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6 Marzo 2026

La Nouvelle Vague di Richard Linklater, anatomia di una rottura

AGIPRESS – Non sono solita consigliare film che sono già in programmazione nelle sale, questa volta sento però di dover fare un’eccezione. Nouvelle Vague merita di essere visto al cinema, lasciandosi attraversare dalla sua energia imprevedibile. Diretto da Richard Linklater, il film si muove in un territorio curioso e affascinante, racconta la nascita di un capolavoro come Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard, ma allo stesso tempo sembra voler ricreare il clima febbrile che ha dato origine alla Nouvelle Vague. Non è soltanto un racconto biografico o storico; è quasi un esperimento, un gioco cinefilo che prova a guardare il passato con lo stesso spirito libero che lo ha generato.

Parigi, 1959-1960, un gruppo di giovani critici e appassionati, tra cui François Truffaut, Claude Chabrol, Jacques Rivette e Éric Rohmer, sta lentamente trasformando il cinema francese. In mezzo a loro c’è Godard, interpretato da Guillaume Marbeck, pronto a girare il suo primo lungometraggio con un entusiasmo che sfiora l’incoscienza. Attorno a questa costellazione di nomi si percepiscono le presenze, quasi tutelari, di figure come Jean Cocteau, Robert Bresson, Roberto Rossellini e Jean-Pierre Melville.
Ciò che rende Nouvelle Vague davvero interessante, però, non è soltanto la ricostruzione storica. Linklater sembra voler imitare l’essenza di quegli anni più che raccontarla. Si procede con un ritmo libero, a tratti disorientante ma spensierato, come se la forma stessa stesse cercando di liberarsi dalle regole. Ne emerge un’opera che non si limita a parlare di rivoluzione cinematografica, ma tenta di incarnarla.Il film, uscito nelle sale italiane il 5 marzo, prodotto da ARP Sélection e distribuito da Lucky Red in collaborazione con Bim Distribuzione; fa uscir fuori il quadro di una generazione di giovani autori che, spinti da una forte urgenza interiore, hanno ridefinito i confini del linguaggio cinematografico.

Guardandolo si percepisce con chiarezza la forza di una frattura estetica. Viene messa in scena la nascita di uno sguardo nuovo, in cui il cinema smette di aderire alle forme consolidate per cercare linguaggi più istintivi, spesso imperfetti, ma vitali. In questo senso il suo valore sta proprio nel ricordare come ogni vera innovazione cinematografica nasca da un gesto consapevole di distanza dalle regole esistenti, capace di ridefinire il modo stesso di pensare e fare cinema.

Elena Sofia Vitali

AGIPRESS

 

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