Il commento di MARCELLO MANCINI
Siamo stanchi di vedere la politica fatta ad esclusivo uso e consumo dei politici anziché della comunità che dovrebbero rappresentare e tutelare. Lo dimostra con chiarezza l’atteggiamento della gente, che infatti non va più a votare per il senso di impotenza e la certezza ormai maggioritaria, che i rappresentanti del popolo rappresentino solo i loro personali interessi. Fossero solo l’occupazione di una poltrona in una istituzione o semplicemente in un Palazzo che gestisca il potere.
Qualcuno dirà: è sempre stato così. Niente affatto. Da quando non ci sono più le preferenze, i cittadini sono stati privati anche di quel briciolo di possibilità di scegliere le persone in cui credono, costretti a ratificare decisioni prese in altre stanze nel nome di una ben studiata corsa al potere.
Il deprimente spettacolo dei partiti, o presunti tali, che si accapigliano per destinare i posti più vantaggiosi a maggiordomi vari, senza tener conto del valore e delle capacità, si ripresenta ad ogni consultazione, sia politica che amministrativa.
I partiti non sono più tali, si sono trasformati da tempo in comitati elettorali, se non comitati d’affari, uffici di collocamento a beneficio di amici, amici degli amici, che non sanno magari mettere tre parole in fila ma sono fedelissimi al capo. Ed è quanto basta.
Questi sedicenti partiti non cercano di presentarsi agli elettori con soluzioni serie per i problemi veri: le deprimenti campagne elettorali sono imbottite di promesse irrealizzabili e non di tentativi di convincere quanti non andranno a votare, che c’è una strada da percorrere per migliorare la vita di tutti. E che l’impegno è quello di percorrerla per il bene comune. La politica, come diceva don Lorenzo Milani, è <sortire insieme dai problemi>, perché <sortirne da soli è avarizia>. Oggi siamo invasi dagli avari, che emergono in grande quantità in prossimità delle kermesse pre voto: sempre più brevi, sempre meno credibili. Le liste di nomi che vengono sottoposte ai cittadini, sono compilate con l’aiuto della calcolatrice, in base alla possibilità di essere eletti, non certo sull’impegno di spingere argomenti importanti e delicati, che esprimano ricette e soluzioni.
Anche in questi giorni abbiamo assistito a sfide agguerrite più all’interno delle singole coalizioni alleate fra loro, che con le liste concorrenti. Progetti e strategie che girano molto alla larga dai problemi della gente.
Competizione politica non vuol dire farsi la guerra per spartirsi quell’ormai misero 50 per cento che sicuramente andrà a votare, ma cercare maggiore seguito nell’opinione pubblica che sta nell’altro 50 per cento, che invece non ha nessuna voglia di recarsi alle urne, che chiamiamo astensionisti e che cresce sempre di più.
Le prossime elezioni regionali costituiranno un altro colpo alla democrazia partecipata nel nostro Paese. Nessuno ha più voglia di partecipare. Ed è un segnale pericoloso, perché dietro la rinuncia c’è sempre il rischio che cresca la protesta. E sarebbero guai ancora peggiori.





