
AGIPRESS – Per anni è stato indicato come uno dei principali nemici della salute. Oggi, però, il sale torna al centro del dibattito scientifico con una nuova prospettiva: non più da demonizzare, ma da gestire con equilibrio. È quanto emerge da un White Paper promosso da Università Campus Bio-Medico di Roma, che invita a ripensare il ruolo del sodio nella nutrizione umana e nelle strategie di sanità pubblica. Secondo lo studio, realizzato con il contributo di ricercatori e medici su impulso di Compagnia Italiana Sali e Atisale, il rapporto tra consumo di sale e salute segue una cosiddetta “curva a U”: sia un eccesso sia una carenza sono associati a un aumento del rischio.
Troppo o troppo poco: i rischi della “curva a U”
Il messaggio tradizionale – ridurre drasticamente il sale per proteggere il cuore – viene oggi riconsiderato alla luce di evidenze più recenti. Studi epidemiologici su larga scala, come il PURE Study, mostrano che la mortalità cresce non solo oltre determinate soglie di consumo, ma anche quando l’assunzione di sodio scende sotto livelli minimi. Il sale, infatti, è essenziale per il funzionamento dell’organismo: regola l’equilibrio dei liquidi, consente la trasmissione degli impulsi nervosi e supporta numerosi processi metabolici. Il problema, quindi, non è il sale in sé, ma lo squilibrio.
I rischi della carenza: un problema sottovalutato
Se l’attenzione pubblica si è concentrata per anni sull’eccesso, il documento richiama l’attenzione anche sui rischi legati a una restrizione troppo severa. Tra questi, l’iponatriemia – ovvero bassi livelli di sodio nel sangue – che può provocare confusione mentale e cadute negli anziani, spesso scambiate per sintomi di demenza. Anche nei pazienti con scompenso cardiaco, una riduzione eccessiva del sale può risultare controproducente, aumentando lo stress sul cuore. Non meno rilevante il ruolo del sodio nel metabolismo: una carenza può contribuire a ridurre la sensibilità all’insulina, favorendo alterazioni metaboliche.
Non tutto il sale è uguale
Lo studio evidenzia anche una distinzione importante tra il sale come semplice composto chimico (cloruro di sodio) e il sale marino, che contiene anche oligoelementi come magnesio, potassio e calcio. Questa “matrice complessa” può influenzare il gusto e il modo in cui il sale interagisce con l’organismo, favorendo un uso più moderato grazie a una maggiore intensità aromatica.
Il ruolo chiave del sale iodato
Resta centrale anche il valore del sale iodato nelle politiche di prevenzione. L’apporto di iodio è fondamentale per la funzione tiroidea e lo sviluppo neurologico, e il suo utilizzo è considerato una delle strategie più efficaci e sostenibili a livello globale per contrastare le carenze nutrizionali.
Verso una nuova comunicazione della salute
Il White Paper propone un cambio di approccio: non più una riduzione indiscriminata del consumo di sale, ma una strategia basata su moderazione, personalizzazione e consapevolezza. “A fronte dei risultati emersi, è necessario rivedere non solo le politiche di sanità pubblica ma anche la comunicazione nutrizionale”, ha spiegato Marta Bertolaso, sottolineando come la storica demonizzazione del sale debba lasciare spazio a un messaggio più equilibrato. Sulla stessa linea Andrea Pedrazzini, che evidenzia come la percezione negativa del sale sia stata spesso alimentata da semplificazioni non supportate da evidenze scientifiche solide.
Equilibrio e consapevolezza al centro
Il messaggio finale degli esperti è chiaro: il sale non è un nemico, ma una risorsa da usare con attenzione. L’obiettivo è educare a un consumo consapevole, che tenga conto dello stile di vita, dell’alimentazione complessiva e delle esigenze individuali. Una sfida che riguarda non solo la nutrizione, ma anche la cultura alimentare e la comunicazione, chiamate a superare slogan semplicistici per restituire complessità e rigore scientifico a un tema centrale per la salute pubblica.
Davide Lacangellera
AGIPRESS





