DIRETTORE RESPONSABILE FRANCESCO CARRASSI

21 Febbraio 2026

La Vulvodinia non è solo questione di testa

AGIPRESS – La vulvodinia è una condizione caratterizzata da dolore cronico nella zona vulvare, spesso descritto come bruciore, punture, irritazione o fastidio persistente, in assenza di una causa medica evidente. Per molte donne, il dolore compare durante i rapporti sessuali, quando si indossano abiti stretti o persino stando sedute a lungo. Nonostante sia più diffusa di quanto si pensi, la vulvodinia resta poco conosciuta e spesso sottovalutata, con importanti ripercussioni psicologiche ed emotive. Dal punto di vista medico, la vulvodinia è considerata una condizione multifattoriale, i fattori neurologici, infiammatori, muscolari e ormonali possono contribuire alla sua comparsa. Tuttavia, la dimensione psicologica gioca un ruolo fondamentale sia nell’esperienza del dolore sia nel modo in cui la persona lo affronta. Il dolore cronico, infatti, non è solo un fenomeno fisico, ma coinvolge il sistema nervoso centrale e l’elaborazione emotiva. Quando il dolore persiste nel tempo, il cervello può diventare più sensibile agli stimoli (un processo chiamato sensibilizzazione centrale), amplificando la percezione dolorosa. Ansia, stress e stati di ipervigilanza corporea possono mantenere attivo questo circuito, creando un circolo vizioso, più si teme il dolore, più il corpo si tende e più il dolore aumenta. Le conseguenze psicologiche della vulvodinia possono essere profonde. Molte donne riferiscono sentimenti di frustrazione, vergogna o senso di colpa, soprattutto quando il dolore interferisce con la vita sessuale e relazionale. Non è raro che si sviluppino ansia anticipatoria rispetto ai rapporti, evitamento dell’intimità, calo del desiderio e difficoltà nella comunicazione con il partner. In alcuni casi, l’esperienza ripetuta di incomprensione o diagnosi tardive può alimentare vissuti di solitudine e sfiducia verso il proprio corpo o verso il sistema sanitario. Un altro aspetto importante riguarda l’identità corporea e femminile. Quando una parte del corpo associata al piacere e alla sessualità diventa fonte di dolore, può emergere una percezione di “tradimento” del proprio corpo. Questo può influenzare l’autostima, l’immagine corporea e il senso di adeguatezza nella sfera affettiva e sessuale. L’approccio più efficace alla vulvodinia è multidisciplinare. Oltre alle terapie mediche e fisioterapiche (come la riabilitazione del pavimento pelvico), il supporto psicologico può essere un elemento chiave. Interventi di tipo cognitivo-comportamentale aiutano a ridurre la paura del dolore, a interrompere i meccanismi di evitamento e a sviluppare strategie di gestione dello stress. Tecniche di rilassamento, mindfulness e consapevolezza corporea possono favorire una relazione più sicura e meno tesa con il proprio corpo. Anche il coinvolgimento del partner, quando presente, può essere molto utile. Una comunicazione aperta sull’esperienza del dolore e sui bisogni emotivi riduce il rischio di incomprensioni e favorisce forme di intimità alternative, non centrate esclusivamente sulla prestazione o sulla penetrazione. Un elemento centrale nel percorso di cura è la validazione dell’esperienza. Sentirsi credute, comprese e informate riduce l’isolamento e rappresenta spesso il primo passo verso il miglioramento. La vulvodinia non è “tutto nella testa”, ma mente e corpo sono profondamente connessi: lavorare su entrambi i livelli permette di ridurre la sofferenza e migliorare la qualità della vita. Parlare di vulvodinia in modo aperto e informato significa rompere il silenzio attorno al dolore femminile e promuovere una visione della salute che integri dimensione fisica, psicologica e relazionale. Perché prendersi cura del dolore significa, prima di tutto, prendersi cura della persona nella sua interezza.

Alessandra Campanini-Psicologa-Sessuologia Clinica e Forense

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