L'ATTENZIONE

 

 

 

 

 

 

Editoriale

 

Mafia e Stato: chi vince?

 

a mafia ha origini molto lontane. Anche se un po' confusa è la ricerca delle sue prime azioni da parte di storici, sociologi e etnologi, è però accertato che le sue sono origini agrarie. Come scrive Indro Montanelli "per secoli i siciliani hanno lamentato una disattenzione ai loro affari da parte dei vari governi centrali che si sono succeduti - arabi, normanni, spagnoli, francesi e, dall'Ottocento in poi, italiani - e che sempre hanno finito per lasciarli in balia dei signori feudali locali che monopolizzavano la ricchezza dell'isola che stava tutta nelle terre".

Ecco dunque nascere la mafia in seno a quel ceto medio che aveva trovato una collocazione proficua tra il grande proprietario (alle cui spalle si arricchiva) e il contadino, che era considerato servo, il quale non certo beneficiava dell'arricchimento del "massaro". Quest'ultima figura capì ben presto che per usufruire dei privilegi dei baroni doveva agganciarsi ai poteri centrali: giustizia, polizia, carabinieri, enti locali. Una mafia che costruisce con molta astuzia il suo potere e che per molti anni non è sanguinaria, non bada tanto all'interesse economico quanto a radicarsi negli ambienti che contano.

Da quei giorni la mafia ne ha fatta di strada!

Passando attraverso l'edizione gangsteriana dei cugini-padrini americani, i boss mafiosi sono diventati sempre più spietati e hanno esteso i loro tentacoli ben al di là degli interessi della terra. Oggi la mafia ha mani ovunque: nell'edilizia, negli appalti, nel traffico illegale di armi, nella droga, nell'ecologia ed adesso anche in Internet. La mafia dunque è sempre in evoluzione, sempre in progresso.

Da parte sua, invece, lo Stato che ad essa deve contrapporsi per "stroncarla", è sempre in regresso: la mafia fa fatti, lo Stato parole! Purtroppo, al di là degli allarmismi, dobbiamo constatare che lo Stato non riesce a vincere la dura battaglia contro i mafiosi, forse perché all'evoluzione continua e snella dell'apparato mafioso, si contrappone uno Stato lento e attanagliato nei meandri della burocrazia, dove prevale una continua polemica tra politici e burocrati che non fanno altro che alimentare una corsa all'indietro.

Le difficoltà che lo Stato incontra nella lotta alla mafia sono confermate dallo stesso rapporto semestrale della Dia dal quale emerge "una grande determinazione di Cosa nostra a perseguire il progetto di ricostruzione che, avviato ormai da qualche tempo, mira a salvaguardare la compattezza di una struttura caratterizzata da tendenza all'accentramento ...

I vuoti creati nell'organizzazione dall'attività repressiva potrebbero indurre l'organizzazione medesima a modellare una struttura di tipo reticolare, meno adatta ad esercitare un controllo generalizzato sul territorio, che verrebbe così occupato dalla criminalità comune, ma ideale per operare in settori economici ad alto livello".

Dalla relazione della Dia appare inoltre una camorra ben radicata nel suo territorio d'origine ma proiettata nel Centro-Nord ed una 'ndrangheta' vitale, che ha rafforzato le sue alleanze stringendo rapporti di collaborazione con la criminalità straniera (albanese, kosovara, egiziana, turca).

L'immagine che la mafia dà è di una struttura unita (nonostante le faide tra famiglie) che ha un interesse comune: si legge infatti nel rapporto della Dia che la mafia per superare i problemi interni, laddove le famiglie hanno subito gravi perdite tanto da comprometterne l'operatività, sia ricorsa a soluzioni considerate innovative, superando per esempio criteri come l'anzianità fino ad ora ritenuti vincolanti o la competenza territoriale. Una mafia, quindi, in continuo movimento. Qual è l'immagine che al contrario ci mostra lo Stato? Quella di un insieme di persone, i politici, sempre divisi fra di loro, che litigano perché la maggior parte di essi insegue solo interessi personali. Basti pensare che siamo arrivati ad avere ben 45 partiti! Alla faccia del bipolarismo!

Gli ultimi episodi di violenza che hanno svelato un collegamento atroce tra il mondo della pedofilia e dello sfruttamento delle donne e il mondo di Internet è una conferma del continuo progresso che caratterizza il mondo mafioso, che ha già pensato di far estendere i suoi tentacoli nel panorama delle tecnologie avanzate. E purtroppo l'organizzazione è stata così perfetta che ha ormai collegamenti in tutto e con tutto il mondo tanto da mettere in difficoltà chi deve prodigarsi a stroncare questo nuovo tipo di traffico illegale. Del resto lo Stato è molto in ritardo nell'uso delle tecnologie avanzate, e forse c'è troppa ignoranza sull'argomento. Per adesso utile ci sembra, come unico mezzo di difesa, controllare i nostri ragazzi quando si siedono davanti ad un computer. Nel frattempo lo Stato sta pensando cosa fare per fronteggiare questa ennesima sfida, ma nel frattempo potrebbero essere fatte tante altre vittime! Come al solito i nostri politici sono esempio di lentezza e di arretratezza, anche se sono dotati di una dialettica da far invidia, e non sono pronti a dare quelle soluzioni immediate che invece il cittadino si aspetta. Paradossalmente potremmo dire che per lo Stato il cittadino è un soggetto "astratto" che è preferibile vessare (vedi tasse e ogni genere di pagamenti che ci vengono richiesti), ma che è difficile poter aiutare concretamente (vedi criminalità, furti, violenze sessuali, pedofilia e tutte quelle esigenze che il cittadino ha per poter vivere una vita tranquilla). La mafia dal canto suo aiuta i cittadini (in modo deprecabile, è beninteso!!) perché nel momento del bisogno e delle difficoltà è pronta ad offrire un lavoro, ancorchè illegale. Il lavoro da fare è dunque molto difficile e duro, e la forza della mafia sta proprio nella sua organizzazione perfetta e nella sua disponibilità ed apertura verso il nuovo se c'è di mezzo la gestione degli affari. Anche il nostro Stato necessiterebbe di un rinnovamento totale e di una nuova luce che possa generare fatti e non parole.



Ketty Canosa

 

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L'ATTENZIONE

Luciano Ghelli (PdCI): "un impegno più

concreto per la maggioranza in Toscana"

 

 

 

Luciano Ghelli (nella foto, capogruppo in Consiglio regionale toscano del PdCI, non si fa pregare per illustrarci il suo punto di vista sul panorama politico nazionale e locale.

Ghelli ha idee chiare e le esprime con altrettanza chiarezza.

Federalismo e tasse

 

L'esponente del PdCI preferirebbe parlare di autonomia delle Regioni e non di federalismo. "Ma se la strada va verso quest'ultima forma di governo - dice in maniera pragmatica - non posso certo oppormi".

Però bisogna stare attenti a quello che si fa, oltre a quello che si dice. "Nel Piano regionale di sviluppo della Toscana - sostiene Ghelli - si intravede un disegno di federalismo solidale che non ha niente a che fare con il federalismo propostod a qualche regione del nord".

Comunque, secondo Ghelli, bisognerà anche vedere che cosa accadrà a livello nazionale con le elezioni politiche del 2001 e come sarà modificata la Costituzione, mentre a livello locale occorrerà verificare il contenuto del nuovo Statuto.

 

 

No al ticket sulla superstrada FI-PI-LI

 

Ma una cosa è certa, secondo Ghelli, "sulle tasse ci dovrà essere invarianza, ovvero non si potrà accettare nessun balzello in più rispetto a quello che si paga oggi. Ed in questo ambito i comunisti italiani dicono no anche all'introduzione di un ticket sulla superstrada Firenze-Pisa-Livorno.

 

 

Troppo lavoro precario

 

Perchè tutto questo?

Innanzitutto perchè la popolazione invecchia e quindi è costretta a vivere di pensione (spesso una misera pensione!) e poi c'è troppo lavoro precario!

Ormai siamo al 14% del lavoro precario rispetto a quello fisso. E spesso precariato significa anche sottosalario, con cifre assolutamente irrisorie per garantire un minimo di dignità alla vita del lavoratore.

 

 

Una Confederazione a sinistra

 

Come vede Ghelli l'evoluzione della politica in questo periodo? Condivide la scelta dei partiti di centro di costituire la "Margherita" e quella di Sergio D'Antoni di aver lasciato il sindacato per la politica?

Sul primo aspetto è molto preciso: è bene che i partiti di centro facciano una loro "aggregazione", mentre non vede dove possa andare D'Antoni...

Ma c'è dell'altro: Ghelli vede per la sinistra la costituzione di una Confederazione alla quale partecipino DS,PdCI, SDI e Verdi. Respinge l'idea di Walter Veltroni di costituire un partito unico della sinistra, rivendica la propria identità e quella degli altri partiti.

 

 

Rapporti con Rifondazione Comunista

 

E Rifondazione? Ghelli non riesce a vederla nella Confederazione. "Vede" la possibilità di fare programmi in comune, ma non di più. Visto che Rifondazione è "ostile" al centro -sinistra.

 

Ma per le elezioni amministrative in Toscana?

Se c'è convergenza sui programmi è possibile fare accordi con Rifondazione...

D'altra parte una cosa è ritrovarsi su alcuni obiettivi da perseguire, un'altra è condividere le strategie della coalizione dei centro-sinistra.

 

 

La coalizione langue in Toscana

 

C'è da chiedersi, però, se la coalizione di centro-sinistra sia vivace in Toscana. Secondo Ghelli "essa langue ed occorre una scossa per farle riprendere il cammino interrotto".

Per esempio si era detto che occorreva andare alla creazione di un "portavoce" della coalizione che doveva rappresentare per un trimestre un partito della coalizione e poi tutti gli altri, a rotazione.

Ma, a quanto pare, questa "creatura" è morta prima ancora di nascere!

Secondo Ghelli non solo occorre mettere in pista questa idea, ma approfittare di altre due circostanze perchè la coalizione si metta in evidenza: l'approvazione del Piano regionale di sviluppo ed il bilancio 2001.

Si tratta di due temi di estrema importanza che possono qualificare questa maggioranza e lanciarla verso traguardi futuri.

 

 

I DS hanno tirato i remi in barca

 

Secondo Ghelli la stasi politica della maggioranza deriva in buona sostanza dal fatto che "i DS hanno tirato i remi in barca". Ovvero si sono rinchiusi nelle proprie esigenze avendo come prospettiva lo sviluppo del proprio partito e non della coalizione. Insomma, sarebbe venuto meno il rapporto organico tra i DS e gli altri partiti.

Tra l'altro Ghelli si domanda: "che significa fare i responsabili di collegio? chi li fà? i DS o tutti insieme? e da quali forze politiche devono derivare?"

La risposta che il capogruppo del PdCI in Consiglio regionale si dà con assoluta certezza è la seguente: "non si può accettare l'egemonia di nessuna parte della coalizione, neppure dei DS; occorre visibilità per tutti mantenendo alta la diversità di ognuno di noi. i DS, è bene ripeterglielo: con i numeri che hanno non vanno da nessuna parte".

I rapporti tra i partners devono essere chiari. Prendiamo la diatriba D'Alema-Di Pietro, è la dimostrazione che in politica le furbizie hanno le gambe corte! La candidature di Di Pietro al Mugello è la dimostrazione di una furbizia di D'Alema che ha avuto conseguenze nefaste per i DS!

 

Incidenti sul lavoro

 

Anche su questo tema non sembra ci sia molta disponibilità ad un percorso comune e sopratuttto ricco di iniziative.

La Commissione speciale per il lavoro, presieduta da Nino Frosini (PdCI) si sta attivando. Infatti, ha chiesto alla azienda Usl di Lucca di fornire in breve tempo tutti i dati riguardanti gli infortuni avvenuti nelle cartiere, e la loro tipologia, negli anni 1999 e 2000. E ha deciso di incontrare presto una delegazione dei lavoratori impiegati nelle cartiere in cui sono avvenuti gli incidenti più gravi e quelli mortali.

Nel calendario dei lavori della Commissione ci sono anche sopralluoghi.

Ma non basta. "Occorre una terapia d'urto" sentenzia Ghelli.

Per esempio assumendo iniziative concrete che facciano fare un salto di qualità all'attività delle Asl, ed eseguendo maggiori controlli nelle aziende.

 

 

Parlare di incidenti, con appositi premi, nelle scuole e sulla stampa

 

Ma si può fare ancora dell'altro per evitare gli incidenti sul lavoro! Per esempio, stimolare le coscienze dell'opinione pubblica sia attraverso la stampa che con "premi" nelle scuole dove si può affrontare la questione con temi, seminari, corsi di educazione civica.

A questo proposito Ghelli annuncia l'intenzione di portare in Consiglio una mozione per bandire un doppio premio (stampa e scuola) proprio sulla problematica degli incidenti sul lavoro.


Francesco Canosa


 


 

 

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L'ATTENZIONE

 

Saddam Hussein "protettore" dell'EURO?

Saddam Hussein fu clamorosamente sconfitto nel 1990, durante la "guerra del Golfo" da un George Bush sicuro di sè che interpretava la volontà di gran parte del mondo che voleva che le truppe irachene si ritirassero dal Kuwait occupato. Militarmente il "tiranno di Bagdad" fu costretto a battere in ritirata, ma oggi si deve constatare che politicamente ha registrato una vittoria personale che lo vede ancora al posto di capo indiscusso di un Iraq che, malgrado le sanzioni dell'ONU, riesce ad organizzare una vendetta economica lenta, ma molto incisiva verso i Paesi nemici e soprattutto verso gli USA, dagli iracheni definiti "il tiranno imperialista".

E soprattutto, Saddam Hussein sta tentando la grande manovra per tornare a capo degli arabi.

Il raìs sta cercando di sfruttare al meglio la crisi in Medio Oriente e addirittura sta riallacciando rapporti con l'India!

Dal 1999 ad oggi USA ed Iraq sono rimasti in bilico tra la guerra e la pace. Dopo la fine delle ostilità l'ONU ha imposto un severo regime di embargo economico contro il regime iracheno ed ha decretato due zone d'interdizione al volo nel sud e nel nord del paese. Più volte il regime di Bagdad ha sfidato gli USA, che hanno reagito bombardando gli iracheni. Più di una volta, Saddam ha chiesto, invano, di poter vendere il petrolio liberamente, mentre l'embargo riduceva la popolazione allo stremo ed alla miseria.

Si direbbe, dunque, un paese portato alla stremo ed alla resa! Niente affatto! Il Duemila vede Saddam Hussein ancora al potere, ed addirittura il raìs fa sapere che non ha mai rinunciato alle sue mire sul Kuwait, dichiarazione che ha fatto salire alle stelle il prezzo del petrolio, mentre ha innescato uno scambio di invettive con il Segretario di Stato Usa Albright che ha ricordato che gli USA sono sempre pronti ad intervenire militarmente.

Sicuramente la strategia economica adottata dal dittatore, in quest'ultimo periodo, può essere considerata veramente diabolica, tanto che, se avrà l'adesione degli altri paesi del Golfo Persico, in breve tempo sarà capace di sconvolgere i canoni su cui si è basata, fino ad oggi, la politica economica mondiale: il "dittatore di Bagdad" vuole euro e non dollari in cambio dell'"oro nero". E' di questi giorni, infatti, la notizia che Saddam Hussein ha chiesto che in Iraq il dollaro non venga più considerato moneta di scambio nelle transazioni commerciali, ma che venga rimpiazzato dall'euro. E per avvalorare tale tesi, in una riunione del Consiglio dei ministri, il dittatore ha accusato il sionismo di essere dietro alle oscillazioni della divisa americana, ed ha disposto che si studi la possibilità di passare "all'euro od a qualsiasi altra moneta" ed ha esortato i paesi arabi a fare altrettanto per la vendita del petrolio.

E per dimostrare che fa sul serio, il presidente dell'Iraq "ha deciso di donare cinque milioni di euro ai martiri palestinesi per sostenere la rivolta" a Gerusalemme e nei territori occupati, così almeno ha sostenuto il quotidiano "al Thawra", organo del partito Baath.

Noi non siamo analisti economici, ma certamente comprendiamo che se una tale proposta venisse accreditata presso tutto il mondo arabo si innescherenne una sottile guerra economica che porterebbe sicuramente ad un recupero del valore dell'euro e ad un conseguente indebolimento del biglietto verde.

Questa manovra economica medio-orientale darebbe alla moneta europea un rilancio internazionale, tale da recuperare in breve quella forbice di quasi il 25% che la divide dalla parità. Non solo, ma Saddam potrebbe ricevere il "grazie" dell'Unione europea e vantarsi, nello stesso tempo, di aver dato una grande lezione al nemico USA.

 

Angelina Aino

 


 

 


 

 


 

 

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L'ATTENZIONE

 

Chi sono le donne manager nelle cooperative?

 

E' giovane, laureata o diplomata, con una forte passione verso il sociale. E ritiene che nel mondo della cooperazione per le donne ci sia più possibilità di crescita professionale e di occupare cariche dirigenziali rispetto alle cosiddette imprese capitalistiche.
E' questo l'identikit della donna che lavora nella cooperazione e che occupa le cariche più alte all'interno della sua impresa.
L'indagine realizzata da Legacoop Toscana (e presentata mercoledì scorso dalla dirigenza regionale, Giorgio Bertinelli presidente, Alfredo Degl'Innocenti vice-presidente e Antonio Chelli) fa luce per la prima volta sul mondo della cooperazione al femminile e alza il velo su una realtà in continua evoluzione in cui le donne svolgono spesso un ruolo di primo piano. Anche se, per ora, soprattutto nelle imprese cooperative di dimensioni medio piccole.
I1 questionario elaborato dall'ufficio studi di Legacoop Toscana è stato distribuito ad un campione di 76 presidenti e vicepresidenti donne che siedono sulle poltrone più alte delle imprese cooperative toscane nei vari settori produttivi e in tutte le province toscane. Dalle risposte è emerso il profilo dell'imprenditrice cooperativa in Toscana.
Ha un'età media che oscilla tra i 30 e i 50 anni (il 70% delle intervistate) e se siede sulla poltrona più alta spesso è poco più che trentenne (32,5%). Ha un titolo di studio medio alto (il 22,5% delle dirigenti cooperative sono laureate e il 60% diplomate) e nel 70% dei casi ha svolto corsi di formazione professionale specifici in gestione d'impresa e delle risorse umane, in discipline amministrative, marketing e nel controllo di gestione. Una donna preparata, insomma, che dichiara di aver scelto di lavorare in una cooperativa perché spinta da una forte motivazione sociale (25%), perché crede nel modello cooperativo e nella sua missione (22,5%) o perché, più semplicemente, era un lavoro come un altro (25%). I1 20% delle intervistate, però, rivela di essere tra i fondatori della cooperativa che dirige.
La maggior parte delle dirigenti cooperative intervistate (il 35% delle quali è di nomina recente, ovvero da meno di 5 anni) sostiene che il suo percorso di carriera è stato di media difficoltà (52,5%), ma il 30% lo giudica difficile e solo il 12,5% agevole. Se si parla poi del livello di accessibilità per le donne agli alti livelli dirigenziali il 45% del campione la giudica piuttosto scarsa, mentre è senza infamia e senza lode per il 37,5% ed elevata per il 15%. Niente di nuovo insomma, sotto il cielo del lavoro al femminile. Le dolenti note, comunque, arrivano quando si parla di come conciliare la vita lavorativa con quella familiare. In questo caso, lavorare in una cooperativa non fa più di tanto la differenza visto che, se la metà delle dirigenti cooperative sostiene di farcela abbastanza bene, il 35% dichiara di trovare delle difficoltà e solo il 5% sostiene di non avere problemi.
Professionalità, conoscenze specifiche, capacità di lavorare in team, determinazione, diplomazia e disponibilità sono le doti che, secondo le dirigenti intervistate, devono avere le donne per riuscire a fare carriera nelle cooperative anche se sono in molte poi a sostenere che le capacità lavorative di una donna vengono giudicate con minore obiettività rispetto a quelle di un uomo.
E' meglio lavorare in una cooperativa o in un'impresa capitalistica? A questa domanda il 40% delle intervistate ha risposto nella cooperazione spiegando che in questo tipo di impresa si dà risalto alla valorizzazione della persona e delle sue capacità, c'è minore competitività nel lavoro e maggiore possibilità di confronto, partecipazione e coinvolgimento.
Il 10%, invece, ha risposto che è meglio l'impresa capitalistica e il 22,5% ha sottolineato il fatto che l'una o l'altra pari sono dal momento che alla fine l'uomo prevarrà comunque visto che spesso, sostengono, è la stessa donna a tirarsi indietro per mancanza di interesse. Il quadro, come si vede, non è omogeneo e rispecchia le molteplici esperienze all'interno delle diverse imprese cooperative.
L'indagine analizza anche quale tipo di cooperative vengono dirette da donne. Innanzitutto sotto il profiIo del peso economico, ovvero del fatturato. In questo caso emerge che i dirigenti donna sono assai numerosi nelle cooperative che hanno un fatturato massimo di 5 miliardi (30% dei casi), poi, più si sale, più drasticamente diminuisce il numero delle donne nei posti di comando. Oltre i 5 miliardi, infatti, si scende al 6% di presenze femminili ai vertici e oltre i 50 miliardi non ci sono cooperative guidate da donne. Nel dettaglio, le coop che fatturano oltre 5 miliardi e sono guidate da donne sono soprattutto coop di servizi e di consumo, scendendo nel fatturato, invece, ci sono quasi tutti i tipi di cooperative. Nella fascia che va dai 20 ai 50 miliardi di fatturato sono solo due le coop guidate da donne: la Cooperativa Eudania e la Di Vittorio.
Lo stesso dicasi per il numero di addetti presenti nelle coop al femminile. Meno addetti, più donne dirigenti, più addetti meno donne ai vertici della cooperativa.
 

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L'ATTENZIONE


Firenze attraverso i secoli: una mostra alla Certosa

 

Da sinistra, Gianni Biagi e Gianni Conti

 

La Certosa del Galluzzo, precisamente la Sala della Pinacoteca, ospita dal 14 al 31 ottobre 2000 "Firenze attraverso i secoli", una mostra di documenti, antica cartografia ed immagini dal 59 a.C. ai tempi nostri.

L'iniziativa è stata resa possibile grazie all'impegno dell'Associazione Culturale "Amici della Certosa" che, in collaborazione con la Comunità Monastica Cistercense, ha inteso presentare e documentare le vicende che portarono allo sviluppo ed alla trasformazione di Firenze nei secoli.

Promotori e sostenitori della mostra anche il Comune di Firenze e l'Ente Cassa di Risparmio di Firenze.

La scelta del 59 a.C. come punto di partenza è legata alle origini della città fiorentina che la storia vuole fondata da Giulio Cesare proprio nel 59 a.C.: da quel "punto" nella storia si parte per fare un lungo viaggio in ordine cronologico fino ad arrivare ai giorni nostri, il Duemila, l'anno del Grande Giubileo.

Firenze viene descritta attraverso le sue vie, le sue piazze, le sue chiese avvalendosi di materiale iconografico quasi del tutto originale e inedito: documenti storici, stampe, disegni, fotografie. Una carrellata di immagini che intendono suscitare l'interesse non solo degli storici studiosi ma anche del pubblico.

All'Associazione degli "Amici della Certosa" sostengono, infatti, che la conoscenza della storia urbana della città sia elemento indispensabile per la vita dei suoi abitanti, perché proprio attraverso il passato e le esperienze già fatte cresca e si rafforzi la nuova Firenze, la Firenze del terzo Millennio.

Il sostegno alla realizzazione della mostra da parte della Cassa di Risparmio di Firenze testimonia ancora una volta uno degli importanti compiti svolti dal Consiglio di Amministrazione dell'Ente Cassa che è proprio quello di promuovere e sostenere manifestazioni culturali a carattere nazionale ed internazionale che siano in grado di richiamare l'attenzione su Firenze, valorizzandone il suo territorio.

Parallelamente allo svolgimento di "Firenze attraverso i secoli" si svolgeranno nei locali della Certosa tre convegni sui temi "Qualità di vita", "Trasformazioni urbanistiche della città di Firenze", "Tutela del patrimonio culturale all'aperto", a testimoianza che l'iniziativa della mostra storico-urbanistica alla Certosa si inserisce in un programma di più ampio respiro che intende richiamare stima e apprezzamenti da parte di coloro che "incontrano" la nostra città. Firenze è una città d'arte che chiude in sé tantissimi monumenti e testimonianze di un passato prezioso, ma è anche una città che deve saper accettare la sfida del riuscire a conciliare il passato con le esigenze della contemporaneità. Una sfida difficile che però parte dalla conoscenza storica della trasformazione urbanistica ed architettonica di Firenze.

Il Sindaco di Firenze, Leonardo Domenici, commentando l'ambizioso obiettivo che gli organizzatori si propongono con la mostra alla Certosa, appare convinto che "rivivere attraverso una così ricca documentazione i tanti eventi e anche le tragedie che hanno fatto la nostra storia, sia per lo studioso e per il cittadino un atto di provocazione intellettuale capace di muoverlo alla riflessione ed al confronto".

 

Elena Carbone

 

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