AGIPRESS – Arriva nelle sale italiane in punta di piedi, complice la contemporanea uscita dell’attesissimo Il Diavolo veste Prada 2, Kokuho. Il Maestro di Kabuki. Un film che sicuramente merita la nostra attenzione e un proprio spazio, perché capace di lasciare un segno profondo in chi sceglie di incontrarlo.
Ambientato nel Giappone degli anni Sessanta, il film, diretto da Sang-il Lee, segue il percorso di Kikuo, un ragazzo che, dopo la morte del padre, leader di un clan della yakuza, viene accolto da Hanjiro Hanai, celebre interprete di kabuki. La sua vita si apre verso un’esistenza completamente diversa rispetto a ciò che il destino aveva riservato per lui. Lo studio, inteso come apprendimento che passa attraverso il corpo e le ripetizioni, scandisce le sue giornate. Il teatro diventa una nuova possibilità, ma anche un sacrificio continuo.
Accanto a Kikuo cresce Shunsuke, figlio del maestro, nato dentro quel mondo e già familiare con le sue regole. Tra i due si sviluppa un rapporto intenso, che si approfondisce sempre di più con il passare del tempo, mentre cercano entrambi di trovare il proprio posto in una tradizione che non ammette fragilità.
Il film attraversa diversi decenni, accompagnando i protagonisti nel loro percorso artistico e personale, sullo sfondo di un Giappone in forte cambiamento. Il loro legame viene successivamente messo in discussione con l’emergere di una questione sentita dalla maggior parte di noi: l’eredità del maestro. La loro relazione si incrina, rivelando rancori rimasti sepolti per anni.
Con Ryo Yoshizawa e Ryûsei Yokohama nei ruoli principali, affiancati da Ken Watanabe, il film è stato presentato alla Quinzaine des Cinéastes del Festival di Cannes 2025. Kokuho – Il Maestro di Kabuki riflette su cosa significhi vivere attraverso un’arte che assorbe ogni aspetto dell’esistenza, fino ad assottigliare quel confine, già naturalmente sottile, tra ciò che si è e ciò che si rappresenta.
Elena Sofia Vitali
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