università in carcere: «Lo studio riduce la recidiva del 70%»

AGIPRESS – SASSARI – Il diritto allo studio si conferma uno degli strumenti più efficaci per favorire inclusione sociale, riabilitazione e reinserimento delle persone detenute. È questo il messaggio emerso dall’Assemblea nazionale della Conferenza Nazionale dei Poli Universitari Penitenziari (CNUPP), ospitata a Sassari, dove è stato sottoscritto il protocollo d’intesa tra CNUPP e ANDISU, l’associazione nazionale degli organismi per il diritto allo studio universitario.

L’accordo punta a rafforzare la collaborazione tra università ed enti per il diritto allo studio, offrendo un sostegno sempre più strutturato agli studenti detenuti iscritti ai Poli Universitari Penitenziari presenti negli istituti italiani.

Oggi sono 1.978 i detenuti iscritti a corsi universitari in Italia, all’interno di una rete che coinvolge 55 atenei e circa 900 tra docenti, tutor e personale amministrativo impegnati quotidianamente a garantire il diritto allo studio in carcere. Un dato significativo riguarda la crescita della partecipazione femminile: le detenute universitarie sono attualmente 104, quasi il doppio rispetto all’anno precedente.

«Questa intesa rappresenta una delle espressioni più alte del diritto allo studio», ha dichiarato il presidente di ANDISU, Emilio Di Marzio, sottolineando come l’accesso all’università consenta alle persone private della libertà di costruire una nuova prospettiva di vita attraverso la cultura e la formazione. Secondo Di Marzio, il concetto di merito assume in questo contesto un significato particolarmente profondo, legato alla scelta di cambiare il proprio percorso esistenziale e trasformare il periodo della detenzione in un’occasione di crescita personale.

Il presidente di ANDISU ha inoltre richiamato il valore costituzionale dell’iniziativa, ricordando come l’articolo 27 della Costituzione attribuisca alla pena una funzione rieducativa. «Non si tratta soltanto di costruire un futuro professionale – ha spiegato – ma spesso di offrire una possibilità concreta di recuperare dignità, identità personale e relazioni familiari».

Sulla stessa linea il presidente della CNUPP, Giancarlo Monina, che ha evidenziato il ruolo trasformativo dell’università nel sistema penitenziario. «Lo studio in carcere è riscatto, ricostruzione della dignità e possibilità concreta di immaginare un futuro diverso», ha affermato, sottolineando come il percorso universitario aiuti le persone detenute a sentirsi nuovamente parte della società.

Anche le scelte formative mostrano un’evoluzione significativa. Se in passato Giurisprudenza rappresentava il corso più frequentato, oggi prevalgono i percorsi dell’area politico-sociale, come Scienze politiche, Sociologia e Scienze della comunicazione, che raccolgono circa il 25% degli iscritti. L’area giuridica si attesta invece attorno al 13%.

Particolarmente rilevanti i dati relativi alla recidiva. Secondo quanto illustrato nel corso dell’assemblea, tra i detenuti che intraprendono un percorso universitario il rischio di tornare a delinquere si riduce del 70%, confermando il valore della formazione come strumento di inclusione sociale, sicurezza collettiva e ricostruzione della persona.

Un ruolo centrale nella definizione del protocollo è stato svolto dall’ERSU di Sassari, che negli anni ha sviluppato una collaborazione strutturata con il Polo Universitario Penitenziario dell’Università di Sassari. Il presidente dell’ERSU Sassari e delegato ANDISU per Inclusione e Politiche Sociali, Daniele Maoddi, ha definito l’intesa «un passo molto importante per l’intero sistema nazionale del diritto allo studio».

Tra le iniziative realizzate figurano attività di orientamento negli istituti penitenziari, tutoraggio personalizzato, sostegno economico per materiali didattici e attività culturali, accesso controllato alle risorse digitali e l’inserimento di due studenti in esecuzione penale esterna negli alloggi dell’ente, con possibilità di usufruire anche del servizio mensa.

«Abbiamo costruito un modello operativo che oggi diventa una cornice nazionale», ha spiegato Maoddi, evidenziando il lavoro congiunto tra ERSU, Università di Sassari e amministrazione penitenziaria. L’obiettivo è mettere questa esperienza a disposizione dell’intera rete nazionale dei Poli Universitari Penitenziari e degli enti per il diritto allo studio.

Soddisfazione è stata espressa anche dal delegato del Rettore per il Polo Universitario Penitenziario dell’Università di Sassari, Emmanuele Farris, che ha definito l’assemblea sassarese la sintesi di oltre dieci anni di collaborazione tra il PUP e l’ERSU.

«Abbiamo sempre privilegiato una politica fondata sui servizi e sulla qualità dei percorsi formativi piuttosto che sull’assistenzialismo o sulla ricerca dei numeri», ha affermato Farris. «Mettere al centro le persone, con le loro storie e i loro bisogni, è la chiave che ci ha consentito di mantenere nel tempo risultati stabili in termini di iscritti e laureati».

Il protocollo sottoscritto a Sassari segna così un nuovo passo nel percorso di ampliamento delle opportunità educative in carcere, consolidando un modello che vede nello studio universitario uno strumento concreto di cambiamento personale e di reinserimento sociale.

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