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INTERVISTA - Le mille storie di un piccolo borgo sul lago di Como

Andrea Vitali la sera della premiazione al Campionato della bugia alle Piastre (Pistoia) Andrea Vitali la sera della premiazione al Campionato della bugia alle Piastre (Pistoia)

Intervista ad Andrea Vitali, autore di grande successo, premiato alle Piastre al Campionato italiano della bugia.  Che parla di finzione  e realtà, verità e verosimiglianza. Di come nascono i suoi libri, i personaggi, della doppia professione di scrittore e medico

AGIPRESS - LE PIASTRE (PISTOIA) - E’ arrivato alle Piastre, paesino a 700 metri di altitudine sulla montagna  pistoiese, per ricevere un premio del quale, fino a pochi giorni fa, neppure sapeva l’esistenza. E sabato sera, 3 agosto, è stato insignito della laurea di “bugiardo ad honorem”, nell’ambito della tre giorni dedicata al “Campionato italiano della bugia”, manifestazione giunta alla 37esima edizione e cresciuta in modo esponenziale negli anni. Il premiato di turno è Andrea Vitali da Bellano, piccolo paese sulla sponda orientale del lago di Como, medico ma soprattutto scrittore di successo, con una lunga e ricca produzione alle spalle e con tanti riconoscimenti (fra gli altri ha vinto i premi letterari “Piero Chiara”, “Grinzane Cavour”, “Bruno Gioffrè” “Montblanc”, “Dessì”, il “Premio Bancarella”, il premio “Hemingway”, il “Boccaccio” per l’opera omnia, è stato tra i finalisti sia allo Strega sia al Campiello). Un’occasione ghiotta per intervistarlo partendo dalla “sorpresa” del premio per affrontare i molti spunti offerti dai suoi romanzi, tutti ambientati nella sua Bellano, quasi tutti negli anni ’30 e ’40.
Vitali, che effetto le ha fatto essere premiato come “Bugiardo ad honorem”?
“Conoscevo poco questo premio ed ero curioso di saperne di più. Quanto all’essere bugiardo, c’è sempre da imparare. E stasera alle Piastre sicuramente ho imparato qualcosa in più”.
La bugia che viene premiata alle Piastre sa più di racconto fantasioso, di storie e vicende narrate nel corso degli anni, piene di iperboli e fantasie varie. Anche nei suoi libri alberga la bugia ma sotto forma di chiacchiericcio e di pettegolezzo paesano. Sbaglio?
“No, è così, la bugia non manca certo dai miei scritti ma non è cattiva, non è pensata per fregare la gente. E’ più un’ invenzione, un pettegolezzo, un chiacchiericcio, insomma è creativa e benevola. E mi par di capire che sta proprio qui l’assonanza fra i miei testi e questo premio. E forse mi è stato assegnato proprio per questo”.
Come nascono le storie che narra nei suoi libri? Da dove prende spunto? Quale e quanta assonanza c’è con la realtà?
“Le mie storie sono inventate anche se spesso partono da un dato vero o verosimile. Molti dei miei personaggi nascono da storie che ho ascoltato nel corso della vita, fin dall’infanzia. Da mio padre così come dalle persone che frequentavano casa mia, magari nelle grandi riunioni dei pranzi di Natale: le tante zie, Eufrasia, Rosina, Mirandola, Cristina, Colomba, Paolina, lo zio Esilio”.
Un pozzo al quale attingere continuamente. E, stando alla vasta produzione, dal quale il materiale non manca.
“Sì, ne ho sentite davvero tante e sono state spunti infiniti per costruire sopra i libri che ho scritto e continuo a scrivere. Legando finzione e realtà, vero e verosimile. E continuando ad ascoltare le persone anche oggi, per esempio i miei tanti pazienti”.
Ecco, a proposito di pazienti, quanto sono importanti per il suo lavoro di scrittore, quale osmosi c’è fra le due professioni, quella di scrittore e medico di famiglia? E come riesce ad organizzare il suo tempo in due lavori così importanti ed impegnativi?
“I miei pazienti sono anch’essi uno spunto per le mie scritture e sono, allo stesso tempo, i miei lettori più attenti, i miei critici migliori. Il medico e lo scrittore comunicano molto fra loro. Quanto alla difficoltà di fare entrambe le cose conta molto saper dare ad ognuno dei due impegni il suo tempo e il suo spazio, avere una grande organizzazione e costanza. Sono vasi comunicanti, si alimentano ma non si disturbano”.
Lei in realtà avrebbe voluto fare il giornalista per la sua straordinaria voglia di scrivere fin da giovanissimo. Ma suo padre non fu dell’idea e da possibile giornalista è diventato medico. E scrittore. Quanto tempo ha dedicato e dedica alla lettura dei giornali e al mondo del giornalismo?
“Poco in realtà, anche nei giornali cerco l’approfondimento letterario, le pagine e gli speciali che parlano di libri e di cultura, come gli inserti domenicali sul Corriere della Sera o il Sole 24 ore o ‘Tuttolibri’ della Stampa”.
Pochi giornali e molti libri, allora. Il segreto di un buon scrittore è dunque sempre quello di essere un grande lettore. Banale dirlo ma è così?
“Credo proprio di sì, che sia una condizione dalla quale non si può prescindere. Per crearsi una base dalla quale anche inconsapevolmente si attinge, di stile narrativo, di storie. Ho letto molto in vita mia e continuo a farlo”
Torniamo ai suoi personaggi. Quanto di quelli narrati nei libro, tantissimi, una vera e propria girandola di nomi, nascono dall’osservazione della realtà, dal racconto. Non c’è niente di autobiografico, invece?
“Di autobiografico nei miei libri c’è veramente molto poco, salvo la suggestione dell’ambiente, che vivo da sempre e che narro con più naturalezza. Invece, le persone che mi narravano o mi raccontano ancora oggi episodi, aneddoti, storie, sono la base dei miei racconti e spesso sono diventati spesso essi stessi personaggi. Ovviamente non si è trattato di un lavoro di pura trasposizione ma di un continuo intervento di rielaborazione della realtà. Il personaggio deve diventare verosimile non vero”.
Fra i suoi libri mi ha particolarmente colpito “Dopo lunga e penosa malattia”, una sorta di noir, forse la storia più gialla della sua produzione, se non l’unica catalogabile in quel contesto. Non intende cimentarsi di più su questo versante, vista la riuscita del libro?
“Quel libro è forse l’unico giallo vero e proprio anche se elementi del genere non mancano in altri miei romanzi. In quell’occasione volevo calcare la mano su un novembre umido e piovoso e cercavo una trama che lo sostenesse. L’ho trovata con una storia crepuscolare, che invita al mistero. Anche a me piace leggere i gialli ma non è la mia specialità. Insomma non sono uno scrittore di gialli e non lo diventerò oggi”.
Tutti i suoi libri, comunque, sono ambientati in un piccolo paese sul lago di Como, il suo paese, quello dove è vissuto in tutti questi 57 anni. Evidentemente questo non è per lei un limite. Non teme però la chiusura dentro un microcosmo, per quanto pieno di spunti e molto intrigante?
“Come le dicevo gli spunti non mi sono mai mancati né mi mancano e non vivo Bellano come un limite, anzi. Dirò di più, che non mi piace, in generale, chi si chiude nel proprio orticello. Qui sul lago ci sono in piccolo i problemi del mondo, anche se in modo meno intenso e meno drammatico, e io scrivo delle storie del mondo, come dicevo prima, fra verità e verosimiglianza”.
E salvo poche eccezioni, come l’ultimo libro, “Un bel sogno d’amore”, ambientate gli anni ’30 e ‘40. Perché?
“Era un’epoca più vivace, con più lavoro, più gente. E poi mi è sempre piaciuto creare nei miei testi quel sottofondo di un fascismo da operetta, da filodrammatica, quasi un’anticipazione della commedia all’italiana”.
I paragoni fra scrittori sono sempre difficili e a volte un po’ imbarazzanti. Nel suo caso, quello a cui si ricorre più spesso è con Piero Chiara. Le sembra giusto? Le fa piacere o la infastidisce?
“Piero Chiara era sicuramente un maestro di struttura narrativa e l’accostamento è certo lusinghiero. Ma se dovessi scegliere un autore al quale l’accostamento mi convince di più è quello con Guareschi. Lo sento più vicino, anche per l’infanzia vissuta in campagna. Penso all’amore per la terra, penso al fieno, alle stalle. In questo senso ho maggiore affettività per Guareschi”.

Agipress

Ultima modifica ilDomenica, 04 Agosto 2013 16:03
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