di MARCELLO MANCINI
Ho incontrato Pippo Baudo due volte. La prima, molti anni fa, quando con la corale Polifonica del mio paese, abbiamo partecipato a Domenica in. E lui, gran conduttore, ci seguì con comprensione e professionalità: noi, gruppo di dilettanti, che cercò di guidare come se viceversa fossimo carichi di esperienza, alla esibizione in diretta tv, teleguidati dal suo maestro di fiducia, Pippo Caruso.
La seconda, pochi anni fa, quando ero direttore della Nazione, e Pippo Baudo venne invitato al Caffè della Versiliana. Lo intervistai, insieme all’allora direttore del Tirreno, Roberto Bernabò, sullo spaccato di storia della televisione italiana. Ma poi il discorso si allargò inevitabilmente alla storia del costume del nostro Paese. Ma anche questo era un osservatorio riduttivo, perché Pippo Baudo ha abbracciato – e lo raccontò, all’epoca, con passione – un universo totalizzante che è andato dagli anni Sessanta all’inizio del terzo millennio. Ha attraversato la politica (non ha mai nascosto le sue simpatie per la Democrazia Cristiana), il disagio sociale (i problemi della disoccupazione al Festival di Sanremo), gli umori civili (il presidente della Rai Enrico Manca, definì il suo modo di far televisione, <nazional popolare>).
Perché Pippo Baudo non era un semplice presentatore. Aveva una preparazione culturale assai superiore alla media, e uno spessore che affiorava in tutte le occasioni che gli si presentassero. Anche quelle impreviste, che riusciva a gestire non banalmente ma, anzi, sapeva sfruttare come elemento dello show. Qualunque evento gli capitasse in diretta.
Quando oggi sento definire presentatori, <eredi di Pippo Baudo>, mi viene da sorridere, perché Pippo non ha eredi. Questi epigoni sono magari <bravi presentatori>, ma mai con quel quid che a Baudo derivava dai suoi studi, dalla sua educazione culturale e familiare. Era figlio di un apprezzato e stimato avvocato di Catania, Giovanni Baudo, che apparteneva a quel ceto borghese e professionale che trasmetteva agli eredi la propria condizione.
Altro elemento in più: Pippo Baudo sapeva cantare e suonare gli strumenti. La musica l’aveva imparata da autodidatta, su un pianoforte arrivato a casa – raccontò lui – in un modo avventuroso. <Il nonno materno era un commerciante di agrumi e si era accordato con un cliente tedesco: in cambio di un vagone di arance e limoni, avrebbe avuto dalla Germania un pianoforte>.
A margine di quell’intervista alla Versiliana del 2014, ci rivelò le ubbie di tanti personaggi che aveva incrociato: di quelli che aveva scoperto, lanciato e di quelli che aveva pilotato nello showbiz con le difficoltà che manifestavano per il loro carattere speciale. Sempre, però, con una signorilità che non gli è mai mancata.
A cena, si sa, le confessioni vengono meglio e sono anche un po’ più sincere. Scoprii quindi i capricci di tanti famosi artisti, che mai avrei sospettato e ho la presunzione di aver colto anche qualche <debolezza>, se così mi è permesso di definirla, di quell’uomo che per mezzo secolo è stato il re della televisione: potente e ascoltato. 
Erano altri tempi, come si dice in questi casi, però credo che Pippo Baudo abbia saputo anche interpretare i cambiamenti intervenuti nel nostro Paese: dagli anni Sessanta, quelli del boom e della novità delle famiglie italiane davanti alla tv, a quelli difficili, di piombo, i Settanta. E poi gli Ottanta, il ritorno alla leggerezza e perfino all’effimero. Pippo Baudo c’è sempre stato, adeguandosi eppure mantenendo le sue abitudini. Mai derogando dal suo costume, dall’educazione siciliana, dai suoi valori, dal rispetto di tutti. Il presentatore <nazional popolare> ha saputo trasformare quella che era una critica del presidente della Rai (e che difatti lì per lì lo fece arrabbiare) in un riconoscimento. Anzi, in un’etichetta che tutti cercano ancora di imitare. Senza riuscirci: perché Pippo Baudo era sì <nazional popolare>, ma nel senso che piaceva a tutti; gli altri restano spesso, invece, proprio come Pippo, quella volta, rispose polemicamente a Manca: <regionali e impopolari>.
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