DIRETTORE RESPONSABILE FRANCESCO CARRASSI

23 Gennaio 2026

Sanità pubblica “senza ossigeno”

AGIPRESS – ROMA – La riforma delle professioni sanitarie è “l’ultima chiamata” per salvare il capitale umano del Servizio sanitario nazionale, ma senza risorse rischia di restare solo un esercizio di stile. È il messaggio forte lanciato dalla Fondazione GIMBE durante l’audizione alla Camera dei Deputati sul disegno di legge delega C.2700. Secondo il presidente Nino Cartabellotta, i principi della riforma sono condivisibili, ma manca qualsiasi impegno finanziario: così non si fermano né la fuga dal SSN né la disaffezione verso professioni e specialità sempre più disertate.

I numeri della crisi del personale

GIMBE fotografa una situazione paradossale. In Italia i medici non mancano in valore assoluto (5,4 per 1.000 abitanti, tra i primi in Europa), ma oltre 92 mila non lavorano nel SSN. Le carenze sono selettive e colpiscono soprattutto medici di famiglia e specialità poco attrattive come emergenza-urgenza, laboratorio, radioterapia, medicina nucleare, cure palliative e medicina di comunità. Ancora più critica la situazione degli infermieri: l’Italia è al 23° posto OCSE per numero pro capite e la professione non attira più. Nell’anno accademico 2025-2026, le domande di iscrizione sono state inferiori ai posti disponibili.

“Poche leve concrete” nella legge delega

Secondo GIMBE, la parte del ddl dedicata alla valorizzazione delle professioni è ricca di enunciazioni ma povera di strumenti reali. Le misure per trattenere il personale si limitano a riconoscimenti formali, senza progressioni economiche né incentivi, anche nelle aree più disagiate. Ambigue le norme sulla formazione manageriale e sul percorso della medicina generale; difficili da attuare quelle sulla semplificazione e sui meccanismi premiali, perché dipendono da risorse e competenze regionali molto disomogenee.

Responsabilità professionale: scudo sì, ma con rischi

Il ddl rafforza lo scudo penale, ma – avverte GIMBE – crea nuove incertezze equiparando linee guida e buone pratiche clinico-assistenziali, spesso meno rigorose dal punto di vista metodologico. Questo vuoto normativo potrebbe aumentare il contenzioso e indebolire le tutele per i professionisti.

Il nodo delle risorse

Il dato più allarmante riguarda i finanziamenti: dal 2012 al 2024 la quota di spesa sanitaria destinata al personale è scesa dal 39,7% al 36,6%. Tradotto in valori assoluti, il SSN ha “perso” 33 miliardi di euro per il personale in dodici anni, di cui quasi 13 solo tra 2020 e 2024. «Un saccheggio che ha demotivato il capitale umano del SSN», sottolinea Cartabellotta.

L’ultima chiamata per il SSN

La conclusione è netta: senza risorse aggiuntive e vincolate al personale, la riforma non potrà incidere sulla crisi strutturale. Rischia anzi di aggravare le disuguaglianze territoriali, soprattutto alla luce dell’autonomia differenziata. «Se anche questa volta si interverrà senza scelte strutturali e senza una visione di lungo periodo – avverte GIMBE – il SSN non avrà più margini per recuperare il capitale umano perduto». In gioco non c’è solo una riforma ordinamentale, ma la sopravvivenza stessa del servizio sanitario pubblico e la tutela della salute dei cittadini.

D.L.

AGIPRESS

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