DIRETTORE RESPONSABILE FRANCESCO CARRASSI

17 Gennaio 2026

Quando un figlio si ammala

AGIPRESS – Quando un bambino si ammala in modo serio o cronico, l’intera famiglia viene scossa. Le abitudini quotidiane, i progetti, l’organizzazione pratica e le dinamiche relazionali improvvisamente cambiano, in queste situazioni, la famiglia si trova ad affrontare una combinazione complessa di emozioni, responsabilità e decisioni mediche, con un impatto che va ben oltre il piano fisico. È qui che entra in gioco la figura dello psicologo, professionista che offre un supporto specifico per comprendere e affrontare questa esperienza in modo più consapevole e meno isolato.La malattia di un figlio è spesso percepita dai genitori come una minaccia al proprio ruolo di protezione e possono emergere emozioni intense: ansia, senso di colpa, impotenza, rabbia e paura del futuro. Allo stesso tempo, fratelli e sorelle possono sentirsi trascurati, confusi o preoccupati, e l’intera rete familiare entra in una fase di riorganizzazione forzata e in questo contesto lo psicologo interviene come figura capace di aiutare la famiglia a nominare le emozioni, a contenere la paura e a trovare strategie per adattarsi, senza negare il dolore o la complessità della situazione. Lo psicologo che lavora con famiglie che hanno un figlio malato svolge una serie di compiti che vanno ben oltre il semplice “ascolto”. Tra le funzioni principali troviamo il Supporto emotivo ai genitori, essi vivono momenti di incertezza, devono prendere decisioni e spesso si confrontano con il timore del rischio o della prognosi. Lo psicologo aiuta a elaborare il carico emotivo e a mantenere una prospettiva realistica ma non catastrofica. Avviene anche un sostegno ai fratelli e alle sorelle detti anche i sibling, possono provare gelosia, ansia, senso di colpa (“perché io sono sano e lui no?”) o paura di essere un peso. Lo psicologo offre spazi per esprimersi e strumenti per capire cosa sta accadendo. Altra funzione principale dello psicologo è il mediatore della comunicazione, nelle situazioni difficili la comunicazione può bloccarsi o diventare conflittuale, facilita un dialogo chiaro e rispettoso tra i membri della famiglia e con l’équipe medica. Aiuta nell’affrontare l’incertezza dove molte malattie pediatriche comportano attese, oscillazioni cliniche e mancanza di certezze. Lo psicologo lavora sulle capacità di tollerare l’ambiguità e sulla ricerca di equilibri temporanei. Aiuta anche lo sviluppo di strategie di coping ogni famiglia ha risorse diverse. Sostiene la scoperta o il potenziamento delle risorse interne ed esterne, per evitare che la malattia diventi l’unico centro del sistema familiare. Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda la vita fuori dall’ambito sanitario. I bambini malati devono continuare a crescere, imparare, giocare, conoscere il mondo, tuttavia, la scuola, le attività extrascolastiche e la socialità possono subire interruzioni. Lo psicologo in questi casi può facilitare i rapporti con la scuola, predisporre percorsi di reinserimento, favorire la comprensione da parte degli insegnanti e dei pari. In questo modo, la malattia non diventa un’etichetta, ma un’esperienza che può essere integrata nella crescita del bambino e nella vita della famiglia. I genitori si trovano spesso nel ruolo di caregiver, con un carico logistico ed emotivo molto elevato. La cura del figlio assorbe energie, tempo e risorse, e può mettere in secondo piano la cura di sé, della coppia e degli altri figli. Il ruolo dello psicologo serve ad accompagnare a riconoscere i segnali di stress, ritrovare uno spazio personale, accettare aiuti esterni senza sentirsi “inadeguati”, gestire le differenze di stile tra madre e padre, proteggere la relazione di coppia dall’usura emotiva. Non tutte le malattie sono brevi, alcune richiedono anni di controlli, riabilitazioni, ricoveri, cambiamenti di stile di vita. In questi casi lo psicologo aiuta a costruire una nuova normalità. Questo significa sostenere la famiglia nel mantenere routine quotidiane, non rinunciare ai progetti, evitare la chiusura sociale, valorizzare i miglioramenti anche piccoli, non misurare la vita solo in base alla malattia. In situazioni in cui la malattia è grave o a prognosi incerta, lo psicologo lavora anche su temi delicati legati alla paura, alla perdita, alla speranza realistica e al significato dell’esperienza. L’obiettivo non è togliere il dolore, ma umanizzarlo e renderlo condivisibile, senza lasciare la famiglia sola. La malattia di un figlio è una delle prove più impegnative per una famiglia. Ovviamente è figura che non cura la malattia, ma si prende cura di chi la attraversa. Offre uno spazio in cui le emozioni trovano parola, le paure vengono contenute e le risorse valorizzate. Aiutare una famiglia non significa solo sostenerla nel momento critico, ma restituirle la possibilità di vivere nonostante la malattia, con dignità, consapevolezza e legami più solidi.

Alessandra Campanini -Psicologa – Sessuologia Clinica e Forense

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