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SFRUTTAMENTO LAVORO MINORILE - 12 giugno la Giornata Mondiale. La storia di Edwin Medina

Una scuola in Perù. 12 Giurno giornata mondiale contro sfruttamento lavoro minorile Una scuola in Perù. 12 Giurno giornata mondiale contro sfruttamento lavoro minorile

Lima (Perù) – Una Scuola per  riacquistare consapevolezza di se stessi, fiducia e autostima. La storia di Edwin Medina che da piccolo scopre sulla sua pelle il dramma dei bambini lavoratori. 

 

AGIPRESS - FIRENZE - Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) sono ancora 215 milioni i minori sfruttati al mondo e la metà di questi è coinvolta nelle forme peggiori come lo sfruttamento sessuale e il traffico illegale. Una piaga sociale importante che non tocca solo Paesi in via di sviluppo, ma anche l’Europa. In Italia, ad esempio, la situazione è preoccupante: secondo l’ISTAT, 144 mila bambini tra i 7 e i 14 anni lavorano, e di questi 31.500 sono da considerarsi veri e propri casi di sfruttamento. Per l’Ires – CGIL la cifra, invece, è di circa 500 mila bambini. 

In occasione della Giornata Mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile che si celebra il 12 giugno, Cesvi ricorda la campagna internazionale “Stop Child Labour - School is the best place to work” (www.stoplavorominorile.it), promossa insieme al network europeo Alliance2015 e con il sostegno della Commissione Europea. Con questa campagna, il Cesvi intende richiamare l’attenzione dei governi, delle imprese e delle famiglie verso le vittime dello sfruttamento proponendo l’educazione come soluzione principale al problema: perché “la scuola è il miglior posto in cui lavorare”.

LA STORIA

Nato a Nueva Esperanza, uno dei quartieri più poveri di Lima, Edwin Medina scopre fin da piccolo sulla sua pelle il dramma dei bambini lavoratori.  Nueva Esperanza è una città socialmente ed economicamente difficile, in cui molti bambini sono costretti a contribuire all’economia familiare, lavorando di notte e di giorno e diventando spesso oggetto di violenze e abusi sessuali.  In questo clima, ai bambini viene negato il diritto all’istruzione. Talvolta sono gli stessi insegnanti a rifiutare gli alunni più disagiati perché ritardatari o svogliati durante la lezione. 

Ormai grande, nel 2004, Edwin decide di aiutare i bambini del suo quartiere creando un’associazione che con attività ludico-ricreative li allontana dalla strada. Nel 2007, questo metodo pedagogico porta alla creazione di una piccola scuola, riconosciuta poi dal Ministero dell’Educazione come scuola pubblica materna ed elementare.  

Qui i bambini, oltre ad accedere all’istruzione di base e a laboratori creativi, di cucina e di riciclaggio, ritrovano la concentrazione e la consapevolezza di se stessi, riacquistando gradualmente fiducia e autostima. Oggi la scuola di San Josè Obrero, coinvolgendo 150 famiglie, 12 insegnanti e molti volontari, offre un’istruzione di qualità a più di 400 bambini, tra i 4 e i 10 anni, molti dei quali sono piccoli lavoratori. 

In ogni aula, oltre alle materie scolastiche, vengono affrontate anche tematiche legate all’imprenditoria, al microcredito, alla responsabilità degli alunni nella gestione della scuola e all’importanza dell’attività del singolo nella comunità di appartenenza. Tutte le aule hanno un piccolo orto gestito dagli stessi bambini: ogni classe all’inizio dell’anno scolastico ottiene un piccolo credito per comprare le sementi e tutto il necessario per avviare l’orto o per acquistare le materie prime necessarie a produrre biscotti o oggetti di bigiotteria, che poi vengono venduti nel corso dell’anno nel villaggio. Il credito ricevuto viene restituito a fine anno e i profitti sono divisi tra i bambini. 

La San Josè Obrero non è quindi una semplice scuola ma un vero e proprio istituto produttivo, in cui il lavoro diventa un’esperienza di crescita e di maturazione e non più solo una forma di sfruttamento del minore.  

Agipress

 

Ultima modifica ilLunedì, 10 Giugno 2013 12:07
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