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La città invisibile, una mostra fotografica sulla Salute Mentale a Grosseto In evidenza

La città invisibile, una mostra sulla Salute Mentale a Grosseto La città invisibile, una mostra sulla Salute Mentale a Grosseto

L'introduzione al catalogo fotografico ad opera di Corlito e Cardamone

AGIPRESS- GROSSETO - Una mostra fotografica sulla Salute Mentale dal titolo "La città Invisibile" ad opera del fotoreporter Uliano Lucas si può ammirare presso il Museo Archeologico della Maremma di Grosseto fino al 19 ottobre. L'iniziativa è inserita nell’ambito della kermesse artistico-culturale “La città visibile”, organizzata da Fondazione Grosseto Cultura, una manifestazione culturale che vuole raccontare il territorio maremmano, con i suoi centri urbani, in modo nuovo e lontano dagli stereotipi attraverso mostre d’arte, di fotografia, di architettura, ma anche eventi multidisciplinari. Di seguito proponiamo l'introduzione al catalogo fotografico di Uliano Lucas ad opera di Giuseppe Cardamone e Beppe Corlito.

"Le foto di Uliano Lucas rappresentano un resoconto intenso dell’incontro tra lo sguardo del fotoreporter ed il lavoro che nel territorio grossetano è stato compiuto nel campo della salute mentale. In particolare alla prima lettura emerge lo specifico ambito costituito dalla deistituzionalizzazione, dal lungo lavoro per il superamento del manicomio e per l’applicazione della legge 180, ovvero la scoperta che fuori dalla dimensione istituzionale della psichiatria tradizionale (i luoghi della segregazione manicomiale) si può apprezzare la soggettività sofferente e autentica delle persone con problemi di salute mentale. Tutte le fotografie di Uliano Lucas hanno un valore documentario, ci testimoniano con la forza dell’evidenza quanto sia importante questa parte della nostra storia italiana, a volte troppo frettolosamente dimenticata o considerata “scontata”: una storia costellata di altri rapporti, ma nel continuo ritorno al feroce bisogno d’incontrarsi e scontrarsi con un’alterità che ci rivela la sofferenza e il dolore psichici. In primo luogo le fotografie fissano sull’obiettivo un elemento fattuale-concreto, documentano quello che è stato ed è in continuo divenire un processo storico, la deistituzionalizzazione in tutta la sua complessità. Contestualmente l’artista, attraverso l’uso del bianco e nero, cercando di carpire l’espressione dei volti, con un punto di vista semplice e realistico, talvolta minimalista (interni, arredi, stoviglie e vita quotidiana), cerca di sottolineare quello che di più intimo ha prodotto questo cambiamento nell’animo individuale e collettivo. Contemporaneamente il suo sguardo è generale e sociale come testimoniano gli scorci urbani che fanno da co-protagonisti in molte foto (i “torrini”, piazza delle catene, Villa Pizzetti). Perché la deistituzionalizzazione non riguarda solo la storia della psichiatria italiana, ma ha segnato un profondo mutamento antropologico e culturale, ha modificato il nostro modo cognitivo ed affettivo di rappresentare la salute mentale, ha scardinato un meccanismo difensivo-proiettivo che confinava in alcuni soggetti e dentro le mura di un’istituzione la sofferenza psichica. Ma queste persone ci somigliano nel quotidiano vivere e nei bisogni fondamentali,  gli “altri” assomigliano così profondamente a noi, appartengono a questa comune umanità, gli “altri” siamo anche noi. Uliano Lucas, da fotoreporter di fama e da vero artista che riflette sulla realtà, ci fa interrogare più o meno in questa direzione: c’è qualcosa che rende le sue foto diverse dalle altre che mostrano le persone con problemi di salute mentale?  La forza di queste foto sta tutta nella loro semplicità ed immediatezza: elementi che, forse con durezza, rendono conto di un mondo e di una condizione dell’esistenza che altrimenti non sarebbero conosciuti e valorizzati. Le sue foto  ci restituiscono una città nella città, i cui abitanti possono sfuggire alla vista degli altri, tollerati se non creano problemi, con il rischio di diventare trasparenti e invisibili, una sorta di arredo urbano aggiuntivo. Se si fanno notare per un comportamento fuori dalle righe rischiano di essere messi fuori dal gruppo umano, ai margini della comunità. Eppure sono persone che abitano, lavorano, producono, si incontrano, amano, parlano, si rendono utili spesso in mansioni che i più rifiutano. Stranieri nella loro stessa città, come se parlassero un’altra lingua, aliena e incomprensibile a quelli che corrono dietro alle bandiere del consumo e del successo economico.

Queste foto documentano l’esistenza di questa città invisibile, della fatica quotidiana di persone sofferenti per diventare cittadini a tutti gli effetti con gli stessi doveri e gli stessi diritti degli altri: il difficile percorso per rendersi visibili, per diventare cittadini come gli altri. Hanno spesso come unico supporto i loro familiari e gli operatori del servizio pubblico di salute mentale, con cui lavorano spalla a spalla, come si vede bene in molte foto. La nostra città ha fatto molto  nel corso di oltre 60 anni (la nascita del primo servizio territoriale di salute mentale a Grosseto, il CIM come si diceva allora, è nel 1954, uno dei primi in Italia, molto prima che la legge Mariotti li istituisse nel 1968);  gli enti locali hanno messo a disposizione nelle costruzioni dell’edilizia popolare appartamenti per le strutture protette e per le convivenze autonome e hanno facilitato opportunità di lavoro nel pubblico, nel privato e attraverso le cooperative, ma soprattutto i grossetani hanno espresso concretamente la loro solidarietà. Vi è poi una invisibilità “seconda”: mentre possiamo fotografare i “prodotti” della psichiatria tradizionale, quelli che un approccio moderno alla salute mentale di comunità ha liberato dalla segregazione, non possiamo fotografare la nostra “normalità” o meglio sarebbe dire la nostra salute mentale. Per farlo dovremmo andare nei luoghi di aggregazione sociale spesso inesistenti, nei quartieri residenziali, talvolta “dormitori” privi di vita propria (per fortuna pochi, ma recenti nella nostra città), nei luoghi di lavoro negati e spesso deserti o inesistenti nella crisi attuale. Lucas ce ne ha dato un saggio nel suo precedente reportage sulla città di Grosseto (La città visibile , Effigi, 2011). Ciò di cui dobbiamo prendere atto consapevolmente è che, mentre esiste con fatica e sofferenza un'immagine sociale della malattia mentale, di cui si trova traccia in queste foto, non esiste un’immagine sociale della salute mentale. 

Invano il lettore attento la cercherà nelle immense memorie elettroniche del web. Tale invisibilità corrisponde ad un paradigma scientifico ancora dominante: mentre esistono più o meno compatte le discipline psicologico-psichiatriche (e l’elenco delle discipline che si occupano della sofferenza psichica umana potrebbe continuare a lungo), non esiste “una scienza della salute mentale”. Sembra difficilissimo trovare una definizione socialmente condivisa di quanto pensiamo debba essere la salute psichica.  Sicuramente  la salute mentale va considerata un bene comune. Occorre una cultura preventiva, che  muove oggi i suoi primi passi, che tuteli la salute mentale, prima che il disagio produca sintomi e patologie stabilizzate. La mostra, allora, è un modo con cui la comunità (non solo grossetana) si può riappropriare di un pezzo della propria storia e della propria memoria misconosciuta perché è vero che “senza salute mentale non c’è salute” (Libro verde dell’Unione Europea, 2005). Il livello di civiltà di un paese – secondo noi - si misura da quanto fa per la salute mentale, per garantire i diritti di cittadinanza a tutti i propri membri, a partire dagli “ultimi”.  Ciò che Lucas rende visibile attraverso le foto è il tratto di umanità che emerge dal quotidiano vivere, con i momenti di fatica, di gioia, di scoramento, di solitudine, di condivisione. Lo fa scegliendo quali soggetti cittadini che hanno alle spalle storie complesse, problematiche di salute mentale, in un cammino di progressivo recovery (diremmo translando in lingua italiana: “guarigione”) e riappropriazione dei propri diritti di cittadinanza. Paradigma dell’intera umanità. Rende visibili le emozioni, scie di pensieri e di progetti, di aspirazioni che danno senso al nostro esistere, alla fatica e alla bellezza di vivere. Grazie al lavoro di Lucas riceviamo questa possibilità di sguardo e di conoscenza e di ciò gli siamo grati". (Giuseppe Cardamone, Beppe Corlito)

Agipress

Ultima modifica ilMartedì, 23 Settembre 2014 18:54
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