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INCHIESTA - La disomogeneità della famiglia

disomogeneità della famiglia disomogeneità della famiglia

La famiglia in alcuni casi non è in grado di configurarsi come un fattore protettivo nello sviluppo di bambini e adolescenti, e diventa invece il luogo in cui essi sono esposti a situazioni potenzialmente pregiudizievoli. Nostra inchiesta.

Agipress - La genitorialità appare oggi sempre più attraversata da profonde tensioni, esposta a condizioni di vita stressanti, crescenti incertezze e solitudine. Sempre più spesso, inoltre, le madri e i padri sono soli con i compiti educativi e con le difficoltà che inevitabilmente accompagnano la crescita di un figlio. Aumentano le fonti di stress, mentre si riducono non solo il tempo a disposizione, la disponibilità e la predisposizione all’ascolto, ma anche il supporto di parenti e amici. La sofferenza di tante famiglie si fa, così, silenziosa, si nasconde dietro un’apparente normalità, spesso nell’indifferenza o nell’inconsapevolezza di coloro che le circondano. Consapevoli dell’importanza dell’ascolto tra genitori e figli quale premessa di armonici percorsi di sviluppo, riteniamo, infine, che sia necessario sollecitare i genitori ad ascoltare, osservare e parlare con i propri figli; per scoprire come vivono, cosa pensano, cosa desiderano, per ascoltare cosa hanno da chiedere ma anche per aiutare a comprendere, accompagnandoli per mano durante la crescita ed affrontare in sintonia le quotidiane difficoltà. Meccanismo probabilmente sfasato nella famiglia di una ragazza si 16 anni del milanese, che da dodici mesi è chiusa in una comunità protetta per le incomprensioni con la famiglia. La 16enne ha raccontato ad uno psicologo delle discussioni che si ripetevano tra le mura di casa sempre più accese, poi il suo racconto è arrivato ai servizi sociali e di lì al Tribunale dei Minori che ha deciso per un allontanamento temporaneo dalla famiglia. Sono passati dodici mesi e il giudice sta attendendo ancora la relazione conclusiva degli assistenti sociali per fissare l’udienza e stabilire se la ragazza possa tornare a casa. Lei vuole tornare, tanto che ha già tentato la fuga diverse volte dalla comunità. I genitori dicono che forse sono stati un po’ violenti e severi con la figlia, ma solo perché frequentava amicizie che non piacevano, e dicono di volerle bene, e che un anno di separazione non può che essere stato dannoso. La rivogliono a casa ma per ora la situazione è bloccata. Una storia che fa pensare alla disomogeneità e frammentarietà delle famiglie, ma non solo, a volte anche di coloro che possono prendersene cura, come in questo caso gli assistenti sociali che esitano a fare la relazione conclusiva che riporterebbe la ragazza a casa propria.

Abbiamo analizzato alcuni aspetti legati al sistema famiglia, ed in particolar modo aspetti critici che la famiglia stessa si trova ad affrontare, anche quando vive situazioni simili al caso riportato, con due professionisti esperti del settore a cui abbiamo rivolto alcune domande.

PATRIZIA DOMENICHINI 

Medico specializzato in Psichiatria, Siena

Il mutamento del “sistema famiglia” cosa comporta nel mondo dell’adolescente?

Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad un cambiamento radicale della famiglia che porta i figli ad essere soddisfatti in primis solo materialmente e questo perché i genitori e, in modo particolare la madre, sono sempre più occupati all’esterno della famiglia stessa. Ciò porta, inevitabilmente, ad essere più permissivi e, quindi, a non opporre rifiuti netti per situazioni che i genitori non ritengono idonee (frequentazioni sbagliate, uso di sostanze e di alcol anche in giovanissima età). Ne deriva l’incapacità, da parte del giovane, di accettare la frustrazione del “no” e, di conseguenza, lo sviluppo di un’aggressività nei confronti di coloro che pongono il divieto. Tale aggressività può, talvolta, manifestarsi anche attraverso il tentativo di esasperare fatti realmente accaduti. Si può, comunque, affermare che dal punto di vista causale l’aggressività non dovrebbe essere spiegata solo come reazione a frustrazioni, ma anche come difesa della vita: un organo esecutivo della libido, realizzatore degli oggetti dell’Es.

Come intervenire professionalmente in casi di disagio familiare?

Per quanto riguarda il ruolo delle figure professionali, in prima istanza il terapeuta deve porre in osservazione il nucleo familiare nella sua globalità per evidenziarne comportamenti aggressivi, non necessariamente fisici. Occorre far sì che tale osservazione si realizzi in due fasi: la prima riguardante i singoli soggetti e la seconda riguardante le dinamiche del gruppo. Il lavoro così svolto deve poi essere integrato dagli assistenti sociali per una visualizzazione del nucleo familiare nell’ambiente domestico. Attraverso le loro osservazioni, gli assistenti sociali possono così portare al completamento il lavoro del terapeuta. Si auspica l’allontanamento del minore solamente nel momento in cui sia stato evidenziato un reale stato di disagio derivante dall’inadeguatezza delle figure genitoriali. Per quanto concerne il caso in questione, sarebbe auspicabile che le procedure di indagine avvenissero nel minor tempo possibile, anche per l’esplicita richiesta del minore di rientrare in famiglia. In particolar modo ritengo che nei casi di separazione, soprattutto con  figli piccoli, sarebbe opportuno valutare la capacità di ciascuno dei coniugi di non far ricadere sui figli la frustrazione del loro fallimento attraverso la  rispettiva demolizione, che porterebbe inevitabilmente ad un inadeguato sviluppo emotivo del bambino.

ANNA BARRACCO 

Psicologa Psicoterapeuta, Milano

Quali sono le difficoltà che abitualmente si incontrano nei colloqui clinici con i minori?

Uno psicologo che riceve una domanda di consultazione da parte di un adolescente minorenne, fra i 12 e i 17 anni, si trova a dover affrontare un problema etico-deontologico a priori, prima ancora di affrontare il caso specifico, in carne ed ossa. Egli parla con una persona che giuridicamente è un minore, dunque è soggetto alla patria potestà dei genitori; a rigore, questo soggetto non può decidere autonomamente di sottoporsi ad una cura, che è un atto che implica l'espressione di una volontà giuridicamente piena. Del resto questo il minore lo sa bene, perché  si trova molto spesso obbligato a  coinvolgere i genitori, se non altro per il pagamento delle sedute. Eppure questa osservazione è tutt'altro che banale, e non va considerata come un mero cavillo giuridico. Un cittadino con meno di 18 anni è un minore, per la legge, ma molto diversa è la posizione di un bambino di 4 o 7 anni, rispetto a quella di un ragazzo di 15, 16 o 17. Diversa è la capacità-volontà di autodeterminarsi, diversa può essere anche la valutazione che lo psicologo deve fare - e che diventa cruciale - della necessità e della giusta tempistica del coinvolgimento dei genitori.

Cosa pensa riguardo al fatto che una ragazzina di 16 anni  possa essere sottratta facilmente ai genitori in seguito a dissapori familiari?

Nel caso in questione, la ragazza di 16 anni, come tutti gli adolescenti e anche moltissimi giovani anche più in là negli anni, porta una questione, una sofferenza, un conflitto, che chiama in causa fin da subito il rapporto con i genitori. Tuttavia non va da sé che questi genitori  debbano essere coinvolti in modo automatico, senza cioè passare attraverso la dinamica della cura, cioè attraverso un lavoro con la ragazza che la porti a trovare la forza, la responsabilità, di farsi  artefice di questo incontro. Ciò che qui, invece, sembra sia  avvenuto,  è che il livello della "legge", l'Altro della legge sia intervenuto automaticamente, come un "deus ex machina", al di fuori di una negoziazione, al di fuori di un discorso, e in questo modo viene meno, viene vanificata, l'efficacia sia dell'intervento terapeutico che di quello giuridico. E' chiaro che si tratta di un'ipotesi, poiché mancano elementi sufficienti per approfondire il caso dal punto di vista clinico. Non si sa se la ragazza si è rivolta spontaneamente e da sola al servizio, non è chiaro se gli assistenti sociali hanno agito in autonomia, ovvero se la segnalazione alle autorità competenti è stata fatta d'intesa con lo psicologo. 

L'intervento dell'autorità tutoria in molti casi può essere molto utile, all'interno di una cura, ma dev'essere uno strumento che il clinico deve poter calibrare, ovvero deve poterne calcolare l'impatto sull'universo di soggetti su cui l'intervento va ad incidere. Molto spesso, invece, purtroppo, anche nei casi gravi e controversi di sospetti abusi sessuali, scattano automatismi, che sono veri e propri agiti e che purtroppo rischiano di vanificare sia  l'intervento psicoterapeutico  che l'autorevolezza e l'efficacia dell'intervento del Giudice.

realizzata da Davide Lacangellera

Agipress

 

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