
AGIPRESS – “Avere 15 anni non è facile, essere in piena adolescenza è terribile, ti senti inadatta, il tuo corpo sta cambiando e non ti piaci. A stento ti riesci a guardare allo specchio e quando accade ti senti sprofondare perché le altre mie coetanee hanno capelli stupendi e make-up fantastici, io vorrei solo sparire, per non parlare dell’atmosfera che c’è in casa mia. Mi sentivo disorientata. Così ho iniziato a fare Autolesionismo, avevo visto un video sui social, ho provato per gioco, ma adesso non riesco a smettere!”
Questo è lo sfogo di una ragazza che dopo un lungo percorso è riuscita ad aprirsi.
Quando la società ti mette alla prova e ti fa sentire inadatto/a e l’unica scelta o ancora di “salvezza” è l’autolesionismo. Come avviene tutto ciò? Con tagli, bruciature, contusioni autoprodotte o altre forme di danno fisico volontario, tutto questo non è un “teatro” per attirare l’attenzione né una semplice ribellione. Purtroppo è una tecnica molto più diffusa di quanto si possa pensare. Per molti adolescenti è la modalità più concreta che hanno trovato per far uscire dal corpo un dolore che dentro è insopportabile. Numerosi studi e meta-analisi recenti stimano che circa una ragazza o un ragazzo su sei abbia sperimentato, almeno una volta, comportamenti autolesionistici in adolescenza. Le forme non suicidarie di autolesionismo (NSSI, non-suicidal self-injury) sono particolarmente frequenti nelle comunità giovanili e risultano più elevate tra le ragazze rispetto ai ragazzi. Questo non è un fenomeno raro: è un campanello d’allarme collettivo. Non c’è una sola causa. L’autolesionismo emerge da una moltitudine di fattori regolazione emotiva perché molti giovani usano il dolore fisico per “scaricare” emozioni travolgenti (ansia, vergogna, rabbia) che non sanno gestire diversamente. Influiscono anche le Relazioni familiari e sociali come i conflitti a casa, isolamento, bullismo, o legami interrotti aumentano il rischio. È stato appurato che dinamiche familiari negative e difficoltà scolastiche sono fattori di rischio significativi. Ovviamente anche le condizioni psichiatriche e neurodiversità, come depressione, disturbi d’ansia, disturbi della personalità emergenti, e talvolta condizioni neuro-evolutive, possono essere associate all’autolesionismo. Non diamo per scontati i modelli sociali e cultura digitale, la condivisione online può normalizzare i gesti e offrire tecniche imitative, rendendo più probabile che comportamenti rischiosi si diffondano tra pari. Spesso il gesto è accompagnato da segnali che si possono osservare stando vicino a queste persone: vestiti inappropriati al clima per coprire il corpo, ferite ripetute in aree simili, cambiamenti improvvisi nell’umore, isolamento dai coetanei, peggioramento del rendimento scolastico, o discorsi che suggeriscono disperazione o non vale la pena vivere. Ci tengo a sottolineare che noti tutto ciò, non minimizzare: agire presto può fare la differenza! Rapportarsi con un giovane che pratiche l’autolesionismo non è facile, ma bisogna intervenire con un dialogo, perché parlare può salvarlo. Come possiamo farlo? Ascolta senza giudicare. Frasi come “Capisco che stai soffrendo” o “Grazie per avermelo detto” sono molto più potenti di rimproveri. Bisogna mostrare preoccupazione concreta, non panico. Reazioni drammatiche non servono a nulla e potrebbero spingere il giovane a chiudersi. Non bisogna assolutamente minimizzare il gesto o usare frasi “stai esagerando” o “lo fai per attirare attenzione “aumenta la vergogna e l’isolamento. Se pensi ci sia rischio imminente per la vita, è necessario cercare aiuto urgente (in Italia: 112 o recarsi al pronto soccorso). C’è bisogno di un aiuto pratico. Accompagnare il ragazzo/a ad un consulto con il medico di famiglia, il servizio di salute mentale o uno specialista, può essere il primo passo per un percorso di cura. Le linee guida raccomandano una valutazione psicosociale tempestiva da parte di professionisti formati. È appurato che, gli interventi più efficaci non sono “soluzioni lampo”, ma percorsi strutturati: valutazione clinica completa, terapie psicologiche focalizzate sulla regolazione emotiva (ad esempio terapie basate sulla mentalizzazione o Cognitive Behavioural Therapy detta anche CBT), e il coinvolgimento della famiglia quando è appropriato. Tuttavia, l’evidenza su trattamenti che riducano definitivamente la ripetizione dell’autolesionismo è ancora in sviluppo; serve più ricerca e politiche di presa in carico precoce e continua. Possiamo prevenire l’autolesionismo e ridurre lo stigma, educando gli insegnanti e operatori sanitari. Piccole azioni come ascoltare, chiedere, mantenere un contatto empatico possono costruire reti protettive che tengono lontano il gesto autolesionista. Le ferite che si autoinfliggono devono essere viste come richieste di aiuto e che dietro a tutto ciò c’è un giovane che non riesce a trovare le parole o non riesce ad affrontare un suo dolore. Non sottovalutare mai una richiesta d’aiuto anche implicita. Se sei un genitore, un insegnante, un amico: chiedere, restare vicino, e accompagnare verso aiuto professionale sono atti di cura che possono salvare una vita. Il dolore dei giovani non è un segreto da mantenere: ma dobbiamo aiutare e a far capire che chiedere aiuto non è un fallimento, ma l’inizio di un nuovo capitolo chiamato “AMORE PER SÉ STESSI”.
Alessandra Campanini, Psicologa Clinica
AGIPRESS





