DIRETTORE RESPONSABILE FRANCESCO CARRASSI

24 Marzo 2026

Sibet, nuovo incarico per Pietro Iacuzzo

AGIPRESS – Pietro Iacuzzo è una figura di spicco nel panorama delle infrastrutture viarie italiane, con una carriera iniziata nel 1989 che gli ha permesso di maturare una profonda esperienza tecnica e normativa nel settore. Entrato nel Consiglio Direttivo del SITEB (Associazione Strade Italiane e Bitumi) nel 2023, Iacuzzo rappresenta oggi la Categoria B, che conta circa 95 iscritti specializzati nella produzione di conglomerati bituminosi a caldo. La sua missione per il prossimo triennio è chiara: guidare il comparto verso una trasformazione radicale, dettata dall’introduzione dei nuovi CAM (Criteri Ambientali Minimi) Strade, per trasformare l’innovazione sostenibile in una pratica industriale quotidiana.

Dottor Iacuzzo, lei ha una lunga storia nel settore. Quale sfida si prefigge per questo nuovo mandato in SITEB? Il mio obiettivo non è semplicemente aggiungere un’esperienza al curriculum, ma lasciare un segno concreto. La sfida principale è l’adeguamento reale al mondo dei CAM. Se tra cinque anni riusciremo a far diventare “normalità” ciò che oggi è visto come una novità complessa — ovvero produrre strade sicure e durature recuperando grandi quantità di materiali dismessi — potrò ritenermi soddisfatto.
Perché l’avvento dei CAM è uno sconvolgimento? Per decenni il nostro è stato un mondo “piatto”, con innovazioni molto lente. Il decreto sui CAM invece impone uno scossone: alza il livello di professionalità richiesto e cambia le regole del gioco. Non si tratta di piccoli aggiustamenti, ma di un cambio di paradigma produttivo che tocca temperature e materiali.
Quali sono i vantaggi ambientali concreti di questo nuovo approccio? I vantaggi sono tangibili. In primo luogo, c’è il recupero del fresato d’asfalto, regolamentato principalmente dal D.M. 28 marzo 2018, n. 69, entrato in vigore il 3 luglio 2018, che stabilisce i criteri “End of Waste” (cessazione della qualifica di rifiuto), per diventare una risorsa preziosa da reinserire nel ciclo produttivo, anche in percentuali molto alte, fino al 60-70%. In secondo luogo, l’abbattimento delle temperature di produzione — portandole dai classici 150-180°C a circa 120-130°C — riduce drasticamente le emissioni di CO2 e il contestuale consumo di carburanti.
Cosa cambia concretamente per il vecchio asfalto? Dobbiamo cambiare mentalità: quello che prima era considerato un rifiuto, oggi lo chiamiamo granulato. È una risorsa preziosa che, anziché finire in discarica saturandola ulteriormente, deve diventare materia prima virtuosa da reinserire nel ciclo produttivo. L’obiettivo è ambizioso: vogliamo arrivare a percentuali di recupero molto alte, nell’ordine del 50%, 60% o anche 70%.

Perché l’umidità del materiale è così determinante? È fondamentale per mantenere gli standard qualitativi. Il granulato non può essere stoccato all’aperto sotto le intemperie. I CAM prevedono che venga conservato al chiuso per garantirne l’essiccamento ottimale prima del riutilizzo. Qui però sorge il problema burocratico: le aziende devono poter realizzare pensiline e strutture all’interno degli stabilimenti senza scontrare veti infiniti o lungaggini di anni. Senza queste strutture, non si può applicare correttamente il decreto.
Le imprese italiane sono pronte tecnologica-mente? Le aziende sono strutturate e hanno la volontà di investire, ma la criticità maggiore risiede nella Pubblica Amministrazione. Gli enti gestori spesso subiscono queste novità come un ulteriore carico burocratico. Ad esempio, per applicare i CAM correttamente, il granulato deve essere stoccato al chiuso sotto delle pensiline per permettere un primo essiccamento. Gli impianti di produzione dovranno essere modificati e adattati alle nuove esigenze produttive, si renderà necessario dotare i siti produttivi di impianti fotovoltaici al fine di autoprodurre l’energia necessaria per l’alimentazione degli stessi. Se però la burocrazia o i vincoli della soprintendenza bloccano o rallentano fortemente le procedure, l’intero processo si ferma e il decreto diventa inapplicabile.
Come si passa dal laboratorio alla strada? È proprio qui che interviene SITEB. Molte soluzioni sono state già dimostrate con successo nei laboratori universitari, ma la pratica industriale è un’altra cosa. SITEB agisce come mediatore e diffusore: prendiamo l’esperienza della ricerca e la trasferiamo ai processi produttivi su larga scala. È nostro dovere far sì che questo passaggio avvenga nel modo più veloce ed efficace possibile. Il lavoro dell’associazione è offrire servizi e risolvere problemi oggettivi che riguardano tutti i produttori, non il singolo. Dobbiamo fare sinergia, scambiarci informazioni e difficoltà per non lasciare nessuno indietro. Chiediamo un’azione su più fronti, la specializzazione prima di tutto. Le pavimentazioni stradali, oggi più di prima, devono essere riconosciute come lavorazioni specialistiche (categoria SOA OS 26), riservate a chi ha le competenze tecniche, e non messe in un “calderone” di opere banalmente definite accessorie. In secondo luogo, su incentivi, perché chi adegua gli impianti e i cicli produttivi deve poter contare su agevolazioni fiscali o contributive per ammortizzare gli investimenti. Infine, nelle gare d’appalto, l’impegno ad applicare i CAM deve avere un peso rilevante, non solo simbolico, per incentivare chi investe realmente nel “green”. Solo collaborando potremo trasformare quella che oggi è una “sfida ardua” nella normalità del domani.

di Francesca Danila Toscano

AGIPRESS

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