L'ATTENZIONE

 

 

 

 

 

 

Editoriale

 

Gioca, piccolo italiano, gioca!

Non lavorare!

 

 

 

Tredicimila posti di lavoro in 800 sale in cui gli italiani potranno giocare al Bingo, ma anche ritirare certificati anagrafici, pagare la tassa/canone della Rai e il bollo dell'auto, e acquistare biglietti per vari eventi.

E' l'ultima "invenzione" di uno Stato che può definirsi biscazziere, così come è stato definito nemico della salute dei suoi cittadini perchè favorisce la vendita di sigarette!

Così, mentre viene vietato il gioco del videopoker sull'onda emotiva di famiglie e persone rovinate, dall'altra sentenzia che il Bingo è invece il gioco buono. Forse sarà perchè il videopoker viene dal gioco americano del poker, mentre il Bingo viene dalla più casereccia tombola di tradizione italiana, e quindi lo si accetta; anche se poi, alla fine, si tratta per entrambi di gioco d'azzardo, dove l'abilità del giocatore è inesistente, e tutto è affidato al caso!

Come non bastasse questo Stato biscazziere pensa di dotare ogni regione italiana di un "casinò", dove è possibile dilapidare patrimoni di famiglia!

Allora c'è da chiedersi: se si incoraggia il cittadino a spendere danaro per il gioco (lotto, enalotto, superenalotto, totocalcio, bingo, roulette...) si pensa che il danaro arrivi nelle casse familiari per volontà dello spirito santo! Perchè non si incoraggia allo stesso modo ad andare a lavorare, a produrre, a creare ricchezza!

E, comunque, se per giocare occorrono soldi che non si hanno se non si lavora e non si guadagna, cosa si deve fare?.Andarli a rubare?

Si entrerebbe così nello stesso meccanismo del ricatto senza fine, nel senso che si ricatta una persona senza rendersi conto che la persona ricattata, alla fine, non avrà più una lira per pagare.

Che poi è come l'usura! Chi prende soldi da un usuraio è difficile che potrà restituirli e quindi si indebiterà sempre più fino a quando prenderà la decisione di uccidersi o di uccidere l'usuraio!

Altro che Medioevo!

Siamo all'aberrazione più totale del vivere civile e, purtroppo, le cosiddette istituzioni, a cominciare dallo Stato, contribuiscono a spogliarci di quello che abbiamo senza alcuna pietà. Grazie a questi comportamenti la criminalità trova ancora più spazio per far valere i propri appetiti.

E intanto è partita la guerra tra i Comuni per avere nel proprio territorio una bella casa da gioco, così mentre si spennano i giocatori le casse del fisco e dell'ente locale si gonfiano. Senza fine? Ma fino a quando ci saranno le risorse?

E quando la malattia del gioco degenera che cosa si fa? Si ricorre alla psicoterapia! E se non si hanno soldi per pagare? Allora ci pensa lo Stato amorevole e premuroso ad aiutarti a guarire, così presto avrà di nuovo un giocatore pimpante e produttore di introiti per il fisco.

E, purtroppo, insieme alle fisiche sale da gioco ci sono i casinò virtuali (sono almeno 500 in Internet) dove si gioca da casa propria con la carta di credito!


 

Francesco Canosa

 

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L'ATTENZIONE

Il Capo dello Stato Ciampi a Firenze

"condivide" le inziative sulla pena di morte

 

 

 

 

La visita ufficiale del presidente Ciampi in Toscana, svoltasi questa settimana, è stata anche la mia prima occasione di "conoscere" da vicino il Presidente della Repubblica che, in visita ufficiale in Toscana, si è fermato in Consiglio regionale per "dare atto" dell'importanza della "Festa della Toscana" fissata al 30 novembre per ricordare l'abolizione della stessa da parte dei Lorena il 30 novembre 1786.

Sono bastati alcuni minuti per capire che dietro al nome importante della carica da lui ricoperta, dietro quelle decine di giornalisti che fanno ombra ad ogni suo passo, ad ogni sua parola c'è un uomo; un uomo di media statura, sorridente, un "nonno buono" che rappresenta l'Italia davanti all'Europa, davanti al mondo, ma con una sicurezza e sobrietà che lo distingue veramente da tanti altri politici, che lo sono più per forma che per sostanza.

Con la forza di quelle sue parole, tessute con saggezza e modestia, ha presentato all'aula del Consiglio Regionale cos'è l'Europa, e soprattutto qual è il valore dell'Italia e della Toscana all'interno della Comunità Europea, senza indugiare in frasi retoriche o inutili e "drammatici" giri di parole.

Dopo aver ringraziato il Consiglio Regionale e la presentazione del Presidente dello stesso Consiglio regionale Riccardo Nencini, Ciampi ha rivolto lo sguardo alla Toscana: "Grazie per aver ricordato la forza della Toscana: terra dei diritti. E' un punto di riferimento come lo è anche la Carta dei Diritti con la quale si assicurano le prerogative di tutti gli "europei", anche quelli che faranno l'Unione europea nel futuro, che appartengono già da adesso all'Europa come civiltà, non solo all'Europa geofisica, come la Russia che ha portato l'Europa anche al di là degli Urali, oltre quelli che sono confini imposti dalla natura.

"C'è bisogno di veder riconosciuta la nostra identità in un documento - ha proseguito Ciampi - anche se per alcuni esso non è ancora abbastanza; ma innanzitutto è importante veder riunite in una serie di principi i punti fondamentali in cui si possono riconoscere gli uomini dell'Europa. Mi piace immaginare l'Europa come una serie di cerchi, sempre più ampi, che vanno a comprendere anche tutti quelli Stati che si sentono europei, pur non essendone parte costitutiva, e vogliono partecipare a questa realtà... dopo tutto se ci sono navi che ormeggiano al porto, ci devono essere anche navi "in rada".

E' importante il punto di riferimento della Carta dei Diritti anche perché ha fonte proprio in Italia, in Toscana.

"Apprezzo la vostra opera nelle varie istituzioni, ha concluso il Capo dello Stato, siete una Regione che ha presente tutta la realtà italiana, che ne è fulcro e punto di equilibrio, anche nella questione dei valori.

La Toscana è terra di passioni, è terra di equilibrio, e Firenze ne è proprio il centro. Concludo facendo gli auguri al nostro Paese, che è il più bello al mondo! E che continuerà ad avanzare. Grazie."

Prima di Ciampi aveva parlato Riccardo Nencini, presidente del Consiglio regionale il quale, tra l'altro, ha ringraziato il Presidente della Repubblica per la sua visita al Consiglio, ricordando la figura stessa di Ciampi, la sua storia di uomo libero, che i discorsi tenuti a Lipsia e più di recente a Strasburgo ed i numerosi scritti dedicati al tema dei diritti umani e dei diritti civili rappresentavano tutti un orientamento deciso, un monito, un invito alle donne ed agli uomini ed alle istituzioni a tornare a riflettere e soprattutto a fare, a tornare ad agire.

"Questa terra dei diritti - ha proseguito Nencini - che lei conosce bene perché è la sua terra, ha mescolato nei secoli una spiccata identità civica con un impareggiabile genio umanistico, sempre in un reticolo di contaminazioni e di influssi, un dare ed un avere linguistico, culturale, artistico, commerciale dove l'individualità si faceva intreccio, apertura, desiderio di conoscere, orizzonte palpitante".

"Tra noi la civiltà fu sempre più forte della scure del carnefice" scrissero nel 1859 i rappresentanti del governo provvisorio toscano. Per queste ragioni abbiamo apprezzato il suo invito a sostenere con convinzione la Carta dei Diritti Fondamentali dei Cittadini dell'Unione Europea ed il suo continuo richiamarsi ai principi fondanti della nazione.

La Carta pone al centro della sua azione la persona creando uno spazio di libertà, sicurezza, giustizia. Il godimento di questi diritti fa sorgere responsabilità e doveri nei confronti degli altri come pure della comunità umana e delle generazioni che verranno".

"Ci piace pensare che la sua opera non sia figlia del caso ma di quella Livorno - ha concluso Nencini - che per prima aveva tradotto l 'Enciclopedie ed il 'Dei delitti e delle pene' di Cesare Beccaria introducendo gli illuministi nell'Italia del tempo; la città dell'Indicatore livornese caro a Mazzini; la città più libera della Toscana nel secolo dell'unità d'Italia".

Serena Casini



 

 

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L'ATTENZIONE

 

L'Italia ha un Legislatore "insipiente"?

 

 

Servizio di Ketty Canosa

 

Legiferare: emanare, promulgare leggi; scherzosamente "dettar legge". Parlamento: organo dello Stato che, attraverso i rappresentanti eletti dal popolo, esercita il potere della formazione delle leggi e di controllo politico sul lavoro del Governo.

Queste le definizioni delle due parole che si possono leggere in un vocabolario di lingua italiana. Ma da un po' di tempo a questa parte ci sembra di notare una certa noncuranza nell'esercizio del potere di legiferazione da parte del Parla-mento italiano. O meglio: si fanno le leggi ma finalizzate al tempo presente, senza curarsi della loro reattività e della loro possibile ripercussione sul futuro.

In un certo senso potremmo affermare che il Parlamento si attenga più alla definizione scherzosa della parola legiferare, emanando leggi quasi "dettando legge" a discapito spesso delle stesse persone per le quali la legge è stata fatta.

Nel momento in cui viene stabilito che qualcosa non va e che quindi va emanata una nuova legge non si può farlo prescindendo dai contesti e da quello che la nuova legge determinerà. Insomma, emanare leggi deve significare "prevedere" , "programmare", "organizzare", non "rattoppare"!

E' importante quindi prepararsi anche ad affrontare le ripercussioni che si presenteranno e soprattutto è importante eliminare anche tutti gli effetti che la nuova legge potrebbe provocare sul passato. Non c'è cosa più orribile che fare leggi retrottative (soprattutto quando mostrano evidenti segni punitivi per il cittadino!).

Esempi se ne potrebbero fare molti: tangentopoli, conseguenza della legge contro il finanziamento illecito ai partiti che ha causato la distruzione del sistema politico italiano vigente in quel momento; dichiarazione dei redditi senza certezza del diritto: una volta presentata ci si dovebbe attendere una verifica veloce da parte dello Stato, invece il termine per il suo controllo ha raggiunto tempi esasperanti, ormai arrivati a ben sette anni! Oggi abbiamo due nuovi eclatanti esempi: i mutui a tassi usurai e le Fondazioni.

 

Tassi usurai

E' di metà novembre la sentenza della Corte di Cassazione che ha stabilito illegale un mutuo il cui tasso di interesse superava quello massimo al di là del quale si parla di usura. La sentenza, ovviamente, guardava al passato! Quindi ha innescato il meccanismo dell'effetto retroattivo! Scateando così un autentico putiferio tra Associazioni, consumatori e mondo bancario, facendo rischiare a quest'ultimo un concreto collasso, visto che potrebbe essere costretto a restituire dai 30 ai 40.mila miliardi, contro un utile annuale complessivo che tocca a malapena i 16mila miliardi!

Una crisi del sistema creditizio significherebbe una crisi del sistema economico-finanziario di tutto il Paese!

Nel mirino, paradossalmente, anche quei mutui concessi ad amministrazioni pubbliche come il Tesoro, i buoni postali e i titoli di Stato, arrivando addirittura a rappresentare una minaccia di nullità per i prestiti più vari, dalle obbligazioni bancarie ai BTp e ai buoni postali contrassegnati da "cedolone" usuraio.

Questa volta quindi "l'insipienza" legislativa ha colpito il sistema economico-finanziario italiano che potrebbe restare impigliato in una rete molto difficile da dipanare.

Una cosa è certa: la soluzione al problema dovrà essere sicuramente un'altra legge! Che questa volta sia fatta con la dovuta serietà, anche se cominciamo a dubitare della capacità dello Stato a legiferare correttamente.

Dubbio che anima anche l'ABI (As-sociazione bancaria italiana) che ha pensato bene di inviare un esposto alla Corte di Giustizia di Strasburgo per ottenere l'annullamento della sentenza della Cassazione. E questo anche perchè il Governo non riesce a trovare una soluzione che salvi ... capre e cavoli!

 

Fondazioni bancarie

Ricordiamo che la fisionomia delle Fondazioni bancarie è stata definita dalla legge n.218 del 1990 e dal successivo DL del 20 novembre dello stesso anno in funzione della trasformazione istituzionale di alcune tipologie di banche come le Casse di Risparmio e gli Istituti di credito pubblico: l'intento era quello di creare le premesse per il passaggio alla privatizzazione. Oggi sulle Fondazioni c'è una grande polemica che fa discutere e che mostra scontento, paradossalmente, anche tra i corridoi del Ministero del Tesoro. Lo stesso ministro del Tesoro Visco parla di "appetiti politici" che incombono sul destino delle Fondazioni. Visco vorrebbe una gestione autonoma da parte delle Fondazioni che invece sono ancora oggi condizionate in quanto le nomine hanno una chiara derivazione politica, la scissione tra Fondazione e Istituto conferente non è del tutto stata attuata e, non ultimo, mancano gli strumenti istituzionali adeguati per permettere ai "nominati" di agire nel solo spirito dello statuto della Fondazione e non nell'interesse di chi li ha nominati. La legge è stata dunque fatta, ma le Fondazioni non hanno la facoltà, non avendo gli strumenti, di agire autonomamente!

 

 

Mutui sicuri? Chissà!

Tasso fisso o variabile? Questo è il dilemma per chi compra casa con il mutuo. Ma non esiste una valutazione a priori che ci permetta di decidere se è più conveniente il tasso fisso o quello variabile, spiega l'associazione degli utenti bancari Adusbef.

Optando per il fisso si pagherà sempre la stessa rata, una prospettiva tranquillizzante dal punto di vista psicologico. Ma il vantaggio è reale (rispetto all'alternativa del variabile) solo se il mercato sospingerà i tassi di interesse oltre il limite del nostro mutuo. Viceversa, si pagherà di più della media qualora gli indici scendano sotto quel livello.

Se si sceglie il tasso variabile, la rata mensile non sarà sempre la stessa: aumenterà o diminuirà secondo l'andamento del costo del denaro. Ma in nessun caso ci si troverà "fuori mercato", né in positivo, né in negativo. Quindi, si beneficerà di eventuali discese dei tassi (suscitando l'invidia, in tal caso, di chi ha il tasso fisso), mentre al contrario si verrà penalizzati quando gli indici su cui si calcola la rata (come l'Euribor) aumenteranno.

L'Associazione degli utenti dei servizi bancari e finanziari raccomanda di richiedere il testo del contratto di mutuo qualche giorno prima della stipula, così da poterlo esaminare con calma.

E' bene, inoltre, non sottoscrivere mutui che prevedano tassi liberi di crescere verso l'alto ma bloccati verso il basso, che non diminuiranno mai sotto il limite prefissato dalla banca o dalla finanziaria. Bisogna diffidare anche dei contratti che non spiegano chiaramente come verrà calcolato il tasso variabile, o ne affidano la determinazione ad appositi "comitati".

 



 

 

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L'ATTENZIONE

 

Il Medioevo della Formazione

 
 
 
 
 
di Damiano Romagnoli (*)
 
 
 
Con il 1999 si è conclusa una prima fase dell'uso del FSE.
Il nuovo sistema prevede criteri diversi per l'assegnazione dei fondi. Da una organizzazione che regolava 6 obiettivi e una doppia linea di erogazione: quella territoriale e quella legata alle esigenze formative personali, siamo passati a tre macro obiettivi vincolati a parametri economico/finanziari e sociali in base alle diverse realtà regionali.
La Toscana fa parte quasi interamente dell'Ob.3, con alcune zone nell'Ob.2. In termini finanziari il tutto si traduce in circa 160 mld/anno per 7 anni che arriveranno nella nostra Regione per la formazione nel periodo 1 gennaio 00 ­ 31 dicembre 06.
 
 
La scelta regionale ...
 
... per l'impiego di questi fondi appare chiara e lineare: Incrementare le capacità di spesa. Il circolo virtuoso che ha portato la Regione Toscana ad essere tra le poche regioni a impegnare interamente i fondi del sessennio precedente, viene rivisto per miglioralo.
Gli strumenti utilizzati sono tre:
* Anticipare di due anni il ciclo di impegno, in modo da avere un congruo periodo di tempo per spendere.
In altri termini: alle scadenze del 16.10.00 e 31.01.01 saranno impegnati in toto fondi del 2000 ­ 2001; alla scadenza del 31 maggio 2001 si cominceranno e impegneranno quelli del 2002 - 2003. Con questo criterio la Regione e le Province avranno due anni di tempo per spendere i finanziamenti dei progetti approvati, ciò permetterà di rendicontare i fondi del primo quadriennio a fine dicembre 2003. Con lo stesso sistema saranno impegnate le risorse del secondo periodo. All'inizio della seconda fase, e solo in questo momento, sarà possibile proporre delle modifiche al piano operativo regionale. Sono una serie di scelte quasi obbligate perché l'U. E., a differenza di quanto è accaduto nella precedente gestione, richiede la rendicontazione di quanto è stato speso, non più dell'impegnato.
* Affidare alle province di una larga fetta dei fondi (65%)
La ripartizione dei fondi tra Regione e Province prevedono che il 65% vengano trasferiti alla Province, mentre il 35% residuo rimane a disposizione di progetti e ricerche regionali che abbiano valenza di profonda innovazione e esperienze pilota valide per l'intero territorio.
* Premiare le Province virtuose: saranno gratificate le province che riescono a spendere di più. In altre parole, alle amministrazioni provinciali più "spendaccione" verranno trasferiti i fondi non spesi dalle amministrazioni troppo parsimoniose.
Il tutto si traduce in una sorta di "consumismo formativo": indispensabile se pensiamo che l'Italia è stato il paese che all'interno della U.E. ha speso meno e con maggiore difficoltà; pericoloso se riflettiamo sul fatto che non esistono parametri condivisi per valutare, in un quadro generale, come si spenderà e, soprattutto, se si considera l'ampio potere decisionale delle province, l'arbitrarietà che spesso caratterizza l'organizzazione, la gestione delle commissioni tripartite e l'aleatorietà del loro effettivo potere di indirizzo.
 
 
L'anarchia feudale
 
Un'ulteriore precisazione: deliberazioni della U.E. richiedono che tutte le risorse siano messe a bando. La Toscana, colta impreparata da questa richiesta, del tutto inedita per la nostra regione, ha ottenuto una proroga di due anni (fino al 2003) per le proprie strutture provinciali. In questo lasso di tempo dovranno, di fatto, essere ripensati e trasformati i CFP che per anni, da circa il 1980, hanno assicurato all'Ente Pubblico il monopolio della formazione. Dovrà venire meno, in modo definitivo, l'unicità nel sistema formativo regionale.
Come si prepara la Toscana a questo appuntamento?
1. Con l'accreditamento delle agenzie. A breve saranno definiti, dal Ministero del Lavoro e dalle Regioni, i requisiti e caratteristiche necessarie per accreditare le agenzie formative, in seguito (entro il giugno 2003) sarà creata una lista di agenzie che dimostrino di possedere i titoli richiesti. Da allora, solo queste potranno svolgere attività formative.
2. Con una serie di "colpi di coda" da parte delle Province. Si concretizzano: nella creazione di "agenzie subprovinciali" alle quali partecipano comuni, comunità montane, le Province stesse. Questi Enti Locali danno vita a delle agenzie formative o utilizzano agenzie già esistenti; nell'uso monopolistico dei fondi (le risorse messe a bando, a volte, non raggiungono neanche la metà degli stanziamenti di cui dispone una Provincia); con l'autoassegnazione diretta dei fondi; con delle discutibili partnership all'interno di progetti.
3. Ci troviamo, così, di fronte ad un "decentramento accentrato": siamo passati da un unico imperatore detentore di tutti i fondi ad un sistema feudale in cui esistono o esisteranno tanti piccoli feudatari, nella maggior parte dei casi senza competenze specifiche, con un potere quasi incontrastato. In ogni modo, si stanno attivando tutti i mezzi per bloccare il mercato della formazione, così come lo prevede l'Unione Europea; si cercano tutte le più furbe scappatoie per mantenere delle rendite di posizione. In barba alle chiare direttive della U.E. che assegna all'Ente pubblico il ruolo di indirizzo e di controllo, non quello di gestione per il quale prevede una corretta liberalizzazione. Questa viene imposta alle agenzie private. Un caso emblematico è la nuova regolamentazione dell'apprendistato con la relativa gestione dei voucher formativi. Le province si guardano bene, però, dal praticarla con i fondi provinciali. Il tutto si giustifica con la deroga ottenuta dall'U. E. ma in realtà tale deroga viene utilizzata per organizzare un sistema che dia più garanzie del precedente: cambiare tutto per non cambiare nulla.
4. Da un altro fronte si permette una generosa "polverizzazione" in ambito formativo. Molti privati, attratti dall'apparente generosità dei fondi inventano agenzie, con la stessa facilità con la quale un prestigiatore tira fuori un coniglio dal cilindro. La speranza, e chi può negarla?, è quella di rastrellare più fondi possibili, convinti che la formazione sia la mucca di turno da mungere. L'aspettativa inconfessata è la mai mantenuta rigorosità della Regione nell'assegnare l'accreditamento. Ci sono due precedenti che alimentano le speranze: la creazione della "long list" che avrebbe dovuto operare una prima selezione, già tre anni fa, ma che rappresentò una rete attraverso la quale entrarono tutti i pesci: piccoli e grandi e il mancato appuntamento per l'apprendistato. In quest'ultimo caso, i tecnici della Regione avevano assicurato una selezione rigida e rigorosa con il risultato che tutte le agenzie o accorpamenti di agenzie che hanno presentato la domanda sono stati accreditati. Sia chi ha lavorato per mesi, sia chi si è deciso all'ultimo tuffo, insieme ad altri o solo. Questo è potuto accadere perché, nel tentativo di creare delle condizioni per controllare l'accesso e creare i presupposti per un accreditamento settoriale, l'impianto è risultato talmente farraginoso da rendere preferibile un'ammissione/amnistia generalizzata. Ci sono dei validi motivi, quindi, per dubitare che anche il riconoscimento prossimo venturo risulti essere lo strumento adeguato per dare degli indirizzi precisi a questo settore, se non verrà pensato e discusso in modo approfondito con gli addetti ai lavori.
Il tutto accade quando sarebbe indispensabile approntare un efficace sistema formativo regionale che premi e favorisca le agenzie più "virtuose", piuttosto che incrementarne altre prive di competenze e di professionalità. In pratica si blocca un sano processo per creare dei gruppi di professionisti della formazione con una precisa preparazione in un settore che si manifesta strategico per lo sviluppo dell'economia regionale.
 
Ciò che interessa tutti.
deve essere approvato da tutti (Quod omnes tangit ab omnibus approbetur). E' la sentenza medioevale che, da principio puramente tecnico di giurisprudenza, assunse il carattere di una massima politica fondamentale. Incarnava, infatti, la nozione di una comunità di interessi all'interno di un Paese, la necessità di un consenso consapevole da parte della comunità alle scelte del proprio governo. Furono create, ad hoc delle strutture che anticipavano gli attuali parlamenti. Non abbiamo inventato molto; piuttosto, senza saperlo, abbiamo replicato, creando luoghi deputati per realizzare un'effettiva partecipazione e proporre una logica in base alla quale le decisioni siano condivise: i tavoli di concertazione e le commissioni tripartite, in fondo, rispondono alla stessa metodica. E' lì che si decide come, dove e perché posizionare le risorse comunitarie e indicare le priorità formative provinciali. Nessuno vuole mettere in discussione il ruolo di controllo e di indirizzo della Regione e delle Province, ma i contenuti vanno concertati con le parti sociali. Si rivela sempre più indispensabile una discussione che non lasci spazio a scappatoie e furbizie. In questo senso una stretta collaborazione tra i "politici" e i tecnici della formazione appare più che opportuna e, forse, l'arma più adatta a contrastare scelte che rischiano di non lasciare spazio ad un'azione concertativa e di vera innovazione. Confronti con il mondo ampio delle parti sociali, che siano gli Enti Bilaterali, associazioni di categoria e organizzazioni sindacali o altro sono strumenti oltre che validi, indispensabili. E, di fatto, rispondenti alle direttive dell'Unione Europea che richiede, nella gestione della formazione, schieramenti ampi e partnership che assicurino la creazione di un effettivo canale che colleghi istruzione, formazione e lavoro. Questo è il vero banco di prova per gli enti pubblici e le parti sociali; ruolo della Regione e/o delle Province è quello di avanzare degli indirizzi e di effettuare dei controlli. Sicuramente non la gestione, poiché è l'ente pubblico il diretto erogatore dei fondi. Al momento attuale questa risulta una filosofia difficile da far digerire e accettare.
Eppure avvenimenti recenti e esperienze in atto (pensiamo a Trio) dimostrano che esiste una strada da percorrere, senza dubbio laboriosa, ma l'unica che possa far dialogare mondi che fino a poco tempo fa risultavano estranei l'uno all'altro, impegnativa ma inevitabile per diffondere nel territorio una vera cultura della formazione e della educazione, anche tra gli adulti, per tutto l'arco della vita. Forel vuole essere un'altra risposta sia alla frammentazione, sia ad un accentramento statico, sia ad una visione corporativa del mercato della formazione in base alla quale ogni categoria dovrebbe coltivare il proprio piccolo orto. Tanto l'uno quanto l'altro, su scale diverse, rappresentano delle reti operative incentrate su criteri che superano tanto l'anarchia formativa quanto l'accentramento irrigidito e preordinato che non tengono conto dei bisogni territoriali. A invitare in questa direzione, verso una dialettica costruttiva tra il governo della formazione e gli enti incaricati della realizzazione della stessa è la convinzione che una maggiore diffusione della cultura del lavoro e l'elevamento delle conoscenze e delle competenze non sia un patrimonio esclusivo di una parte o dell'altra, della Regione o delle Province, ma rappresenta un bene comune dell'intera società. E' la condizione per un po' più di democrazia e lo strumento più incisivo per lo sviluppo economico e sociale al quale nessun paese moderno può rinunciare.
I diretti interessati abbiamo tempo sei anni per scegliere e impostare
una strada nuova e uscire dal medioevo.
Sono analisi e riflessioni che necessitano di ulteriori confronti e approfondimenti, di un dibattito allargato e di contributi che vengano da chiunque abbia a cuore un'evoluzione verso uno sviluppo compatibile con le risorse presenti nella nostra regione. E' comunque necessario una discussione serrata che proponga indirizzi per delineare una strategia comune e richiamare a comportamenti condivisi, perché su questo banco si gioca una notevole partita del futuro. A meno che non scegliamo di passare dal medioevo ad un'età barbarica è una scelta anche questa.
 
 
(*) Vice presidente Forel


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L'ATTENZIONE


Analfabeti... la società del Grande Fratello!

 

 

Come definire un Paese dove un terzo della popolazione è analfabeta, un terzo "a rischio" e solo un terzo acculturato?

Questa volta non ci stiamo riferendo a un Paese del Terzo Mondo, non si parla di un Paese che lotta ogni giorno contro la fame, che combatte con la povertà, la necessità e l'arretratezza.

Uno dei Paesi più industrializzati del mondo, lanciatissimo nel settore delle nuove tecnologie, rischia di non sapere nè leggere, nè scrivere... Povera Italia.

Non facciamo che riferire il grido d'allarme lanciato dal Ministro della Pubblica Istruzione Tullio de Mauro, il quale, senza mezzi termini, ha sostenuto che "due terzi della popolazione adulta italiana è a rischio di analfabetismo".

Sono dati che evidenziano una realtà, non si parla di "come l'Italia potrebbe essere", ma come l'Italia è: ricca, agiata e ... ignorante. Di una ignoranza dichiarata, vissuata da molti, anzi da moltissimi, ma quasi resa lecita dal benessere; oggi si è ignoranti per scelta, non perchè costretti da situazione esterne.

Il dramma è che in questo conformismo al non-sapere manca la voglia di riscossa; un grigiore generale sembra essersi impadronito delle menti: ormai leggere, studiare, conoscere sembrano parole blasfeme...

Certo non si può impedire al mondo di compiere il suo necessario decorso, e credo che nessun provvedimento drastico del Ministro de Mauro migliorerà la situazione, inutile quindi ricorrere a "un anno di rieducazione obbligatoria per gli adulti", magari curato da quegli stessi professori di scuole medie e inferiori di cui il premier Amato ha denunciato la bassa qualità.

Un cane che si morde la coda?

E intanto si fa largo la figura di un nuovo tipo umano, tanto comune che non occorre neppure immaginarlo: vive con la mente chiusa nella società aperta e cosmopolita, usufruisce di tutti i benefici tecnologici e sociali ma nella sua dimensione egoistica, sradicata da ogni origine, da ogni cultura e da ogni tradizione; un navigatore di Internet che segue i pregiudizi dell'epoca, che non legge (non sia mai detto!!) ed è presuntuosamente incolto. Troppo drastico chiamarlo "idiota globale" o fa paura ammettere la realtà vigente?

E, tutto sommato, fanno quasi tenerezza i nostri giovani; ormai tutta la società è così ammuffita, rassegnata, che sembrerebbe anche di pretendere troppo nel cercare in loro uno slancio di entusiasmo. Forse (ci si domanda con un po' d'ironia) devono essere i giovani quelli con la voglia di lottare, di vivere, di combattere perchè il mondo li accolga come loro vogliono e meritano?

Ormai sono passati più di trent'anni dalla ribellione dei padri (i cosiddetti anni '60), dove si urlava per far sentire la propria voce, quando era lotta aperta per affermare il libero amore, per la liberazione dei costumi, per l'uguaglianza dei sessi.

E se una dilagante e terribile "calma sociale" (in nessun altro caso la parola "calma" risuona così tremenda) caratterizza la società contemporanea, anche loro vivono immersi in essa: sono precoci nei rapporti sessuali ma non troppo, fedeli al ménage di coppia ma tentati dalle scappatelle, informati ma pieni di dubbi, disorientati, grigi, inermi (inetti direbbe Svevo).

Perfino quello che negli anni Ottanta era edonismo dichiarato, attraverso status symbol materiali e sociali, adesso è "ingrigito": non sono affascinati da ideali e progetti, piuttosto hanno talmente incamerato il pluralismo culturale da vivere solo nell'interiorità, un'interiorità ammalata di egocentrismo.

Una generazione, stanca, silente ed estranea al mondo che la circonda. Stressata? Lo stress deriva forse dall'incapacità di condurre una vita ordinaria e, apparentemente, priva di grandi conflitti.

E pensare che il solo leggere, conoscere, basterebbe a far emergere dalla massa, basterebbe a far nascere la voglia di essere, di far vedere al mondo la propria forza, a capire quanto è bello dimostrare il proprio valore, quanto si è unici e quanto sono importanti, preziosi i giovani per il mondo e per l'Italia.

Giovani, che volontariamente non diventano adulti, senza però cercare di emulare alcuna romantica immagine di Peter Pan, piuttosto rifiutando il protagonismo sociale, immersi in una "felice insicurezza". Se così non fosse non si spiegherebbe il ricorso alla droga, all'alcool...

E se questa grande panoramica lascia in bocca un sapore amaro, ancora non è abbastanza.

Ci siamo dimenticati di parlare di Lui, di quello che è diventato il macro-tema dei discorsi sul bus, davanti alle scuole, nei supermercati, in palestra, in ufficio ... il Grande Fratello.

Il lobotomizzatore più efficace a cui neanche i più spietati regimi tirannici avevano pensato, benchè mirassero tutti all'annullamento della cultura ed alla massificazione totale della popolazione.

La tristezza di accorgersi che spesso la società è più pronta a non capire, a lasciarsi andare che ad alzare la testa e a pretendere programmi che si addicano a un pubblico serio, adulto, europeo, è questa tristezza che ormai non sa neppure se vale la pena chiamarsi rabbia. Dopo tutto ciò che la Tv offre è ciò che il pubblico vuole e si aspetta. Qui ci sentiamo di citare Antonio Ricci, rispondendo alla televisione con la televisione, che ha il coraggio di ammettere e far capire cos'è questo tanto chiaccherato GF; ultima speranza: che si voglia almeno ascoltare: "(il Grande Fratello) é un ciclone multimediale: Tv, telefonini, Internet, riviste. Il classico prodotto - dice Ricci - in cui conta più il chiacchericcio intorno di quello interno. Più che il Grande Fratello bisognerebbe parlare di grande fratellanza, che comprende Telecom, Omnitel, Mediaset, Berlusconi, la moglie di Rutelli, Barbara Palombelli. Il tutto in mano al genero di Craxi, Marco Bassetti, produttore del programma. Per non dimenticare Fabrizio Rondolino, responsabile della comunicazione, ex portavoce di Massimo D'Alema."

 

Serena Casini

 

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