AGIPRESS – Nessuno era pronto a questa notizia del 01-01- 2026, quando ancora tutto è in sospeso del nuovo inizio anno, invece mi trovo qui a scrivere e soprattutto come si possa sopravvivere ad una tragedia di questo genere. Quando un evento improvviso e violento irrompe nella nostra vita, come la strage avvenuta a Crans-Montana nella notte di Capodanno, la prima sopravvivenza non è solo fisica, ma soprattutto psichica. Il trauma non finisce quando il pericolo termina: spesso è proprio lì che comincia. Dal punto di vista psicologico, il trauma non coincide semplicemente con ciò che è accaduto, ma con come il sistema nervoso lo ha vissuto e registrato. Due persone esposte allo stesso evento possono reagire infatti in modi molto diversi. Questo perché il trauma dipende da fattori come il senso di impotenza provato, la percezione di minaccia alla vita, la possibilità (o meno) di fuggire o chiedere aiuto, la presenza di altre persone significative. Nella strage di Crans-Montana, molti sopravvissuti hanno raccontato di aver avuto solo pochi secondi per reagire. In queste condizioni estreme, il cervello entra in modalità di emergenza, disattivando le funzioni riflessive e affidandosi a risposte automatiche: fuga, immobilità, confusione. Nei giorni e nelle settimane successive a un trauma, possono comparire reazioni che spaventano chi le vive, ma che sono normali risposte a una situazione anormale come immagini intrusive o flash improvvisi, difficoltà a dormire, ipervigilanza, sentirsi sempre “in allerta”, intorpidimento emotivo ed il bisogno di evitare luoghi o situazioni simili. Queste reazioni non indicano debolezza, al contrario, mostrano che la mente sta cercando di proteggersi e di dare un senso a ciò che ha superato la sua capacità di elaborazione immediata. Uno degli equivoci più diffusi sul trauma è l’idea che guarire significhi tornare esattamente alla persona che si era prima, in realtà, il trauma cambia, ma non necessariamente distrugge. La sopravvivenza psicologica passa spesso attraverso tre fasi non lineari: stabilizzazione, il ritrovare sicurezza nel corpo e nella quotidianità; elaborazione dare parole, immagini e significato all’esperienza; integrazione collocare l’evento nella propria storia senza esserne dominati. Ovviamente non si tratta di dimenticare, ma di ricordare senza essere travolti. In eventi collettivi come Crans-Montana emerge spesso una ferita silenziosa: il senso di colpa del sopravvissuto. Pensieri come “Perché io sì e loro no?” o “Avrei potuto fare di più” sono comuni, anche quando razionalmente non c’era alcuna possibilità di controllo. Dal punto di vista psicologico, questo senso di colpa è un tentativo della mente di riprendere controllo: se è “colpa mia”, allora l’evento non è stato completamente casuale. Lavorare su questo aspetto significa aiutare la persona a distinguere tra responsabilità reale e bisogno umano di dare un ordine al caos. La psicologia mostra che uno dei fattori più protettivi dopo un trauma è la presenza di relazioni sicure, come l’essere ascoltati senza essere forzati a raccontare, sentirsi creduti e non essere giudicati per le proprie reazioni. Tutto questo favorisce la riorganizzazione interna. Il trauma isola, la cura, spesso, connette. Non tutte le persone sviluppano un disturbo post-traumatico, ma quando i sintomi durano per mesi, peggiorano nel tempo e interferiscono con la vita quotidiana, rivolgersi a un professionista non è un segno di fragilità, ma di responsabilità verso sé stessi. La psicoterapia del trauma non cancella ciò che è successo, ma aiuta a rimettere il passato al suo posto. Eventi come la strage di Crans-Montana ricordano quanto la vita possa essere fragile e imprevedibile, ma la psicologia ci insegna anche che l’essere umano possiede una straordinaria capacità di resilienza, non quella eroica e silenziosa, ma quella fatta di lentezza, sostegno, parole e tempo. Sopravvivere a un trauma non significa essere invincibili, significa, molto più umanamente, imparare a vivere con una cicatrice che non definisce chi siamo, ma testimonia che siamo andati avanti.
Alessandra Campanini-Psicologa-Sessuologia Clinica e Forense
AGIPRESS





