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Mai in Italia la politica ha raggiunto livelli di discussione così bassi. Cultura, intelligenza, comprensione, rispetto, si sono impastati in una melma che copre i marciapiedi e rischia di far cadere tutti e rompersi l'osso del collo.
E, purtroppo, sembra che ognuno si diletti a sguazzare in questa melma senza rendersi conto del pericolo reale che corre.
D'altra parte non è sordo chi non ci sente, ma è sordo chi non vuol sentire!
Sarebbe bastato prendere esempio da Helmut Khol che, con grande dignità, ha confessato le sue colpe in materia di finanziamento "al nero" al suo partito (la CDU) per capire che anche in questo Paese (che per livello culturale ed intellettivo può fregiarsi del titolo di "paese del terzo mondo") si dovrebbe fare un'opera di pulizia per vedere con chiarezza il passato e quindi predisporsi adeguatamente al futuro.
Invece, i politici si combattono senza esclusione di colpi; qualcuno (leggi D'Alema) perde la testa e querela "la satira"; qualche altro (leggi Veltroni) denuncia Berlusconi per alcune dichiarazioni ritenute diffamatorie, avendo l'accortezza di non fare una denuncia penale ma civile; qualche altro (leggi Berlusconi) non accetta le decisioni della magistratura e si ... oppone; e qualche magistrato (leggi qualche Procuratore della Repubblica) si veste di protagonismo dimenticando di essere un "servitore" dello Stato e quindi del Paese, e quindi di tutti noi (e non guarda neppure alla Germa-nia dove nessun Procuratore rilascia interviste, o scrive articoli sui giornali, o partecipa attivamente alla vita politca).
Ora che siamo arrivati ad avere un marciapiede viscido, ma tanto viscido, c'è chi si è accorto del pericolo: Luciano Violante, DS, presidente della Camera, ha richiamato tutti ad un atto di "conciliazione politica".
Positivo il richiamo ma con pesanti limiti: Violante (ma anche il Capo dello Stato) deve capire che per pacificare la politica si deve richiamare alle proprie responsabilità quella parte (per fortuna molto limitata come numero) della magistratura che "fa politica".
Non è possibile, infatti, schierarsi dalla parte del potere giudiziario contro il potere politico (quando questo è rappresentato dall'opposizione) perdendo così il punto di equilibrio tra i diversi poteri dello Stato e rischiando di perdere l'autorevolezza della "carica" istituzionale che si riveste.
Per Violante, "conciliazione significa rinuncia all'uso distorto della storia di ieri per combattere i conflitti di oggi". A suo giudizio la commissione Mitrokhin è "un segno" della volontà di superare il vecchio modo di usare la storia. Auspica quindi che in Parlamento "ciascuno dica la sua verità e sia disposto ad ascoltare (...) in uno spirito di verità e senza vendette".
Sarà ascoltato?
Francesco Canosa
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La qualità sociale della cooperazione

Marco Montemagni mentre svolge la relazione
Il convegno aveva due obbiettivi fondamentali:
1) fare il punto sulla esperienza dei Bilanci Sociali realizzati da un gruppo campione di cooperative toscane.
2) Indicare le linee di una iniziativa di forte rilancio del Bilancio Sociale Cooperativo come questione fondamentale per la cooperazione, in quanto dimostra la inscindibilità del valore insieme economico e sociale della cooperativa stessa.
Argomento di sicuro spessore morale perchè è il mezzo per offrire informazioni sull'attività economico-finanziaria della cooperazione nella massima trasparenza.
Non c'è dubbio che la questione rivesta una grande rilevanza visto che Legacoop Toscana rappresenta una realtà di oltre 900 cooperative, 27.000 addetti, 7.500 miliardi di fatturato.
Senza considerare un altro aspetto che è quello del numero dei soci che sono infatti oltre 1.250.000 (donne e uomini; giovani ed anziani) che rappresentano un notevole fattore di coesione sociale e di vitalità civile.
Va subito chiarito che il Bilancio Sociale non risponde a un obbligo legislativo, ma Legacoop ha assunto la decisione politica di farne un vincolo associativo per le cooperative aderenti, sia pure con una graduazione nei tempi.
La Lega Regionale ha elaborato propri schemi di Bilan-cio Sociale Cooperativo, tenendo conto delle quattro tipologie fondamentali di cooperative:
a) di lavoro;
b) fra consumatori;
c) di abitazione;
d) tra imprese.
Come ha sottolineato Montemagni "l'analisi dei Bilanci Sociali di 93 cooperative facenti parte del gruppo campione è particolarmente interessante per l'esame che si è fatto delle spese sostenute per interventi sociali che sono stati di oltre 96 miliardi; la quota versata al Fondo Mutualistico Coopfond per creazione di nuova occupazione (con il 3% degli utili, ex L. 59/92) è stata di 4 mld e 988 milioni; le iniziative culturali, ambientali, di solidarietà".
Partendo da queste considerazioni Montemagni ha sostenuto che "Il Bilancio Sociale Cooperativo può divenire sempre di più uno strumento adeguato con cui ci proponiamo di rappresentare, e ove possibile di misurare, la qualità sociale della cooperazione".
Non solo, ma il Bilancio Sociale Cooperativo deve certificare, in modo oggettivo, la "diversità cooperativa" diventare uno strumento di reale partecipazione sia interna che esterna: in questa direzione intendiamo rafforzare il nostro impegno e la nostra iniziativa.
Non è mancato nella relazione un richiamo ai contenuti della recente Conferenza Regionale sulla cooperazione promossa dalla Regione Toscana e tenutasi il 29 e 30 settembre 1999, è stata un occasione importante.
"Ci auguriamo - ha detto Montemagni - che la Regione porti avanti proficuamente gli impegni assunti e sintetizzati nel documento conclusivo della Conferenza che ha definito indirizzi ed azioni di sostegno alla cooperazione coerenti con le politiche regionali".
In pratica, Legacoop pensa che questo possa essere un momento adeguato per compiere uno sforzo di aggiornamento teso a riaffermare il valore sociale della cooperazione. "Che significa - secondo Montemagni - in primo luogo porre la persona al centro dell'impresa, visione questa alternativa rispetto a chi vede l'impresa orientata al massimo profitto comunque, in una competizione selvaggia senza regole".
Così come è da sottolineare la fondamentale valenza sociale della specifica forma proprietaria cooperativa, che è di fatto un patrimonio di natura sociale ed internazionale, in quanto non è mai distribuibile tra i soci.
Mentre la non tassabilità degli utili portati a riserva indivisibile non è quindi un'agevolazione bensì rappresenta l'essenza "costitutivo-istituzionale" della cooperativa, che è società di persone, che supplisce alla carenza di capitali attraverso la non tassabilità delle riserve.
Dopo la relazione e la comunicazione di Daniela Dacci (Crestat) sono intervenuti numerosi cooperatori e invitati: Tiziana Cavallini (Consorzio Nuovo Futuro di Rosignano), Stefano Tossani (Coop Unica di Firenze), Luciano Rossetti (Unicoop Firenze), Antonella Orazioli (Coop Allevatori Riuniti Sovicille (Si), Fabio Faggella (Coop Archeologia Firenze), che hanno tratteggiato l'esperienza del Bilancio Sociale della propria cooperativa.
Sono altresì intervenuti Pier Angelo Mori ordinario presso la Facoltà di Economia (Università di Firenze), il Presidente dell'ANCI Tosca-na Gianfranco Simoncini e Simonetta Pellegrini Segre-taria Regionale CGIL.
L'Assessore regionale alla sanità Claudio Martini, nel suo intervento, ha apprezzato il rilievo che la realtà cooperativa e il suo radicamento territoriale esprime: in questo quadro il Bilancio Sociale ne assume la sintesi. Martini ha sottolineato che risulta di fondamentale importanza, nelle peculiarietà dello svilluppo toscano, il ruolo del movimento cooperativo.
Infatti la cooperazione costituisce uno degli aspetti più moderni di fare impresa, dove efficienza e solidarietà si fondono. Martini ha infine evidenziato i risultati della Conferenza regionale sulla cooperazione tenutasi il 29 e 30 settembre 1999, con particolare riferimento agli impegni sottoscritti dalla regione nel documento conclusivo.
I1 presidente della Legacoop Toscana Giorgio Bertinelli, concludendo ha ribadito la necessità di rilanciare la questione della mutualità esterna, per le imprese cooperative già sufficientemente capitalizzate, esigenza che emerge sempre più forte dall'analisi dei Bilanci sociali. Bertinelli ha riaffermato l'importanza, in un momento in cui le imprese più rilevanti della regione vengono acquistate da Multinazionali straniere, che la cooperazione cerchi, con operazioni economiche rilevanti e con non pochi sacrifici, di contrastare questa tendenza.
.red.com.
Occupazione, sviluppo delle infrastrutture, ambiente, ma anche attenzione alle pari opportunità e maggiore sicurezza sui luoghi di lavoro.
Sono questi i capisaldi del Documento unico di programmazione per l'Obiet-tivo 2 nel periodo 2000-2006.
A disposizione ci sono 237,533 milioni di euro, pari a quasi 460 miliardi di lire, del Fondo europeo di sviluppo regionale, da distribuire nei prossimi sette anni nelle aree a declino industriale della Toscana e, per la prima volta, nelle aree rurali.
Le risorse disponibili per la fase di programmazione 2000-2006 sono superiori a quelle della precedente fase 1994-1999, avendo a disposizione fondi europei di sviluppo regionale pari per le zone Obiettivo 2 e 96,020 milioni di euro quasi 186 miliardi di lire per le zone in "phasing out".
I finanziamenti andranno alle zone toscane a declino industriale e anche, per la prima volta, alle aree rurali.
La scelta delle aree toscane interessate dall'Obiettivo 2 non è stata ancora definita, ed è oggetto di contrattazione in sede di Unione europea proprio in queste settimane. Il Docup presentato dalla Regione Toscana (elaborato celermente perchè il regolamento europeo stabilisce che lo stato membro debba presentare i documenti entro quattro mesi dalla definizione degli elenchi delle zone ammissibili) stabilisce dunque a livello generale la strategia che si intende adottare per la programmazione e attuazione degli interventi finanziabili.
L'Obiettivo 2 in Toscana interesserà fino a un massimo di 822.665 abitanti: questo è il tetto stabilito dall'Unione europea. Le zone che tuttavia dovessero rimanere escluse dai nuovi elenchi, e che erano comprese nel precedente piano, avranno diritto a un trattamento e a finanziamenti particolari (circa 1/3 delle risorse per le aree in Obiettivo 2): andranno infatti a finire nella lista delle cosiddette aree in "phasing out".
La Regione Toscana, che è l'autorità di gestione del Docup toscano designata, ha prodotto il piano di programmazione dopo quasi un anno di attività di concertazione e di partenariato.
Le Province in particolar modo si sono occupate di coordinare i lavori dei soggetti locali. Le parole d'ordine per la strategia di programmazione del 2000 sono "fare sistema", cioè privilegiare le politiche che rafforzano l'immagine di un'identità unitaria della Toscana, innovazione e qualificazione sulla base di uno sviluppo sostenibile, incremento dell'occupazione.
In particolare il Docup si articola in tre assi. L'Asse 1 è "Sviluppo e rafforzamento delle piccole e medie imprese". L'Asse 2 "Qualificazione territoriale", ha lo scopo di potenziare le infrastrutture territoriali creando le condizioni per uno sviluppo equilibrato della Toscana. L'Asse 3 "Ambiente" predispone interventi volti, da un lato, a contenere i principali fattori di rischio ambientale nelle aree oggetto di intervento, dall'altro tali da generare opportunità di sviluppo e di occupazione. Tra i criteri, prioritaria è la valutazione di impatto sulle pari opportunità (la cosiddetta Vispo).
Scendendo nei dettagli, l'Asse 1 prevede aiuti agli investimenti produttivi e ambientali delle imprese industriali e delle imprese artigianali, fondi per l'assunzione di partecipazioni di minoranza del capitale sociale, fondi di garanzia e prestiti partecipativi, aiuti diretti per la ricerca industriale, per il potenziamento dei servizi telematici, aiuti alla domanda aggregata e all'offerta dei servizi, qualificazione dei servizi turistici, aiuti per la creazione di nuove imprese.
L 'Asse 2 prevede il potenziamento e la qualificazione delle strutture per il turismo e il commercio, per la cultura, e il potenziamento delle infrastrutture di trasporto: in particolare sono previsti interventi sull'interporto di Prato e l'interporto di Guasticce, sul porto di Livorno, sul porto di Carrara e l'area retroportuale di Carrara, sul porto di Piombino. Previsti anche interventi per le infrastrutture per i settori produttivi (localizzazione di nuove imprese, recupero aree dismesse per la creazione di servizi avanzati per le imprese, avvio di laboratori per le tecnologie), per le cosiddette infrastrutture sociali (asili nido e strutture per l'infanzia, residenze per soggetti a rischio, anziani e portatori di handicap), infrastrutture per la formazione e per l'impiego.
Le azioni previste dall'Asse 3 sono la riduzione dell'inquinamento e l'aumento dei consumi di energia da fonti rinnovabili, la creazione di infrastrutture per il ciclo delle acque, per il recupero e il trattamento dei rifiuti, per il recupero e la bonifica dei siti degradati, per il potenziamento di parchi, aree protette e biodiversità, per la difesa del suolo, la sicurezza idraulica, la riduzione del rischio sismico.
In sede di esame in Commissione regionale sono stati sollecitati e introdotti alcuni emendamenti con lo scopo di incrementare la sicurezza sui luoghi di lavoro, sia dal punto di vista strutturale (macchinari a norma ecc.), sia dal punto di vista ambientale (ad esempio la sostenibilità delle attività estrattive in montagna): i complementi di programmazione terranno conto del fattore sicurezza nella determinazione delle priorità e dei criteri di selezione dei progetti.
L'effetto macroeconomico atteso del Docup è quantificato come impatto sul tasso di disoccupazione netto nelle aree interessate, di cui è prevista una riduzione di 0,4 punti.
I1 risultato stimato in termini assoluti per la diminuzione della disoccupazione sarebbe in realtà maggiore, ma la cifra rimane bassa perché contemporaneamente si prevede una crescita del tasso di attività, con un aumento della propensione al lavoro in particolare delle donne, stimolata dagli interventi del Docup. Si dovrebbe cioè attenuare il cosiddetto fenomeno del "lavoratore scoraggiato": attivando aspettative per l'occupazione, un maggior numero di persone, in particolare di donne, viene spinto a cercare lavoro.
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Mathilde, la bella aristocratica, diventa sposa di Filippo di Belgio
Bruxelles
Dall'inviata Elena Carbone
Bella, radici fiamminghe, sportiva, ecologista: questa è Mathilde d'Udeken d'Acoz, 26 anni, alta 1 metro e 76 cm, andata in sposa a Filippo di Belgio (39 anni), prossimo Re e figlio di Paola Ruffo di Calabria.
Tutto il Belgio si è stretto attorno alla coppia. Ma la cerimonia (eccetto che per la RAI) è stata un'occasione per le TV di tutto il mondo.
Anche i navigatori di Internet hanno potuto seguire "in live" la cerimonia che ha avuto momenti di vera suggestione, come qualunque matrimonio è capace di creare.
Dopo il matrimonio civile, gli sposi si sono separati per rincontrassi nella Cattedrale dei Santi Michel e Gudule a Bruxelles.
Difficile di questi tempi per le monarchie incontrare i favori della gente (salvo la regina d'Inghiterra che fa storia a sè) e per questo appare degna di nota l'improvvisa notorietà di Mathilde che è diventata un vero fenomeno, ingigantito dal fatto che Bruxelles è, senza alcun dubbio, una città fredda.
Forse perché Mathilde è &laqno;belgissima» (radici fiamminghe, residenze valloni, lavoro a Bruxelles), forse perché il suo fascino di donna ha conquistato i suoi connazionali.
Forse (siamo sempre nel campo dei forse...) perché Mathilde rifiuta le pellicce naturali e usa solo quelle artificiali, si pettina come Grace Kelly evocando uno dei più riusciti miti mediatici dell'intero '900 grazie alla vaga somiglianza con l'originale: occhi blu, capelli dorati, gran sorriso, pelle chiara, un corpo morbido che è il trionfo della femminilità.
"Tratti" che l'apparentano con un altro mito, Diana del Galles. Come lei, Mathilde impasta sensualità e classe, soffuso erotismo ed etichetta.
Ama il mondo, non solo quello ricco ed opulento, ma anche quello povero e bisognoso, come India, Nepal, Tibet, Cina, Perù, Bolivia, Messico.
E' una principessa "normale", forse per questo è "speciale".
A quella "specialità" i belgi hanno offerto tutta la loro simpatia. Così come hanno manifestato milioni di telespettatori nel mondo.
Più che le parole, riteniamo opportuno offrire ai nostri lettori
alcune immagini della principessa, partendo dalla sua tenera età
fino ad oggi. Del futuro non sappiamo cosa dire. Auguriamo alla giovane
Mathilde di essere felice.
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Alle multinazionali non piacciono le
medicine per i poveri!
Alle soglie del Terzo millennio la vita media degli individui rispetto a quelli di inizio secolo è raddoppiata.
Ricerca scientifica e medicina hanno conseguito importanti successi anche nella prevenzione di molte malattie.
Ma per alcune patologie non esistono farmaci. Sono le malattie "rare", con incidenza inferiore a 5 casi ogni 10 mila persone. Se ne conta il 10% di tutte le patologie. Per lo più sono causate da anomalie genetiche ereditate dai genitori.
Possono però anche insorgere indipendentemente dal fattore ereditario.
Una malattia orfana è una malattia rara per la quale gli investimenti (pubblici e privati, delle industrie farmaceutiche) per sviluppare metodi di diagnosi, prevenzione e terapie efficaci sono scarsi. Sono malattie molto gravi, invalidanti, che danno una breve speranza di vita e che colpiscono, almeno in Europa, meno di 5 persone su 5.000.
Nel loro insieme sono numerose: ne sono state identificate ben cinquemila, ma solo per poche centinaia di esse è possibile una qualche cura.
Un numero elevato di malattie rare è di origine genetica; tra queste le thalassemie, l'emofilia, le malattie neurometaboliche, alcuni nanismi e rare forme di tumore.
Per esse, la speranza di una cura definitiva è riposta nella terapia genica, cioè nella manipolazione dei costituenti base dei cromosomi.
Questo campo di ricerca, ancora in gran parte inesplorato, oltre a sollevare non secondari problemi etici, richiede ingenti investimenti che non produrrebbero, anche in caso di successo delle ricerche, profitti altrettanto elevati visto il mercato ridotto a cui si rivolgerebbero.
Un problema analogo riguarda quelle malattie rare che si avvarrebbero della terapia con farmaci adeguati: anche in questo caso le ricerche farmacologiche tendono a trascurare un mercato così ridotto per privilegiare terapie frequenti come i tumori e le cardiopatie, ma soprattutto malattie tipiche del benessere, dall'obesità all'impotenza. In tal modo lasciando fuori quelle affezioni tropicali che non darebbero lauti guadagni.
Negli ultimi anni, però, hanno cominciato ad intravedersi i segni di un mutato atteggiamento nei confronti di queste malattie da parte di organizzazioni governative e sovranazionali.
Già dal 1983 gli Stati Uniti hanno realizzato un piano di intervento che ha portato ad una facilitazione nell'immissione in commercio e nella distribuzione di farmaci per le malattie rare. Negli anni successivi altri stati (Australia e Giappone) hanno assunto iniziative analoghe.
In Europa, il Parlamento Europeo sta per adottare un programma di azione comunitaria che si prefigge gli stessi scopi: promuovere la ricerca farmacologica e la distribuzione di farmaci per le malattie rare e, inoltre, controllare che non si verifichino comportamenti illeciti nell'ambito del mercato dei farmaci.
Rilanciare la speranza di vita
La speranza di vita di chi nasce con una malattia rara non è, al momento, molto confortata dai numeri.
-Un terzo muore nel primo anno di vita o nei primi dieci giorni dalla nascita.
-Un terzo sarà portatore di un handicap permanente.
-Un terzo potrà essere curato e avere una vita normale.
Sostenere la ricerca è anche un obbligo morale per non abbattere la speranza. Si spinge, a livello europeo, per una legigislazione che finanzi la ricerca e la produzione dei farmaci orfani. Farmaci in alcuni casi non decisivi per la cura ma che almeno possano lenire il dolore.
Farmaci orfani
Le malattie rare hanno prevalentemente origine genetica. In futuro molto ci si attende dallo sviluppo dell'ingegneria genetica. Al momento, tuttavia, per molti soggetti affetti da malattie rare la speranza è nella produzione dei "farmaci orfani", prodotti che non sono sul mercato per l'elevato costo di produzione e lo scarso rendimento economico.
Una delle sfide, vinta ad esempio negli USA, è dimostrare che la produzione di questi farmaci non vuol dire perdita di bilancio. Anzi, funge da stimolo per nuove piccole e medie industrie; e da calcolo economico, per conservare ai malati il diritto ad essere curati.
Rare? Non proprio
In Italia sono circa 5 milioni (tra malati, familiari, medici) le persone coinvolte da una malattia rara.
La stima è approssimativa, giacché non esistono un'anagrafe né un censimento da parte del ministero della Sanità. Tali malattie sono sconosciute alla maggior parte delle persone.
E neppure i medici dispongono di una letteratura scientifica particolareggiata. Per i malati e i familiari è un tormento anche ottenere la diagnosi. Poi comincia il "calvario" alla ricerca di una cura.
La legge USA
Nell'83 gli Stati Uniti hanno promulgato l'Orphan Drug Act per incentivare la ricerca e lo sviluppo dei farmaci.Alle aziende farmaceutiche che si impegnano in questo settore sono offerti vantaggi economici.
Il Congresso, inoltre, destina 20mln di dollari al finanziamento dei farmaci orfani. Ciò ha comportato, negli ultimi 15 anni, a qualificare come orfani 837 farmaci, 323 dei quali hanno usufruito del programma di incentivazione.Alla fine del '97 avevano completato l'iter per l'accesso alle agevolazioni altri 152 nuovi medicinali, già utilizzati da oltre 7 milioni di pazienti.
I primi passi dell'Europa
Giappone, Singapore e Australia hanno adottato un regime di incentivazione analogo al modello americano.Qualcosa comincia a muoversi anche in Europa.
La proposta in esame al Parlamento europeo mira ad istituire una procedura comunitaria di assegnazione della qualifica di farmaco orfano e a normare forti incentivi per ricerca, sviluppo e commercializzazione di questi prodotti.
Il progetto comporta la creazione di posti di lavoro qualificato, costituzione di nuove imprese, in particolare di quelle specializzate in biotecnologie e ingegneria genetica.
E l'Italia?
L'avvio della sorveglianza delle patologie rare è tra gli intenti del Progetto per la salute del Ministero della Sanità. Ecco le iniziative pregresse: nel '98, proposta di legge presentata da Guidi per l'istituzione di un Osservatorio permanente sulle malattie rare. Presentato nel '95, riproposto nel febbraio '99, disegno di legge n.1830: persegue il riconoscimento delle malattie metaboliche ereditarie in maniera non settoriale e di dare dignità ai malati. Ancora febbraio '99: proposta di legge presentata da Massidda per la tutela dei malati affetti da patologie rare.
.Angelina Aino.