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5 Luglio 2025

Shayda di Noora Niasari, un grido per la resistenza

AGIPRESS – Shayda, film d’esordio della regista iraniano-australiana Noora Niasari, è un’opera intensa e necessaria che trasforma un’esperienza personale in una narrazione universale. Ispirato alla storia della madre della regista, il film segue Shayda (Zar Amir-Ebrahimi), una donna iraniana rifugiata in Australia insieme alla figlia di sei anni, Mona. Fuggite da un marito violento e manipolatore, madre e figlia trovano riparo in una casa rifugio, cercando di costruire una nuova quotidianità. Ma la legge, cieca di fronte al trauma, concede al padre il diritto di visitare la figlia senza supervisione, riaprendo un pericoloso spiraglio nella loro fragile libertà.

Con una regia sobria e intima, Niasari racconta la violenza domestica non attraverso immagini scioccanti, ma tramite il peso dell’attesa, i silenzi tesi, la tensione che abita anche i gesti più ordinari. Shayda è la storia di una madre che resiste, che lotta con coraggio per proteggere sua figlia e se stessa, nonostante un sistema legale che continua a mettere in discussione la sua parola.

Il film è anche un racconto sull’esilio e sull’identità. Shayda è sospesa tra due culture: da una parte la tradizione iraniana patriarcale, dall’altra un’Occidente che si professa liberale ma spesso ignora la complessità del vissuto delle donne migranti. In questa terra di mezzo, la protagonista cerca di reinventarsi, affrontando il trauma e aprendo cautamente le porte a una nuova possibilità di amore con Farhad (Mojean Aria).

Shayda non è solo un dramma familiare, ma un’opera profondamente politica. Denuncia la violenza patriarcale sistemica, le contraddizioni delle istituzioni e la condizione delle donne che, anche nei paesi “sicuri”, continuano a non essere ascoltate. La maternità, in questo film, non è un rifugio ma un atto di ribellione: è il motore della libertà, la leva della sopravvivenza.

Distribuito in Italia da Wanted Cinema, in uscita il 10 luglio, Shayda è un film che scava nel personale per colpire nel profondo il politico. Un gesto di testimonianza, un grido silenzioso che attraversa i confini e ci ricorda che raccontare una storia può diventare un atto rivoluzionario.

Elena Sofia Vitali

AGIPRESS

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