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9 Dicembre 2025

Così la scienza moderna riscrive la storia del terremoto che devastò la Liguria

AGIPRESS – Uno dei terremoti più devastanti della storia italiana torna sotto la lente della scienza con risultati destinati a influenzare la valutazione del rischio sismico nel Nord-Ovest del Paese. Un team di ricercatori dell’Università di Trieste, dell’Università di Genova e dell’OGS – Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale ha ricostruito con un dettaglio mai raggiunto prima il sisma che nel 1887 colpì duramente la Liguria e la Costa Azzurra, provocando oltre 600 vittime e generando uno tsunami. Lo studio, pubblicato su Nature Scientific Reports, ha stimato una magnitudo pari a 7.2, molto più elevata di alcune precedenti valutazioni, e ha confermato che l’evento fu generato da una faglia inversa inclinata verso Nord, un meccanismo che comporta l’accorciamento della crosta terrestre e il sollevamento del blocco roccioso sovrastante.

Dai magnetogrammi ottocenteschi alle simulazioni moderne

La novità principale della ricerca è l’impiego dei magnetogrammi storici, registrazioni ottocentesche del campo magnetico terrestre provenienti da osservatori di Regno Unito e Francia. Pur non essendo strumenti progettati per monitorare terremoti, i ricercatori sono riusciti, grazie alla digitalizzazione e all’analisi avanzata dei segnali, a estrarre informazioni preziose sul movimento del suolo durante il sisma. Per validare i risultati, gli studiosi hanno simulato diversi scenari di faglia e la risposta degli strumenti dell’epoca, confrontando i segnali ricostruiti con quelli originali. Come termine di paragone è stato utilizzato anche il terremoto dell’Emilia del 2012.

Implicazioni per la sicurezza sismica

Il sisma del 1887 è considerato dalla Protezione Civile un evento di riferimento per la definizione degli scenari di scuotimento in Liguria occidentale. Le nuove stime rafforzano la necessità di aggiornare i modelli ufficiali di pericolosità sismica, confermando l’esistenza nella regione di un regime compressivo favorevole alla formazione di faglie inverse. Il professor Stefano Parolai, direttore del Dipartimento di Matematica, Informatica e Geoscienze dell’Università di Trieste, sottolinea come questi risultati contribuiscano a colmare il vuoto informativo che precede l’avvento dei sismografi moderni: «I magnetogrammi storici possono diventare una risorsa inaspettata per comprendere i grandi terremoti del passato e migliorare la sicurezza delle comunità». Anche il ricercatore genovese Gabriele Tarchini evidenzia il valore multidisciplinare dell’approccio adottato: «In assenza di registrazioni strumentali dirette, ogni dato diventa utile per ricostruire il passato sismico e contribuire a mitigare il rischio».

Una ricerca che guarda al futuro

Il lavoro apre scenari nuovi per lo studio dei terremoti storici in Europa e offre strumenti più solidi per la pianificazione della sicurezza, soprattutto in aree densamente popolate come la Riviera ligure. Comprendere meglio il grande terremoto del 1887 significa anche migliorare la prevenzione e la resilienza delle comunità di oggi.

AGIPRESS

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