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9 Gennaio 2026

Divine Comedy e la corsa clandestina del cinema verso la libertà

AGIPRESS – Divine Comedy di Ali Asgari è una commedia che si muove sul filo sottile tra ironia e urgenza politica, usando il sorriso come strumento di resistenza. Al centro del racconto c’è Bahram, regista iraniano quarantenne, interpretato da Bahram Ark, che porta addosso il peso di anni di tentativi falliti, sogni compressi e porte chiuse in faccia. I suoi film esistono, sono stati realizzati con ostinazione e onestà, ma nel suo Paese non hanno mai trovato uno spazio di visione: la censura del Ministero della Cultura li ha sempre fermati prima ancora di incontrare uno sguardo.

Asgari costruisce il film come una corsa sghemba e disperata, che prende forma dopo l’ennesimo rifiuto ufficiale. Bahram decide di compiere un gesto tanto semplice quanto radicale: mostrare il suo film, comunque e a chiunque. Lo fa insieme a Sadaf, la produttrice interpretata da Sadaf Asgari, figura fondamentale del racconto, sarcastica, lucida, capace di trasformare la frustrazione in un’arma affilata. In sella a una Vespa malconcia, i due attraversano spazi reali e simbolici, evitando controlli, improvvisando sale di proiezione, adattandosi a un sistema che sembra fatto apposta per schiacciare ogni slancio creativo.

Il viaggio diventa così molto più di un espediente narrativo. È un percorso interiore che costringe Bahram a interrogarsi sul senso stesso del fare cinema: ha ancora valore un film che non può essere visto? Dove finisce il compromesso e dove inizia il coraggio? Divine Comedy non offre risposte nette, ma osserva con attenzione il conflitto tra arte e potere, senza mai appesantirsi di retorica.
La commedia diventa allora una forma di sopravvivenza, un modo per raccontare l’assurdità del controllo e la tenacia di chi continua a creare nonostante tutto. Asgari sceglie un tono leggero solo in apparenza, dietro cui si avverte costantemente il rischio, la paura e la precarietà. Ne emerge un film vitale, attraversato da un’energia inquieta, che parla di Iran ma anche di ogni contesto in cui l’arte è costretta a giustificare la propria esistenza. Un atto d’amore verso il cinema come spazio di libertà, fragile e necessario.

Elena Sofia Vitali

AGIPRESS

 

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