
AGIPRESS – Óliver Laxe torna con un film che mette alla prova il corpo e la memoria. Sirat, ambientato nelle montagne del sud del Marocco, è un pellegrinaggio contemporaneo che si trasforma in prova di sopravvivenza. Louis (Sergi López) e suo figlio Stéphane (Bruno Núñez) arrivano in un rave isolato sperando di ritrovare Marina, figlia e sorella dei protagonisti, scomparsa mesi prima; da quella speranza nasce un viaggio che mescola realtà e visione.
Il film segue padre e figlio mentre si addentrano in un paesaggio estremo: tende, fuochi, musica elettronica che diventa paesaggio sonoro e polvere che cancella i contorni dell’identità. Laxe e il coautore Santiago Fillol costruiscono una sceneggiatura che evita risposte facili, preferendo interrogazioni sensoriali e simboliche. La ricerca di Marina diventa una discesa interiore, ogni tappa mette in gioco il rapporto tra i protagonisti e li costringe a confrontarsi.
La fotografia di Mauro Herce ritrae il massiccio del Saghro con precisione, trasformando dune e creste rocciose in luoghi mitici. La colonna sonora di Kangding Ray scandisce l’andamento, sospendendo lo spettatore tra trance collettiva e vuoto esistenziale. Il cast, guidato da un intenso Sergi López, è affiancato da Jade Oukid e altri interpreti che popolano un mondo in cui i confini fra comunità e solitudine si sfumano.
Sirat ha avuto un percorso festivaliero significativo, approdando in concorso a Cannes e raccogliendo riconoscimenti internazionali; la distribuzione italiana è affidata a MUBI con uscita l’8 gennaio.
Con i suoi 115 minuti, il film conferma Laxe come autore capace di fondere estetica e tensione emotiva, ottenendo riconoscimenti a Cannes e una candidatura ai Golden Globe.
Non è un film facile, richiede attenzione e disponibilità a perdersi. Ma è in quella perdita che Sirat suggerisce una possibile redenzione, mostrando come, nelle lande estreme, la ricerca dell’altro sia anche ricerca di sé.
Elena Sofia Vitali
AGIPRESS





