
AGIPRESS – Con il successo in Cina di Andrea Kimi Antonelli, le note dell’Inno di Mameli sono tornate a risuonare in Formula 1. Per l’Italia è una giornata di festa, soprattutto se aggiungiamo la vittoria di Jannik Sinner a Indian Wells. Difficile chiedere di più.
Quella di Kimi è stata una vittoria meritata, confermata dai tempi sul giro che il diciannovenne pilota Mercedes ha inflitto al compagno di squadra George Russell. Al di là delle difficoltà in qualifica, il britannico non è riuscito a tenere il passo del bolognese: pole, giro veloce e vittoria parlano da soli.
Con l’umiltà e la purezza che lo contraddistinguono, Antonelli ha ammesso di pensare anche al Mondiale. “La strada è lunga”, ha aggiunto. Russell è lì, sente la pressione e soprattutto il dovere morale di vincere un titolo con una vettura così competitiva.
È presto per parlare di titolo iridato, ma dopo aver atteso vent’anni dal successo di Giancarlo Fisichella in Malesia, possiamo permetterci di anticipare i ringraziamenti come se fossimo alla fine di un libro, anche se il racconto è appena iniziato.
Toto Wolff ha avuto occhio nel riporre fiducia in un pilota che nelle categorie propedeutiche non ha sbagliato un colpo. Ma il lavoro più grande lo hanno fatto Gian Carlo e Giovanni Minardi, creando le condizioni perché il talento di Kimi venisse riconosciuto ai piani alti della F1.
Nel 2018, anno in cui Antonelli entrò nella Mercedes Academy, lo stesso Wolff — rispondendo a una mia domanda in italiano — ringraziò la famiglia Minardi, in particolare Giovanni, per la passione e la professionalità nella gestione di questo giovane talento.
È giusto ricordarlo e citare una fonte così autorevole, perché in questo sport si corre sempre, troppo, e spesso ci si dimentica di chi ha fatto il lavoro duro dietro le quinte.
Emiliano Maria Savini





