DIRETTORE RESPONSABILE FRANCESCO CARRASSI

16 Luglio 2026

Dentro l’abisso dei “bravi ragazzi che uccidono” con Vittoriana Abate

AGIPRESS – In un Paese in cui il femminicidio continua a rappresentare una ferita aperta e a interrogare quotidianamente la coscienza collettiva, il saggio d’inchiesta “Non chiamatelo amore. Quei bravi ragazzi che uccidono” (Graus Edizioni) si propone come uno strumento d’indagine necessario e senza sconti. Scritto a quattro mani dalla giornalista Rai Vittoriana Abate e dall’avvocato Cataldo Calabretta, il libro vanta la prefazione dell’On. Martina Semenzato (Presidente della Commissione Parlamentare d’inchiesta su Femminicidio e violenza di genere) e la postfazione dell’avvocato Claudia Eccher (componente del CSM).
Ho incontrato Vittoriana Abate per analizzare i contorni di questo fenomeno e comprendere, nel profondo, lo scopo che anima il loro lavoro.

Chi è Vittoriana Abate
Laureata in Giurisprudenza all’Università di Salerno, Vittoriana Abate è una delle firme più autorevoli e storiche del giornalismo giudiziario e d’inchiesta italiano. Da ben venticinque anni è l’inviata di punta di Porta a Porta, programma per il quale ha seguito in prima linea i casi di cronaca nera che hanno segnato la storia recente del nostro Paese: da via Poma ad Avetrana, passando per Garlasco, Perugia e il delitto di Melania Rea.
La Abate incarna un modo di fare giornalismo sul campo che sfugge alle logiche asettiche della turnazione telegiornalistica: “A Porta a Porta segui un caso, lo abbracci e lo porti con te per tutta la vita”. Questa dedizione e la sua formazione giuridica le permettono di analizzare i fatti di cronaca non solo come notizie passeggere, ma come spie di un profondo malessere culturale e sociale.

Dottoressa Abate, lei si occupa di cronaca nera e giudiziaria da moltissimo tempo. Com’è cambiato negli anni il racconto giornalistico di questi drammi?
C’è stata un’evoluzione radicale e, purtroppo, non sempre positiva. Se penso agli anni tra il 2009 e il 2015 il racconto della cronaca era decisamente più morbido, quasi sussurrato. Oggi, al contrario, assistiamo spesso a una narrazione urlata, quasi “da stadio”.
Come giornalisti rischiamo di cadere in cliché e in errori di comunicazione gravissimi. Ci si sofferma sul dettaglio esagerato, come ad esempio le 47 coltellate ovvero l’overkilling, che in realtà è un particolare irrilevante rispetto alla vera genesi del delitto. La volontà omicida nasce molto prima. Concentrandoci in modo morboso sulla figura dell’assassino, rischiamo di trasformare dei criminali in personaggi pubblici, normalizzando il male invece di fare un omaggio rigoroso alla memoria delle vittime.

Il sottotitolo del libro fa riferimento a “quei bravi ragazzi che uccidono”. Chi si nasconde dietro questa definizione?
È il paradosso più spaventoso che riscontriamo sul campo. Quando raccogliamo le testimonianze di vicini, amici o parenti di un uomo che ha commesso un femminicidio, la risposta è quasi sempre una formula standard: “Era una persona tranquilla, un bravo ragazzo, un lavoratore”. Questa è la prima, enorme sconfitta della nostra società.
Questi uomini non sono mostri improvvisi, ma soggetti che mostrano precisi comportamenti di dominio, possesso, controllo del telefono o geolocalizzazione ossessiva. Sono i cosiddetti “reati spia”. Se l’ambiente circostante minimizza o giustifica queste condotte, si normalizza la violenza fino all’esplosione finale.

Qual è, dunque, lo scopo fondamentale che vi ha spinto a scrivere questo libro?
Lo scopo principale di questo saggio è scardinare alla radice la lettura patriarcale e possessiva che ancora oggi condiziona il modo in cui il femminicidio viene raccontato, compreso e talvolta “giustificato”. Vogliamo togliere ogni alibi e sradicare qualsiasi narrazione indulgente o sentimentalistica nei confronti degli assassini. Non c’è spazio per le letture romantiche del “raptus di follia” o del “troppo amore”.
Il nostro obiettivo è fornire alle donne, ma anche alle famiglie, alle scuole e alle istituzioni, gli strumenti per saper cogliere tempestivamente i primi segnali di pericolo. Come scrivo nell’introduzione, occorre comprendere che uno schiaffo o una spinta non sono mai “solo” gesti fisici, ma rappresentano una precisa volontà di abusare del corpo e insultare l’anima. Vogliamo spingere le donne a compiere una scelta interna drastica (make a choice) prima che sia troppo tardi, superando l’illusione di poter “cambiare” l’altro o la tendenza ad assolvere comportamenti disturbati.
Inoltre, il libro si propone di offrire uno sguardo multidisciplinare. Grazie alla sinergia con Cataldo Calabretta, uniamo l’inchiesta giornalistica all’analisi dell’evoluzione legislativa (fino all’introduzione del reato autonomo di femminicidio nel 2025), arricchendo il tutto con i contributi di magistrati, psicologi, avvocati e attivisti dei centri antiviolenza. Vogliamo dimostrare che la violenza di genere non è un fatto privato, ma un’emergenza pubblica che ci riguarda tutti.

Nel libro analizzate casi noti, come quello di Giulia Cecchettin. Cosa ci insegnano queste storie?
Ci mostrano l’escalation del controllo e la drammatica incapacità maschile di accettare il rifiuto, il “no”. Analizzando le chat tra Giulia e Filippo Turetta, emerge in modo chiaro come lei cercasse continuamente un compromesso pacifico per non ferirlo, pur sapendo di doverlo allontanare. Questo istinto di protezione verso l’uomo, storicamente tramandato alle donne, è purtroppo una trappola.
Molti dei casi che trattiamo nel libro presentavano segnali precisi che avrebbero potuto prevenire il dramma se solo non fossero stati ignorati dall’indifferenza generale o coperti da parenti e conoscenti.

Sul fronte normativo ci sono stati passi importanti, come il reato autonomo di femminicidio nel 2025. È sufficiente?
Le leggi in Italia sono diventate molto severe ed efficaci. Dal Codice Rosso del 2019 che ha velocizzato le indagini, fino alle misure preventive del 2023 (braccialetto elettronico, ammonimento del questore), e infine alla legge del 2025 che punisce il femminicidio con l’ergastolo.
Tuttavia, la pena e il carcere sono sempre la certificazione di un fallimento: quando si applicano, una vita è già stata spezzata. La vera chiave di volta è l’educazione all’affettività e al rispetto. Dobbiamo lavorare sulle agenzie educative, famiglie, scuole, università, soprattutto oggi che vediamo casi terribili commessi da ragazzi giovanissimi. Finché non insegneremo il rispetto dell’identità e della libertà altrui fin dall’infanzia, non riusciremo mai a sradicare questa piaga alla radice. AGIPRESS.

Francesca Danila Toscano

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