Il commento di MARCELLO MANCINI
La scomparsa di Francesco Guccini segna la fine della bella stagione in cui l’Italia sapeva discutere senza offendersi, dialogare senza alzare la voce anche da fronti diversi e perfino opposti. Per ascoltare la musica di Guccini ai concerti delle Feste dell’Unità, con il fiasco di vino appoggiato ai suoi piedi, che ogni tanto impugnava come il microfono, c’erano tutti. Anche chi non votava comunista. Perché la politica, all’epoca, non divideva, ma univa anche se contrapposta, perché bisognava trovare una sintesi e il <vaffa> era un sistema inconcepibile, sconosciuto e non contemplato, come si diceva allora, in un <Paese democratico>. Erano tempi migliori? Certamente sì. Nessuno si vergognava di ascoltare e amare le canzoni di Guccini, perché ci insegnavano che il confronto era il sale della crescita, perché la ricerca dell’accordo era un percorso necessario, perché si poteva rinunciare o ammorbidire qualche principio intransigente per andare incontro all’avversario. Senza calcoli elettorali e guerre personali. E’ triste dirlo, ma simulacri come Francesco Guccini non ne esistono più. Nè esisteranno chissà per quanto ancora, perché questo nostro tempo delle contrapposizioni ideologiche non partorirà personaggi al di sopra delle misere guerricciole di parte. Uno come Aldo Moro, sempre citato e poco studiato, parlava di <convergenze parallele>, espressione antitetica e per molti incomprensibile perché ritenuta inconciliabile. Invece significava proprio un punto d’incontro fra partiti o idee molto diversi e lontani fra loro, che pure mantenevano una sostanziale coerenza con le rispettive linee politiche. Era il tempo di Moro, ma anche di Enrico Berlinguer, giganti di un’Italia che cresceva indossando l’<eskimo> e che per molti aspetti rimpiangiamo, al netto delle allegorie rivoluzionarie cantate fra i monti di Pavana. E Francesco Guccini oggi, muove queste memorie nella generazione alla quale appartengo, che è stata educata alla convergenza e non allo scontro a prescindere. Guccini ha scaldato cuori e passioni – come si direbbe oggi: trasversali – perché ha cantato il sentimento di tutti, politico e culturale, senza appartenenze. La giustizia è giustizia, la libertà è libertà: a tutte le latitudini. E oggi Guccini viene rimpianto e celebrato forse anche perché è personaggio della stagione che ci sfugge sempre più, non per colpa del tempo che corre come una <Locomotiva>, ma degli uomini <avvelenati> che non sanno più rispettarsi e parlare fra loro.





