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COMMEMORAZIONE SANT'ANNA DI STAZZEMA - L'intervento del Ministro Carrozza

SANT'AMMA DI STAZZEMA - L'intervento del Ministro Carrozza SANT'AMMA DI STAZZEMA - L'intervento del Ministro Carrozza

MINISTRO CARROZZA: "Mi impegnerò personalmente ad avviare un percorso interdisciplinare che coinvolga non solo la storia, ma anche altre discipline come la geografia e la letteratura"

 

AGIPRESS - STAZZEMA - Riportiamo di seguito il messaggio INTEGRALE del Ministro dell'Istruzione e dell'università Maria Chiara Carrozza oggi alla commemorazione per il 69° anniversario dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema.

"Caro Sindaco, Cari membri dell’Associazione Martiri di Sant’Anna, Cari cittadini, per me è un grande onore e una grande responsabilità pronunciare quest’orazione ufficiale, in questo luogo e in questa giornata. Stare in mezzo a voi è una grande responsabilità. È una responsabilità che sento come Ministro, come rappresentante del Governo che viene a rendere omaggio a un un luogo essenziale per la storia del nostro Paese; come Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, responsabile anzitutto nei confronti del futuro del Paese, che si costruisce a scuola e all'università. Ma non posso negare che questa giornata mi coinvolge ancor più profondamente. Sant’Anna di Stazzema non è un luogo come gli altri per me: la Versilia è casa mia. È un luogo della storia del Paese, un luogo della mia vita e della mia memoria. Cercando di unire le vicende personali al mio ruolo istituzionale, vorrei parlarvi proprio del rapporto tra memoria, storia e scuola.

La seconda guerra mondiale, per la mia generazione, è stata memoria, non storia. È stata un’esperienza vissuta indirettamente attraverso le testimonianze dei familiari. Le nostre famiglie, anche la mia ci hanno trasmesso la drammaticità di eventi che hanno sconvolto intere generazioni. Il loro racconto ha costituito per molti di noi un bagaglio di esperienza che ha segnato la nostra vita. Ci ha trasmesso odio per la guerra e le sue conseguenze, attenzione per gli altri e adesione ai valori di solidarietà e di cittadinanza propri della nostra costituzione. È la memoria della violenza e della morte portate dalla guerra ad aver contribuito alla costruzione dell’Europa del dopoguerra, uno spazio di pace e di opportunità edificato tenendo ben presente il dolore e la tragedia.

È questa memoria che abbiamo visto testimoniata dall’abbraccio tra il Presidente Giorgio Napolitano e il Presidente Joachim Gauck il 24 marzo e dalle parole del Presidente tedesco rivolte a Enrico Pieri: “Mi inchino davanti a Lei”. Ma andando oltre le mie sensazioni e la mia memoria ho pensato molto a come celebrare un evento cosi tragico come Ministro dell'Istruzione. Noi tutti ci inchiniamo davanti all’Italia della Resistenza e della Ricostruzione e siamo sempre chiamati ad arrampicarci sulle spalle dei giganti che ci hanno preceduto. L’Europa è rinata dalle macerie della seconda guerra mondiale grazie al lavoro delle generazioni che ci hanno preceduto e che si sono inchinate davanti a Sant’Anna di Stazzema.

Ma come sono state possibili azioni cosi? Che cosa scatta nell'uomo quando progetta un eccidio di massa, colpendo uomini, donne e bambini? Perché l'essere umano perde il controllo di se? L’indagine storica porterà le risposte a queste domande attraverso il metodo scientifico e l’analisi obiettiva. Ma già sappiamo che il furore di ideologie devastanti può essere la molla di siffatte azioni. E’ sull'essere umano e sulla sua educazione e formazione che lo Stato deve agire. La cultura, l'abitudine al confronto, il rispetto per gli altri, l'educazione sono le risposte migliori che la scuola può dare alle generazioni dei nostri studenti. A loro spetta cogliere la sfida che il Presidente Napolitano ha riassunto con grande efficacia: “Il sogno europeo – il sogno di un’Europa unita, capace di superare concezioni ristrette e ormai anacronistiche dell’interesse nazionale e del ruolo degli Stati nazionali – non è finito, non è sconfitto, non è condannato a finire nel nulla”. E il sogno europeo non sarà finito se sapremo riprendere i principi di solidarietà e di coesione sociale, e quello spirito di collaborazione, di mobilità e di fiducia nel futuro che ha caratterizzato l’Italia del dopoguerra. Un’Italia che i più giovani conoscono attraverso le testimonianze dei familiari, un’Italia che ormai si è fatta storia.

Che cos’è la storia? Questa domanda è semplice, immediata come le domande poste dai bambini, quando con la loro inesauribile curiosità si rivolgono ai genitori e agli insegnanti. Mi viene in mente a questo proposito il grande storico francese Marc Bloch. Quando per il suo contributo alla Resistenza francese venne fucilato dalla Gestapo a Lione, solo poche settimane prima dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, Bloch stava ancora lavorando al libro “Apologia della storia, o mestiere di storico”, che si apre proprio con il tentativo dello storico di rispondere alla domanda semplice, ma essenziale, del figlio bambino: “Papà, che cos’è la storia?”. Nella sua testimonianza di studioso e di persona, Bloch articola una visione per cui la storia è una “scienza”, e precisamente la “scienza degli uomini nel tempo”. Bloch non parla dell’uomo in generale, perché “l’uomo” o è un singolo o è un’astrazione, ma degli uomini al plurale.

Nella storia, l’uomo è sempre declinato al plurale: mai solo, sempre nel confronto – e nel conflitto – con gli altri. E il tempo scandisce quei confronti e quei conflitti. Proprio la storia è il mezzo fondamentale perché il circolo della testimonianza non si interrompa con la fine dei testimoni, e perché la memoria divenga un patrimonio condiviso, perché vi sia “certezza della memoria”. Grazie alla storia, la memoria diviene un monito, un monumento, come le parole di Calamandrei al criminale di guerra Kesserling, scolpite per sempre qui a Sant’Anna.

Quanto può durare la memoria? E chi sono i custodi di tale durata? Nel romanzo “L’oblio”, il premio Nobel per la Pace Elie Wiesel fa dire a un suo personaggio questa preghiera: “Tu che prevedi l’avvenire degli uomini, aiutami a non staccarmi dal mio passato”. Noi non possiamo prevedere il futuro, ma abbiamo un luogo in cui si svolge il compito richiesto dalla preghiera di Wiesel, il luogo che è per sua natura proteso all’avvenire dei nostri ragazzi: la scuola.

Credo che regimi ed ideologie che hanno segnato drammaticamente la nostra storia nazionale non albergheranno più nel mondo contemporaneo se saremo in grado di mantenere il ricordo della tragicità di questi eventi, di trasmettere ai più i giovani i valori basilari per assicurare la convivenza civile. Quindi, in realtà, noi non possiamo prevedere un futuro individuale, ma  possiamo prevedere il futuro al plurale, il futuro di un Paese: è quello che costruiamo ogni giorno nelle nostre scuole. La scuola è il luogo in cui deve avvenire un esercizio di cittadinanza e di civiltà che lega le generazioni, anche attraverso lo studio della storia. Infatti, come si dice nelle Indicazioni Nazionali del Ministero: "l’insegnamento e l’apprendimento della storia contribuiscono all’educazione al patrimonio culturale e alla cittadinanza attiva”.

Questo compito essenziale per la coscienza civile è affidato agli insegnanti, che svolgono quindi una funzione sociale e culturale fondamentale, oggi purtroppo svalutata. A scuola gettiamo le basi della mobilità sociale e dunque del progresso del Paese. Si obietta troppo spesso che l’investimento in istruzione non sia possibile in momenti di crisi economica, ma io ricordo bene che perfino la Destra liberale, la quale tassava la fame con l’iniqua imposta sul macinato, dall’altro lato investiva in modo massiccio, e con un approccio tutt’altro che di mera “contabilità”, sulla scuola e sull’università. A scuola ripercorriamo gli eventi attraverso un’analisi che assume il giusto distacco storico, ma quest’analisi ha bisogno di essere vivificata dall’esperienza. La storia, scienza degli uomini nel tempo, diventa allora anche “scienza degli uomini nello spazio”, perché è importante visitare i luoghi, come Sant’Anna, dove la storia può essere respirata e toccata con mano. Per questo mi impegnerò, con il Ministero, affinché il Parco della Pace di Sant’Anna possa ricevere il maggior numero di visite degli studenti di tutta Italia, e allo stesso tempo mi attiverò affinché questi luoghi possano essere visitati da un maggior numero di studenti tedeschi.

Mi impegnerò personalmente ad avviare un percorso interdisciplinare che coinvolga non solo la storia, ma anche altre discipline come la geografia e la letteratura, affinché ciò che è accaduto e ciò che accade a Sant'Anna sia vivo in ogni giovane italiano, in ogni studente. A scuola, infine, impariamo che la riconciliazione non è mai dimenticanza: le vittime non possono diventare mai anonime. Il lavoro d’archivio è un servizio anzitutto a loro. I loro nomi devono essere ricordati, così come i nomi dei criminali. La storia ci aiuta a dare i nomi ai problemi, a non rifugiarci in una pretesa assenza di responsabilità. Perché, come ha scritto Paolo Pezzino, contro stragi come quella che hanno subito gli abitanti Sant’Anna di Stazzema di 69 anni fa– non crimini di guerra, ma crimini contro l’umanità commessi in occasione della guerra – non vi sono prescrizione, amnistia, amnesia, oblio. Lo stesso Presidente Gauck, d’altra parte, nella sua visita ha ribadito una volta per tutte la verità storica del carattere criminale degli eventi di “barbarica ingiustizia” di Sant’Anna di Stazzema, una verità storica che dobbiamo tenere bene a mente. La verita' storica ha quindi condannato senza appello questi eventi e l'ideologia che li ha generati, a prescindere dalle criticabili decisioni del tribunale di Stoccarda. Vorrei chiudere un punto che mi sta molto a cuore. La tragedia di Sant’Anna ha avuto troppo a lungo un timbro di incomunicabilità, che deriva dalla sua unicità, da un marchio di efferatezza che ci lascia senza parole. Rimane un senso di incomprensibilità per quello che è successo, che ci porta al fondo del problema del male nell’uomo. Ma non bisogna in nessun modo arrendersi all’incomunicabilità, se si vuole seguire la causa della giustizia. La storia non è fatta di silenzio, che pure deve accompagnare il rispetto per le vittime. La storia, nella scuola e nella ricerca, deve sforzarsi di rendere comunicabile anche l’incomprensibile.

Il nostro omaggio è stato e deve essere un omaggio di parole, nel percorso fondamentale della ricerca storica così come nella scuola, laboratorio della “storia collettiva” del nostro Paese. Le mie parole avranno valore solo se saranno fonte di riflessione per altri, solo se qualcuno si fermerà un attimo a pensare a cosa è successo in quel lontano 1944 e le sue drammatiche conseguenze. Anche un solo secondo di riflessione può fare dei piccoli miracoli, per le generazioni che verranno, per non dimenticare".

Agipress 

Ultima modifica ilMartedì, 13 Agosto 2013 14:49
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