
AGIPRESS – ROMA – Nella notte tra giovedì e venerdì, sui muri del bagno maschile del Liceo Classico Giulio Cesare è comparsa una scritta che ha suscitato forte preoccupazione tra studenti, insegnanti e famiglie: «Lista stupri», seguita dai nomi e cognomi di nove studentesse dell’istituto. Un episodio simbolicamente grave, che avviene a soli due giorni dalla Giornata contro la violenza sulle donne e che riapre una ferita nel mondo della scuola: quella dell’assenza di una reale educazione sessuale e affettiva.
Il caso: “Non è uno scherzo, è una minaccia”
A denunciare l’accaduto è il collettivo studentesco Zero Alibi, che ha pubblicato la foto del muro prima che venisse cancellato. «Un murales si può rimuovere — scrivono — ma la cultura che l’ha prodotto no. Va combattuta».
Secondo una delle ragazze il cui nome compariva nella lista, la scritta è stata scoperta da un compagno: «È entrato in bagno, ha visto tutto, ha fotografato e poi cancellato. Era scosso più di noi». La studentessa racconta come lei e le altre si siano sentite “umiliate, violate, esposte come bersagli”. Tra i nomi compaiono anche ragazze attive nei collettivi studenteschi su temi di diritti e parità.
La dirigente scolastica, Paola Senesi, parla di «graffiti ottusi, figli di una mentalità patriarcale che va combattuta con decisione». Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara definisce l’episodio «gravissimo, da sanzionare con la massima severità», ricordando che i nuovi regolamenti disciplinari permettono anche la sospensione o l’espulsione dei responsabili.
Le studentesse chiedono un intervento concreto: «Non vogliamo un provvedimento simbolico. Vogliamo che il responsabile venga individuato e punito davvero. Non si può fingere che sia una bravata».
Non è la prima volta: il precedente del Visconti
La vicenda del Giulio Cesare non è un episodio isolato. Nel 2024, al Liceo Visconti — sempre a Roma — era apparsa una “lista delle conquiste”: nomi di compagne appesi in classe, accompagnati da annotazioni sessuali. Allora alcune scuse erano arrivate, ma a posteriori: sei in condotta e qualche ora di volontariato presso un’associazione antiviolenza.
Mettendo i due casi in fila, emerge un filo rosso inquietante: si passa dall’oggettificazione alla minaccia, dal vanto allo stupro come arma simbolica.
Una ferita culturale: la violenza normalizzata
Che un gruppo di adolescenti scriva il nome di nove compagne sotto la dicitura “lista stupri” non è un incidente né un gioco. È la manifestazione di un’idea radicata: la convinzione che il corpo femminile sia un territorio da conquistare, un bersaglio da colpire, un oggetto di sfogo.
Non è, come vorrebbero alcuni, “l’eccesso di un’età ribelle”. Al contrario: è il risultato di un vuoto educativo che non viene affrontato in maniera strutturata.
Il nodo politico: le contraddizioni delle istituzioni
Di fronte alla “lista degli stupri”, il ministro Valditara ha ribadito la necessità di «percorsi di educazione al rispetto e alle relazioni». Tuttavia, l’Italia non prevede ancora un’educazione sessuale obbligatoria a scuola. Negli ultimi anni, molte proposte sull’educazione affettiva sono state osteggiate con lo spettro dell’“ideologia di genere”, e spesso percorsi strutturati su consenso, parità e prevenzione della violenza non hanno trovato supporto istituzionale.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i ragazzi crescono senza strumenti per riconoscere i confini, senza educazione al consenso, senza consapevolezza emotiva, senza una cultura delle relazioni sane. Senza parole per nominare la violenza, quindi più vulnerabili nel riprodurla.
Cosa ci dice questo episodio
Il caso del Giulio Cesare è un monito:
- la violenza di genere non è un “tema degli adulti”: riguarda i ragazzi, oggi, qui;
- la cultura dello stupro non nasce all’improvviso: si nutre del silenzio educativo, dei tabù, delle omissioni;
- la scuola non può pretendere di arginare fenomeni così gravi con “indagini e punizioni” se non offre strumenti formativi a monte;
- l’assenza di educazione sessuo-affettiva è un problema che non possiamo più ignorare.
Conclusione: cancellare la scritta non basta
La scritta è stata rimossa. Ma ciò che l’ha generata resta. Restano la paura delle ragazze, lo shock delle famiglie, l’imbarazzo della scuola, l’indignazione pubblica.
Resta soprattutto una domanda: quanti altri muri dovremo vedere prima di capire che la prevenzione passa dall’educazione, non dalla rimozione?
Il muro del Giulio Cesare non è “la bravata di qualcuno”. È un segnale delle criticità più ampie legate alla prevenzione della violenza e all’educazione nelle scuole.
Prof.ssa Francesca Galati
AGIPRESS





