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26 Settembre 2025

Garlasco, indagato l’ex procuratore Venditti: nuove ombre sul caso Poggi

AGIPRESS – Nuovo colpo di scena nel giallo di Garlasco. A diciotto anni dall’omicidio di Chiara Poggi, la Procura di Brescia ha iscritto nel registro degli indagati l’ex procuratore capo di Pavia, Mario Venditti, con l’accusa di corruzione in atti giudiziari.

Secondo l’ipotesi investigativa, Venditti avrebbe ricevuto tra i 20 e i 30 mila euro per favorire l’archiviazione di Andrea Sempio, amico del fratello della vittima, indicato in passato come possibile sospetto. A supporto dell’accusa, un appunto manoscritto sequestrato nel 2017 con la scritta “Venditti gip archivia x 20.30 euro”, che i pm interpretano come prova di un accordo illecito.

Nelle ultime ore sono scattate perquisizioni nelle abitazioni dell’ex procuratore, a Pavia, Genova e Campione d’Italia, e nei domicili dei familiari di Sempio. La difesa di Venditti respinge ogni addebito, sostenendo che l’ex magistrato non abbia avuto ruoli diretti nell’indagine sull’omicidio Poggi né nel processo che portò alla condanna di Alberto Stasi, oggi in carcere con una pena definitiva a 16 anni. Anche la famiglia Sempio parla di “semplice preventivo di spese legali”.

La nuova inchiesta si inserisce in un quadro già controverso, tra dubbi sull’arma del delitto, reperti biologici e sospetti sulla presenza di più persone sulla scena del crimine.

Il delitto di Garlasco non smette di interrogare l’Italia. Non tanto – o non solo – per l’atroce destino di Chiara Poggi e per la vicenda giudiziaria di Alberto Stasi, ma perché, a distanza di quasi due decenni, continua a rivelare fragilità sistemiche della giustizia.

L’accusa di corruzione che oggi tocca un ex procuratore capo è un colpo durissimo, che rischia di minare non solo un procedimento, ma la credibilità stessa delle istituzioni. Perché se davvero un magistrato avesse piegato il suo ruolo a interessi privati, il danno andrebbe ben oltre il singolo caso, incrinando il patto di fiducia che lega i cittadini alla giustizia.

C’è poi un altro aspetto: la lunga sequenza di indagini, perizie, ricorsi, revisioni, fino ai più recenti dubbi sulla presenza di più persone sulla scena del crimine. È come se il delitto Poggi fosse diventato una sorta di prisma, in cui ogni nuova indagine rifrange un colore diverso, aggiungendo sospetti e ipotesi ma senza mai restituire un quadro nitido. In questa confusione, a farne le spese è la verità, e con essa la memoria stessa di Chiara.

Il Paese ha bisogno di chiarezza, non di dietrologie infinite. Serve rigore, trasparenza, coraggio nel riconoscere gli errori e fermezza nel punire eventuali responsabilità. Perché la giustizia non è solo il tribunale: è il patto di fiducia che tiene insieme una comunità. Se viene meno, restano solo i fantasmi. E a Garlasco, di fantasmi, ne abbiamo già abbastanza.

Letizia Tassinari

AGIPRESS

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