AGIPRESS – Per la prima volta il diabete di tipo 1 può essere rallentato prima ancora che si manifesti in forma conclamata. Le nuove terapie immunologiche stanno cambiando l’approccio a una patologia autoimmune cronica che colpisce soprattutto bambini, adolescenti e giovani adulti, aprendo la strada non solo al controllo della glicemia, ma alla prevenzione dell’esordio. La novità principale si chiama Teplizumab, un anticorpo monoclonale recentemente approvato in Europa. «È in grado di ritardare l’insorgenza del diabete di tipo 1 di circa tre anni e, quando la malattia compare, l’esordio è generalmente più lieve», spiega il professor Paolo Fiorina, ordinario di Endocrinologia all’Università degli Studi di Milano e direttore dell’Unità di Endocrinologia e Diabetologia dell’ASST Fatebenefratelli-Sacco. Il farmaco agisce selettivamente sui linfociti T responsabili dell’attacco alle cellule pancreatiche che producono insulina. «Tre anni senza malattia, soprattutto in età giovane, significano qualità di vita e normalità. È il primo passo per modificare la storia naturale della patologia».
Il diabete di tipo 1, causato da una reazione autoimmune e non dallo stile di vita, interessa circa lo 0,2% della popolazione italiana ed è in aumento, con un incremento stimato del 3% l’anno. Solo a Milano si registrano ogni anno fino a 200 nuovi casi. Finora la terapia si è basata esclusivamente sulla somministrazione di insulina, con il rischio di complicanze nel lungo periodo. Accanto a Teplizumab, la ricerca sta esplorando altre strategie immunomodulanti per spegnere l’autoimmunità e preservare la funzione del pancreas. Tra queste, anche un progetto italiano: Immunostem, sviluppato dall’Università di Milano con partner internazionali, utilizza cellule staminali autologhe modificate con tecniche di terapia genica e poi reinfuse per esercitare un’azione antinfiammatoria mirata, senza immunosoppressione generalizzata. La sperimentazione clinica è in fase di avvio.
«Il diabete di tipo 1 resta una sfida complessa – conclude Fiorina – ma oggi abbiamo strumenti per intervenire prima, rallentare la progressione e cambiare il decorso della malattia. Fino a pochi anni fa sembrava impensabile».
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