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Paolo Cocchi: "il centro-sinistra sta
attraversando un periodo felice"

Paolo Cocchi
Paolo Cocchi ha quarantadue anni, è sposato ed ha due figli. Laureato in filosofia morale a Firenze, pubblica alcuni saggi di argomento filosofico e lavora prima in un'agenzia di pubblicità, poi in una casa editrice come redattore.
Iscritto al PCI dal 1976, nel 1989 è un deciso sostenitore della "svolta" e, anche sull'onda del rinnovamento avviato da quell'esperienza decide di accettare nel 1990 la candidatura offertagli dal PDS, alla carica di Sindaco di Barberino di Mugello (in precedenza era stato segretario di sezione e capogruppo), che ricoprirà per due mandati consecutivi.
Il 16 Aprile scorso è stato eletto Consigliere regionale nel collegio fiorentino, con oltre 7000 preferenze nella lista dei Democratici della Sinistra. L'assemblea del Gruppo Ds lo ha poi scelto come suo Presidente.
Fare un'intervista a Paolo Cocchi è sicuramente una cosa piacevole.
E' possibile porre qualsiasi domanda, lui non si scompone mai: ascolta, riflette, risponde. E sempre con un sorriso che non lascia trapelare alcuna emozione.
All'esterno appare come un uomo "tranquillo", cosciente della propria forza d'animo e soprattutto, nel nostro caso, conoscitore sia della macchina politica che di quella partitica.
Essere diventato capogruppo dei DS in Consiglio regionale non è stato, quindi, un caso.
Perchè questa premessa? Semplicemente per spiegare ai nostri lettori che le do-mande e le risposte hanno seguito solo il filo logico dell'intervista libera da condizionamenti senza alcuna concessione al rapporto personale.
Il Gruppo in Consiglio come si presenta?
Il Gruppo Ds in Consiglio regionale è composto da 20 elementi: 3 donne e 17 uomini, tutti con alle spalle esperienze importanti come amministratori, (quasi la metà del Gruppo è stato sindaco del proprio comune, più un presidente della provincia) dirigenti politici ma anche nel mondo delle professioni.
Da più parti si sostiene che il centro-sinistra è in crisi.
Lei cosa ne dice?
Intanto non credo proprio che il Centrosinistra sia in crisi: anzi, mi sembra proprio che nell'ultimo periodo, nelle ultime settimane, anche grazie al dibattito sulla leadership in vista delle elezioni ed ai brillanti risultati raggiunti dal governo Amato, il centrosinistra attraversi un periodo particolarmente felice, caratterizzato da una positiva vivacità che ha riportato entusiasmo ed ottimismo anche fra i nostri elettori.
Il PPI si sta dichiarando molto scontento del rapporto con i DS. Lo prova, ancora una volta, l'intervista rilasciata al nostro giornale la settimana scorsa dal capogruppo in Consiglio, Alberto Monaci.
E' evidente che in Toscana abbiamo un problema con un partito fondamentale per la nostra coalizione, cioè il Partito Popolare.
Credo però che queste difficoltà, quelle di un partito che si è sentito ferito nel proprio orgoglio, devono essere superate e da parte nostra ci sarà un impegno importante per superare questa fase e per questo motivo sono anche pronto a riconoscere quelli che possono essere stati gli sbagli commessi da parte nostra.
Anche i socialisti non sembrano alleati convinti. Lo Sdi cerca l'autonomia ad ogni costo, le altre "anime" (Lega socialista e PS) vanno con Berlusconi.
Quella dei socialisti è invece una questione diversa: con lo Sdi, almeno qui in Toscana.
Non abbiamo alcun problema, ed anzi, la nostra collaborazione con il Gruppo regionale, che - lo ricordo - esprime anche il Presidente dell'assemblea Nencini, la definirei proficua e molto corretta.
Anche a livello nazionale, dopo alcune difficoltà di molti mesi orsono, la collaborazione con lo Sdi mi sembra più che soddisfacente.
Per quanto riguarda invece De Michelis e i suoi amici francamente non trovo preoccupante la loro scelta di campo: credo infatti di avere davvero poco a che fare con l'ex ministro delle discoteche.
Abbiamo letto che alcuni sindaci ed ex-sindaci (come Lei) si sono "strappate le vesti" per un ritorno di Di Pietro. Non vi è bastato prendere una "fregatura" una volta?
Non mi sto strappando le vesti proprio per nessuno, tantomeno per il senatore Di Pietro, così come non credo che ci abbia rifilato nessuna fregatura: di Di Pietro penso soltanto che sia una risorsa importante per il nuovo centrosinistra: soltanto unendo tutte le forze dell'area democratica possiamo pensare di sconfiggere il centro destra e in questa ottica anche il contributo del senatore del Mugello può essere utile, e lo dice un suo elettore.
Lei crede nella possibilità di un grande centro?
Almeno nel breve periodo davvero non vedo lo spazio politico per un nuovo grande centro alternativo alla destra e alla sinistra.
Con un'ottica di più lungo raggio invece penso che anche in Italia, a competere per la giuda del Paese, come già succede in tutta Europa, potrebbero davvero essere una coalizione di centro ed una di ispirazione socialdemocratica, lasciando ai margini la destra.
Non Le sembra poco serio il confronto che si è aperto tra Amato e Rutelli?
Non capisco proprio perché dobbiamo definire poco serio il confronto fra due risorse importanti del Centrosinistra: anzi trovo piuttosto significativo che la nostra coalizione discuta apertamente e liberamente la propria guida, mentre i nostri avversari scelgano il proprio padrone direttamente su indicazione divina.
Francesco Canosa
Una finanziaria 2001 che dia risposte concrete e precise ai Comuni

Gianfranco Simoncini
Di questo si è discusso nei giorni scorsi a Prato presso la sede regionale dell'Associazione Nazionale dei Comuni in occasione del confronto che ha visto seduti al medesimo tavolo la dirigenza dell'ANCI Toscana ed i rappresentanti di CGIL, CISL, Confindustria, CNA, API Toscana e Lega Cooperative.
Obiettivo della riunione, fortemente voluta e più volte preannunciata dal-l'ANCI: aprire un confronto ed un percorso di lavoro comune per fare in modo che nella finanziaria 2001 vengano accolti tutti quei provvedimenti che, senza determinare squilibri nel bilancio dello Stato, possano risollevare le sorti delle finanze locali, già duramente provate nel 2000, così come testimoniano gli aumenti della pressione fiscale che gli enti locali hanno dovuto prevedere quest'anno in molti bilanci comunali.
Conferimento ai Comuni di una quota dell'IRPEF, diminuzione della pressione fiscale sui cittadini e sulle imprese, sviluppo degli investimenti e, più in generale, riordino della finanza locale, in un'ottica di reale federalismo fiscale: questi gli argomenti principali discussi nel corso dell'incontro che, ancora una volta, ha visto da parte dell'ANCI una seria denuncia dei pericoli che la finanza locale sta correndo.
"E' necessario - è stato ribadito dal Presidente dell'ANCI Toscana e Sindaco di Rosignano Gianfranco Simoncini - che tutta la comunità regionale presti il suo supporto alla richiesta di attribuzione ai Comuni di una percentuale dell'IRPEF prodotta sul territorio, in modo che si possa avere una reale corrispondenza tra la ricchezza di una data area geografica e l'aumento delle risorse a disposizione dell'Amministrazione locale. Si tratta di un passaggio importante in direzione del federalismo fiscale che potrebbe aprire possibilità concrete per non andare quest'anno ad un aumento delle tasse e per procedere invece ad un rilancio della politica degli investimenti. Una politica - ha tenuto a precisare - che tra l'altro in questi anni ha permesso la tenuta economica della nostra Regione".
Tre i livelli sui quali l'ANCI intende operare: insieme alla richiesta di attribuzione di una parte dell'IRPEF agli enti locali, sono da registrare infatti le proposte per la neutralizzazione dell'IVA e per il rifinanziamento dei fondi di investimento per i piccoli Comuni.
L'ANCI ha avuto occasione di ripetere che scelte di questo tipo - ed in particolare quella relativa all'IRPEF - devono essere compiute dal Parlamento nei tempi più brevi possibili, preferibilmente entro l'anno in corso.
"Laddove ciò non fosse possibile - è stato comunque precisato da parte del Presidente Simoncini - chiediamo che la finanziaria 2001 preveda misure straordinarie a favore dei Comuni, con la previsione di sostanziali aumenti dei trasferimenti aggiuntivi che permettano di far fronte ai bilanci dei Comuni senza dover ricorrere ad ulteriori aumenti della pressione fiscale. D'altronde - ha fatto notare - lo stesso Governo ha riconosciuto la
legittimità della richiesta senza che però vi fossero fino a questo momento concrete risposte positive. Oggi il forte aumento delle entrate nazionali non può che garantire risposte di questo tipo".
Sostanzialmente d'accordo con le proposte lanciate dall'ANCI i rappresentanti delle categorie economiche e dei sindacati presenti all'incontro. Tutti gli intervenuti hanno apprezzato l'impostazione del lavoro avanzata dall'Associazione dei Comuni Toscana per un contenimento della pressione fiscale, condividendo appieno la richiesta di attribuzione dell'IRPEF ai Comuni, in una duplice ottica di promozione dello sviluppo e di opportunità per l'estensione della rete di protezione sociale.
Da parte di tutti i presenti è stata espressa disponibilità a sostenere le posizioni e le richieste dell'ANCI nei confronti dei rispettivi organismi dirigenziali nazionali e, successivamente, del Governo e del Parlamento. La sintonia registrata ieri a Prato per il momento non lascia spazio a dubbi: vi è anche da parte delle categorie economiche e dei sindacati la volontà di marciare insieme all'ANCI in direzione del federalismo fiscale.
Sempre nel corso della riunione è stato possibile
concordare sulla convocazione di un ulteriore incontro con i sindacati dei
lavoratori che, in tempi brevi, dovrà servire per la definizione
di un protocollo d'intesa in vista della stesura dei prossimi bilanci comunali.
Sarà questo uno dei numerosi appuntamenti che l'ANCI ha messo in
agenda per il mese di settembre allo scopo di informare e coinvolgere ulteriormente
la comunità toscana, in modo da ottenere risposte concrete nella
finanziaria. In caso di risposte insoddisfacenti non è stata neppure
esclusa la possibilità di ricorrere a manifestazioni pubbliche a
carattere regionale e nazionale.
Festa dell'uva all'Impruneta (Firenze)
Riccardo Lazzerini


I quattro rioni
Il mondo in guerra per l'acqua potabile

Inchiesta di Angelina Aino
Il numero di persone vittime di cronica mancanza d'acqua potabile crescerà nei prossimi anni fino a raggiungere una cifra spaventosa tra 2,4 e 3,2 miliardi nel 2.025.
La notizia viene dall'organizzazione Usa Popular Action International (Pai) che si occupa di problemi legati alla crescita demografica.
Fatta questa premessa il Pai torna ad invitare i 179 Paesi che hanno partecipato alla Conferenza su popolazione e sviluppo nel 1994 al Cairo a tenere fede all'impegno assunto di destinare entro il 2.000 fondi per 17 miliardi di dollari in favore di servizi legati alla pianificazione. Un impegno non mantenuto fino ad ora soprattutto da parte degli USA.
Eppure la questione non è da prendere sottogamba essendo già ampiamente drammatica come cercheremo di testimoniare con questa nostra inchiesta.
In primo luogo occorre rispondere a questa domanda: come é da considerarsi l'acqua? Una merce oppure una risorsa vitale da gestire con parsimonia, da mettere a disposizione di tutti?
Infatti, nel primo caso i paesi poveri non potranno fruire dell'acqua; nel secondo occorre un impegno dei paesi ricchi a favore di tutti.
Il dramma della mancanza d'acqua ci ha consegnato nel luglio scorso una serie di tumulti alla periferia di Teheran nei giorni in cui ad Abadan, una città sul Golfo oppressa da una canicola senza precedenti, una folla infuriata ha assaltato negozi e incendiato copertoni per protestare contro la mancata fornitura di acqua potabile.
Stando alla tv di Stato la sommossa sarebbe stata rapidamente sedata dalla polizia, senza dare notizia di feriti o arresti. Mentre le autorità hanno chiesto agli abitanti di Abadan e della vicina Khorramsciar (sudovest) di non uscire di casa per non esporsi alla canicola, che aveva raggiunto 53 gradi all'ombra.

Il caldo feroce in Iran ha aggravato ulteriormente la siccità, che colpisce particolarmente le province meridionali e orientali. Il mese scorso la mancanza d'acqua aveva già provocato violenti tumulti in due sobborghi popolari di Teheran.
Dalla Cina arriva, invece, un'altra notizia: a Pechino un'azienda che si occupa di protezione ambientale ha inventato uno scarico speciale visto che gli sciacquoni del wc ''sprecano'' ogni volta mediamente sei litri d'acqua (a Pechino dai 9 ai 13 litri) e che in oltre 400 delle 668 città del paese ci sono serie difficoltà di approvvigionamento idrico. Ha messo a punto, infatti, uno sciaquone capace di "sparare" a forte velocità l'acqua nella tazza per l'equivalente di appena 0,2 litri! Non solo, ma questo congegno funziona anche con l'acqua riciclata, quella cioè già usata per lavare la biancheria o i cibi in cucina.
Il problema, insomma, riguarda come sempre i paesi poveri che devono fare i conti con la loro inesistente ricchezza!
Per i paesi ricchi la questione è molto relativa. Prendiamo l'Italia, in questo paese dal consumo facile si consumano ben 10,2 miliardi di litri all'anno di acqua minerale di 242 marche, che gestiscobo un fatturato attorno ai 4000 miliardi di lire.
Un vero affare per un prodotto che viene dal cielo, passa sulla terra e deve essere semplicemente imbottigliato e.... pubblicizzato.
Gli Emirati Arabi, inoltre, che soldi (grazie al petrolio) ne hanno anche più degli italiani, hanno addirittura richiesto alla Finlandia ben 450.000 metri cubi d'acqua al giorno, vale a dire il doppio di quanto consuma l'intera "grande Helsinki".
Ma la questione acqua non è soltanto riferita alla capacità di acquistarla e di pagarla. Essa si allarga, purtroppo, ad aspetti politici che spesso generano anche conflitti bellici.
Vediamo, ad esempio, quello che sta accadendo in Turchia.
Il governo di Ankara ha messo insieme una serie di progetti, denominati Gap, per trasformare radicalmente il Sud-est del Paese, la regione turca al confine con Siria e Iraq. Una zona arida e sottosviluppata, che riveste una fondamentale importanza strategica: ospita infatti l'alto corso dei Tigri e dell'Eufrate, i due fiumi da cui dipende larga parte dell'approvvigionamento idrico dei due stati vicini. E una zona fonte di continui problemi: quella che Ankara chiama semplicemente la "regione Sudorien-tale" è nota nel resto del mondo come Kurdistan turco, quella porzione della Turchia che i curdi rivendicano come parte integrante di un loro stato autonomo.
Il fulcro del Gap in questo momento è la diga di Ilisu, che sta nascendo sul Tigri, a 65 chilometri dal confine iracheno. Alla costruzione lavora, fra le altre, l'impresa italiana Impregilo.
Settantatremila chilometri quadrati di superficie interessata, ovvero due volte e mezza l'intero Belgio. Tredici nuclei di progetti che prevedono complessivamente la costruzione di 17 centrali idroelettriche e 22 dighe: un bacino d'irrigazione di 1,7 milioni di ettari di terra. Costo previsto 32 miliardi di dollari, più di 64.000 miliardi di lire. Tempi di realizzazione misurati in termini di decine di anni: secondo le stime il progetto sarà completato entro il 2015. Da qualunque parte lo si guardi il "Great anatolian project" (Gap) è mastodontico.
Ufficialmente lo scopo del progetto è quello di trasformare un'area pari a un decimo del territorio turco in una sorta di eden, ricco di acqua e di kilowatt per la produzione di alberti da frutto e ortaggi.
Ma accanto ai fini economici ci sono, non troppo nascosti in verità, quelli politici. L'inondazione di ampie zone di territorio e la nascita di nuovi posti di lavoro provocheranno il trasferimento verso le città della regione di migliaia di persone, in gran parte contadini curdi.
Risultato, una rilevante perdita di appoggi e di manovalanza per il PKK, il Partito dei lavoratori del Kurdistan che nella zona ha le sue basi più importanti.
Proprio l'esodo della popolazione ha suscitato le proteste di moltissime organizzazioni internazionali, che hanno parlato di genocidio programmato dei curdi.
Il Gap, sostiene Ankara, è fondamentale per lo sviluppo economico dell'intero Sudest del Paese e deve essere realizzato. Le popolazioni potranno usufruire di rimborsi economici e di nuove terre, ma non potranno restare nella zona.
Ma è alle obiezioni che arrivano da Siria e Iraq che Ankara oppone la risposta più decisa: a chi, e sono molti, sostiene che il Gap è fonte d'instabilità per l'intero Medio Oriente perché riduce sensibilmente le risorse idriche degli altri stati bagnati dal Tigri e dal-l'Eufrate, la Turchia risponde che "le fonti del Tigri e dell'Eufrate sono in Turchia, spetta dunque solo alla Turchia decidere le sorti dei due corsi d'acqua". A poco è servito dimostrare che se il Gap sarà portato a termine il flusso dell'Eufrate si ridurrà del 25 per cento in Iraq e del 30 per cento in Siria: Ankara si rifiuta di modificare il suo punto di vista e non è sensibile a pressioni economiche, visto che l'intero progetto è realizzato senza contributi esterni.
Il Gap sarà all'origine di un nuovo conflitto in Medio Oriente?
Di certo sta già creando forti tensioni fra Siria, Iraq e Turchia.
Un altro focolaio riguarda in un'altra area del Medio Oriente dove oltre duecento fiumi e bacini sono contesi almeno da due Paesi.
In Israele, in particolare, l'acqua costituisce il cuore dei problemi, per cui, spesso, si disegnano i confini del proprio Stato a seconda di dove scorrono i corsi d'acqua.
Circa il 60% delle risorse idriche che dissetano il Paese,derivano dai territori occupati da Tel Aviv.
Il Giordano é oggetto di contesa tra Israeliani, Palestinesi e Giordani.
*
Spesso la guerra viene fatta attraverso la costruzione di dighe che sbarrano il passaggio dell'acqua nei fiumi che passano sul proprio territorio.
E' una tecnica ormai consolidata che dal 1963 - anno di inizio dei lavori di Assuan - in avanti, ha visto una crescita incontrollata delle dighe: in tutto il mondo oggi ne esistono 800.000.
Di queste 300 le "super-dighe", giganti con un'altezza maggiore di 150 metri, e 40.000 "grandi dighe", costruzioni alte più di 15 metri: nel 1950 le grandi dighe erano 5.000. La crescita prosegue a ritmo di 260 l'anno.
L'industria delle dighe fattura 20 miliardi di dollari l'anno, circa 40.000 miliardi di lire: principale sponsor dei progetti - in fase di realizzazione soprattutto nel Terzo Mondo - è la Banca Mondiale.
In prima fila nei lavori imprese tedesche, inglesi, americane e italiane.
Contro di loro un nemico che negli ultimi tre anni ha acquistato una visibilità crescente: le associazioni degli ambientalisti e di quelli che si battono per difendere le popolazioni costrette a lasciare le proprie terre sommerse dalle acque. Nel '900 dai 20 ai 60 milioni di persone, soprattutto contadini, sono state trasferite a causa delle costruzione di dighe.
Gli spostamenti proseguono al ritmo di quattro milioni di persone l'anno, per la maggior parte in Cina e in India.
"Le dighe sono di grandissima utilità, ma più
grandi sono maggiore è il rischio - spiega Ugo Leone, docente di
Politica ambientale all'Università di Napoli - l'esempio di Longarone
in Italia insegna, e quella era solo una piccola diga". "Per non
parlare del rischio che i Paesi che hanno la fortuna di avere fonti d'acqua
sul proprio territorio possano usare le dighe come veri e propri strumenti
di guerra - conclude Leone - tagliando l'approvvigionamento idrico ai vicini:
il caso della Turchia in questo senso è esemplare".