DIRETTORE RESPONSABILE FRANCESCO CARRASSI

24 Settembre 2025

la mappa della contaminazione dei ghiacciai

AGIPRESS – Milano – Il rapido arretramento dei ghiacciai, legato all’aumento delle temperature
globali, non comporta solo una riduzione delle riserve idriche e l’innalzamento del livello dei mari, ma
anche un nuovo rischio: il rilascio di inquinanti accumulati nel corso dei decenni.
A dimostrarlo uno studio condotto dal gruppo di ricerca dell’Università Statale di Milano guidato da Marco
Parolini, professore presso il Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali, con il sostegno di One Ocean
Foundation e Giorgio Armani, all’interno del più ampio progetto “Il mare inizia da qui” della Fondazione.
L’indagine, pubblicata sulla rivista scientifica Archives of Environmental Contamination and Toxicology, ha
coinvolto 16 ghiacciai italiani, mappando la presenza di inquinanti organici e inorganici e le rispettive fonti
di contaminazione. I risultati mostrano come i ghiacciai, considerati a lungo i “congelatori” del Pianeta,
siano oggi vere e proprie sentinelle ambientali: accumulano sostanze inquinanti prodotte dall’essere
umano e, con la loro fusione accelerata a causa del cambiamento climatico, rilasciano tali composti nei
corsi d’acqua e negli ecosistemi marini.
Ghiacciai e inquinamento globale
Queste sostanze, tra le quali figurano metalli pesanti, composti organici persistenti (POPs) come DDT e PCB
e altri contaminanti emergenti, trasportate per via atmosferica o derivanti da fonti locali come attività
estrattive, impianti sciistici o residuati bellici, rimangono intrappolate nel ghiaccio per anni. Il loro rilascio
durante la fusione minaccia la qualità delle acque e la salute degli ecosistemi a valle, evidenziando
l’interconnessione tra sistemi montani e marini attraverso il ciclo dell’acqua.
«Con il progetto “Il mare inizia da qui” vogliamo mostrare in modo concreto come il ciclo dell’acqua sia un
sistema unico e interconnesso: ciò che accade sulle cime delle montagne ha effetti diretti sugli ecosistemi
vallivi e marini», ha dichiarato Jan Pachner, Segretario Generale di One Ocean Foundation. «Inoltre, il
progetto si inserisce in parallelo con le attività della Fondazione nel Mar Mediterraneo, dove monitoriamo
gli stessi inquinanti analizzati nei ghiacciai, evidenziando ancora una volta la profonda connessione tra
sistemi solo apparentemente lontani». Tra il 2020 e il 2021 i ricercatori hanno raccolto campioni di detrito sopraglaciale da 15 ghiacciai alpini e
l’unico ghiacciaio appenninico, il Calderone.
Nei laboratori dell’Università Statale di Milano i campioni sono stati analizzati per identificare la presenza di
metalli pesanti (Fe, Al, Mn, Pb, Cd, Hg, Zn e altri), sostanze già presenti in natura che possono diventare un
problema in elevate concentrazioni, e composti organici persistenti (DDT, PCB, HCB), sostanze chimiche
prodotte dall’uomo.
I dati hanno rivelato una contaminazione diffusa da elementi in traccia, con concentrazioni variabili da
ghiacciaio a ghiacciaio. Alcuni, come l’Ebenferner, presentano livelli più elevati di metalli tossici (Cd, Hg,
Pb, Zn), probabilmente legati alla vicinanza di infrastrutture sciistiche. In altri, come il Preda Rossa, la
contaminazione è attribuibile a caratteristiche geologiche locali.
«Raccogliere campioni di detrito sopraglaciale ci ha permesso di ottenere una fotografia unica dell’attuale
contaminazione» ha dichiarato Marco Parolini, primo autore dello studio. «Questo approccio non solo
consente di misurare con precisione gli inquinanti, ma anche di comprendere meglio i meccanismi
attraverso cui questi contaminanti vengono trasportati, accumulati e rilasciati negli ecosistemi a valle».
Conclusioni e prospettive
Lo studio conferma che i ghiacciai italiani svolgono un duplice ruolo: da un lato accumulano e conservano
contaminanti derivanti da attività passate e presenti, dall’altro li rilasciano con la loro fusione,
contribuendo al rischio ambientale a valle. Questa dinamica evidenzia come l’inquinamento rappresenti
un problema comune che attraversa gli ecosistemi: le sostanze intrappolate nei ghiacci raggiungono i corsi
d’acqua e, infine, il mare, mettendo in connessione ambienti apparentemente lontani ma in realtà
profondamente interdipendenti.
Le evidenze raccolte sottolineano l’importanza di un monitoraggio costante non solo delle sostanze
“storiche”, ma anche dei contaminanti emergenti, per valutare gli effetti sulla qualità delle acque e sugli
ecosistemi acquatici.
In questo quadro, il progetto Il mare inizia da qui si inserisce in una visione olistica promossa da One Ocean
Foundation, che collega la salute dei ghiacciai a quella del mare. Questo approccio integrato, che combina
ricerca, educazione e sensibilizzazione, rappresenta uno strumento fondamentale per affrontare sfide
globali come il cambiamento climatico e l’inquinamento ambientale.
One Ocean Foundation (OOF), nata a marzo 2018, è un'iniziativa italiana di rilevanza internazionale per la
salvaguardia dell'oceano. La Mission della Fondazione è di accelerare soluzioni ai problemi degli oceani ispirando
leader internazionali, aziende e individui, promuovendo un’economia blu e migliorando la conoscenza degli oceani
attraverso l’ocean literacy. L'elemento distintivo di One Ocean Foundation è rappresentato dal proprio network e da un
comitato scientifico di altissimo livello e, al tempo stesso, da una forte spinta divulgativa, al fine di accrescere la
consapevolezza e creare relazioni costruttive tra tutti gli stakeholder impegnati a più livelli nella marine preservation.
Codice etico di OOF, la Charta Smeralda: un documento innovativo, accessibile a tutti attraverso il sito
www.1ocean.org che guida individui e organizzazioni verso comportamenti rispettosi dell'ambiente marino. Agipress

ARTICOLI CORRELATI
Torna in alto