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Le storie dal Pronto Soccorso 2 - di Stefano Grifoni

Le storie dal Pronto Soccorso 2 - di Stefano Grifoni Le storie dal Pronto Soccorso 2 - di Stefano Grifoni

INSONNIA

AGIPRESS - «Comandante, cosa è successo…?» chiesi vedendo Paolo in pronto soccorso. Paolo aveva settantotto anni, era molto simpatico, capello biondiccio e occhi azzurri sognanti, amava la compagnia e la vita. «Ma come fa lei, dottore, tutti i giorni con persone malate, piene di problemi e con difficoltà di ogni tipo da risolvere, a stare sereno e tranquillo.» Gli risposi che fare il medico e aiutare le persone era lo scopo della mia vita. «Io non ce la farei abituato come sono a stare con gente sempre allegra e sana.» Ci eravamo incontrati per caso sulle spiagge della Versilia dove Paolo viveva con la moglie americana, e avevamo discusso a lungo sulla bellezza e i pericoli del mare. Lui mi raccontava episodi della sua vita che io trovavo affascinanti. Paolo faceva il comandante sulle navi da crociera e di avventure ne aveva vissute tante.

Gli chiesi: «Comandante, mi dica cosa la preoccupa». «Dottore da quando sono andato in pensione non dormo più, soffro di insonnia e la notte mi prende un senso di angoscia che non mi abbandona. Della mia vita non ho più ricordi ma incubi. Quando lavoravo avevo gente intorno a me, contenta, e le donne non  vedevano l’ora di stare in mia compagnia. Ora ho paura del buio. Non dormo perché ho bisogno di sentire il rumore delle macchine della nave, di vedere le luci intorno a me e la gente che cammina, allegra, che vuole divertirsi, che sogna di innamorarsi, che ride, scherza e canta.»

«La devo visitare» dissi. «Si distenda su questo lettino.» «Ma non le basta guardarmi il colore della lingua e degli occhi, chiedermi se orino bene e se vado in bagno regolarmente, se sono iperteso oppure soffro di glicemia?» «No,» risposi «non mi basta, e ora la smetta di fare il comandante…» A quelle parole Paolo fece un lungo sospiro e finalmente si distese sul lettino. Dopo la visita medica fu sottoposto a una serie di analisi del sangue i cui valori risultarono nella norma. Andai da lui e gli dissi: «Tutto bene».

Lui guardando per aria aggiunse: «Sì ma io non dormo e non so come fare, non posso andare avanti così… Quando comandavo navi di 340 metri e trasportavo milioni di turisti, durante le bufere, pensavo sempre: “E se non dovessi tornare a casa?”. Ero nell’oceano Atlantico e mentre il sole tramontava all’improvviso si alzò un vento di maestrale. Dopo poco tempo l’uragano ci avvolse con tutta la sua violenza. Dissi ai miei uomini di mettere la nave con la prua al mare. La nave si immergeva nelle onde e la situazione era apparentemente ancora dominabile. Purtroppo il vento aumentò rapidamente da trenta a sessanta nodi, così segnalava l’anemometro. Il mare era diventato bianco e onde di dieci-quindici metri si susseguivano. Sul ponte di comando non vedevo più niente e sentivo la nave come precipitare dentro la gola delle onde. Fu davvero un’impresa impedire che si mettesse di traverso. Il rumore del mare in tempesta spaventa, entra nelle orecchie e martella la mente. Ma ti emoziona e ti eccita e il cuore batte fortissimo. Controlli la paura ma ti alimenti di lei. Poi la tua anima si riempie di orgoglio e ti senti vivo. Nello stesso tempo rifletti sulla forza del mare, una forza magica e arcaica, e su come le onde vestite di bianco come tanti fantasmi possano dar vita a una energia spaventosa, devastatrice durante la tempesta».

Ascoltavo Paolo in silenzio, poi gli chiesi se durante la notte doveva mettersi seduto sul letto e se sudava freddo. Paolo capì subito quello che volevo sapere e mi rispose: «Ogni tanto il cuore si affanna e fa sentire la sua presenza, specie la notte. Non riesco a controllarmi e avere la fermezza d’animo di un tempo. Mi prende la paura e non so perché, mi viene voglia di piangere». «Probabilmente» dissi «questo le accadeva anche sulla nave. Si può essere tristi da qualsiasi parte, particolarmente di notte chiusi in una stanza.» «Sulla nave ero sempre in compagnia degli altri, gente che sapevo non avrei rivisto. Quando si lascia il lavoro si resta soli e soli si sta male presi dalla noia che impedisce di generare i sogni. Le assicuro, dottore, che ho un preciso ricordo di quegli anni. Ma la commedia del mio coraggio, quella che ha dato il senso alla mia vita, si è conclusa molto tempo fa e ha lasciato il posto alla tristezza e all’insonnia. Ho bisogno del rumore di quella vita. Lei cosa mi consiglia?»

«Comandante,» dissi «non crede che i suoi mali possano avere un’origine psicologica?» «Può essere ma io medicine non ne voglio prendere.» Risposi sorridendo e ironicamente: «Allora provi con un complesso rock che la sera suona per lei nella sua casa e che le fa rivivere i momenti belli della sua vita da comandante». Ovviamente scherzavo. Lui mi rispose: «Lo sa che ha ragione, non sopporto il silenzio della notte, forse la musica mi potrebbe conciliare il sonno. Inviterò i miei vicini di casa. Pensa che verranno?». AGIPRESS

di Stefano Grifoni

Ultima modifica ilLunedì, 02 Gennaio 2023 10:05
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