L'ATTENZIONE ![]()
![]()
a lunga esperienza di vita vissuta mi consente di esprimere un giudizio (ovviamente molto personale) sulla natura degli italiani.
Al primo posto metterei la furbizia (che troppo spesso è solo sinonimo di stupidità!), che viene utilizzata per rincorrere obiettivi egoistici, fregandosene delle regole e degli altri.
Da una furbizia siffatta, che non può portare da nessuna parte, si finisce per arrivare direttamente in altre "virtù" negative, quali la litigiosità e la faciloneria.
Se si volesse fare una descrizione approfondita della furbizia italiana si dovrebbe mettere mano alla realizzazione di una serie di volumi da dividere per argomento, come si trattasse di un colossale dizionario.
Per esempio alla B si potrebbe parlare della Borsa Valori che sembra uno dei giochi preferiti dagli italiani insieme a lotto, superenalotto, totocalcio, ippica e schedine varie. Appena la Borsa dà sentore che un titolo possa far guadagnare, gli italiani acquistano facendo guadagnare fior di quattrini ai venditori. Poi credono di poter vendere guadagnando anche loro e si accorgono che i valori delle azioni sono soltanto "cartolari" e quindi pronti per essere "bruciati". Negli altri paesi, dove la gente è "meno furba" la Borsa viene trattata per quella che è, senza enfasi ed emotività.
Mi sembra, quindi, quanto mai opportuno la dichiarazione fatta nei giorni scorsi da Warren Buffett, nominato di recente "investitore del secolo" il quale ha sostenuto che &laqno;ad un esame di finanza prenderei una Internet-company e chiederei: "Quanto vale?" Poi boccerei chiunque mi desse una risposta...».
Identico il ragionamento da farsi ad un investitore, soprattutto se sprovveduto come sono in genere i piccoli risparmiatori.
Non è un caso che il guru di Omaha, Nebraska, si tenga per lo più lontano dalle aziende hi-tech. La scommessa più recente della sua Berkshire Hathaway è l'acquisto (con altri soci) di una quota da 2 miliardi di dollari in un'azienda di elettricità e gas.
Quello che preoccupa Buffett non sono solo le valutazioni da capogiro. Il finanziere fa un ragionamento più di lungo periodo: non sempre i settori in espansione, quelli destinati a trasformare la nostra vita di tutti i giorni, sono anche i più redditizi per gli investitori.
Buffett prende come esempio due dei settori che hanno cambiato l'economia Usa: l'auto, &laqno;un settore che ha avuto un incredibile impatto su questo Paese» e che dà ancor oggi lavoro a oltre 7 milioni di americani, e la navigazione aerea.
La morale per Buffett, che nonostante la prudenza investe a volte anche in aziende hi-tech, è semplice: &laqno;Per investire non basta capire quanto un settore cambierà la vita della società, o quanto è destinato a crescere; bisogna determinare i vantaggi competitivi di ogni singola azienda e, soprattutto, la possibilità di mantenerli». E se siamo all'inizio del boom dell'hi-tech bisognerà aspettare almeno sei/sette anni prima di vedere in quei bilanci utili da distribuire ai soci.
Ma occorre molta prudenza, senza però nascondere la testa, come fa lo struzzo, per non vedere quello che succede. A meno che, come è abitudine consolidata in questa bell'Italia, non si debba sempre e solo intervenire sull'emergenza, senza programmare.
Quella della Borsa è solo una delle spiegazioni della faciloneria degli italiani. Penso, per esempio, alla "speranza" di arricchirsi senza lavorare giocando al superenalotto, oppure (per taluni) sfruttare la prostituzione, per altri smerciare droghe guadagnando (anche molto) senza lavorare. Penso anche alle giovanissime top-model ed alle loro madri pronte a vendersi l'anima (oltre al corpo) pur di accaparrarsi facili guadagni.
Ci si meraviglia, poi, che deve venire l'inglese BBC in
Italia e mettere a nudo il marcio che c'è nel mondo della moda! Tanto,
in questo paese si "omologa" tutto, compreso quello di aver qualche
magistrato la cui lampadina si illumina di molta luce solo in vista di elezioni.
Francesco Canosa
L'ATTENZIONE ![]()
![]()
Cooperative di consumo: nasce il Distretto Tirrenico
E' nato il "Distretto Tirrenico" delle cooperative
di consumo che comprende oltre un milione e trecentomila soci, 105
cooperative
e 430 punti vendita per un fatturato di quasi 4.800 miliardi.
L'annuncio è stato dato, nel corso di una conferenza stampa, dal presidente del Distretto, Paolo Cantelli, insieme a Gilberto Campi e Roberto Cavallini, dirigenti dell'Associazione toscana delle coop di consumo.
Nel Distretto Tirrenico sono aggregate le realtà territoriali di cinque regioni italiane (Toscana, Umbria, Lazio, Campania e Sardegna).
"Ci troviamo di fronte a grandezze che rappresentano circa un terzo dell'intera cooperazione di consumo italiana" ha detto Cantelli, che ha inoltre evidenziato come "la costituzione del Distretto è una tappa organizzativa importante in quell'intenso processo di ristrutturazione che sta attraversando da oltre 20 anni la cooperazione di consumo, portandola ai primi posti tra i gruppi della grande distribuzione in Italia".
L'iter procedurale non è stato facile. Se ne parlava già da qualche anno. Ma oggi è stato possibile grazie anche alle intense fasi di ristrutturazioni, fusioni e sviluppo della rete di vendita Coop che oggi offre un quadro fatto di centri commerciali, supermercati e negozi tradizionali.
Questa operazione assume un grande rilievo anche perché le regioni dell'Italia centrale sono quelle in cui, storicamente, è più radicata la tradizione cooperativa.
Mentre Lazio e Campania sono aree dove Coop Toscana Lazio, con radici tutte toscane, è impegnata con ingenti risorse professionali e finanziarie alla ricerca di nuove aree di sviluppo.
La Sardegna, infine, pur contando su una diffusa presenza di cooperative nate nel secondo dopoguerra, ha incontrato difficoltà tali nel processo di sviluppo da indurre le aziende più forti ad intervenire in un'ottica solidaristica.
"Il sistema distributivo nel nostro paese - ha detto ancora Cantelli - sta subendo veloci e importanti modificazioni, che tuttavia non hanno ancora riempito il differenziale di sviluppo che ci distanzia dai livelli europei. Per ognuna delle regioni italiane come quella Toscana, poi, la situazione della rete distributiva è ancora più arretrata della media nazionale. Secondo alcuni dati della Faid (Federdistribuzione), ad esempio, la presenza di tutti gli ipermercati in Toscana, al gennaio '99, non supera i 21,35 metri quadri di superficie ogni mille abitanti, a fronte di un dato medio nazionale del 28,90 e di quello della Lombardia di 59,85 metri quadri per mille abitanti. Un'ulteriore conferma di questi dati arriva anche da una ricerca Nielsen: nel '98 la grande distribuzione costituita da supermercato più ipermercato, si attesta in Toscana sui 99 metri quadri ogni mille abitanti, contro i 143 della Lombardia e i 112 della media nazionale".
Eppure questo gap della Toscana rispetto alle altre regioni non sembra rappresentare fattore idoneo per alcune amministrazioni locali (tra cui Firenze e Livorno) che non riescono a dare risposte convincenti per la realizzazione di nuove strutture commerciali.
Firenze, ad esempio, non consente la costruzione di supermercati nè a San Lorenzo, né a Greve, nè nell'area ex-Longinotti. In quest'ultima area si vorrebbe consentire la costruzione di una struttura di piccola dimensione che non potrebbe mai giustificare (sotto l'aspetto economico) la realizzazione di opere che la cooperazione metterebbe a disposizione della popolazione.
Ecco perché Paolo Cantelli ha fatto sapere che "o le cose si fanno come vuole la logica economica o non se ne fa niente".
Cantelli ha ricordato che il programma coop è quello di fare investimenti (nel triennio 1999-2001) di oltre 1.000 miliardi con una previsione occupazionale di 4.200 unità. Senza contare la domanda aggiuntiva dell'indotto di circa 130 miliardi ed oltre 1.000 posti di lavoro.
Cantelli ha richiamato inoltre la questione della calmierazione dei prezzi dovuta proprio alla presenza della strututra cooperativa.
Infatti, il diffondersi della moderna distribuzione ha già contribuito positivamente, come attestano diverse ricerche in questo settore, a svolgere una significativa azione deflazionistica a livello nazionale e locale, grazie all'ampio differenziale di prezzo rispetto al dettaglio tradizionale. Si calcola, ad esempio, che il risparmio per la sola spesa alimentare, raggiunga quasi 1'8% del reddito familiare. E se la struttura del settore fosse in linea con la media dei principali paesi europei, il potere d'acquisto delle famiglie italiane crescerebbe di oltre 7.500 miliardi.
Non c'è alcun dubbio che la cooperazione di consumo,
all'interno del sistema della grande distribuzione, mantiene un sistema
di valori che la differenzia dalla logica del puro accrescimento quantitativo.
Coop punta, ad esempio, a valorizzare forze e risorse legate alla specificità
territoriale in cui opera, tant'è che circa il 30% del volume d'affari
gestito dalla cooperativa viene fatto con fornitori locali.
..
Il Gruppo Parlamentare di Alleanza Nazionale alla Camera
dei Deputati ha presentato uno studio sul rapporto tra la nuova finanziaria
voluta da D'Alema e la Regione Toscana. Riccardo Migliori, deputato e consigliere
regionale toscano di AN, lo ha presentato nei giorni scorsi alla platea
toscana facendo notare come dei 20.605 miliardi circa stanziati dal Governo
per le Regioni, alla Toscana sono toccati solo gli spiccioli. Poco più
di 917 miliardi, solo un'inezia rispetto a quanto stanziato alla "rossa"
Emilia-Romagna. 
Per A.N. il Governo D'Alema è convinto che la fedelissima Toscana possa aspettare. Un eccesso di potere ha prodotto nella sinistra un eccesso di sicurezza sull'affidabilità politica della Regione. Ma questo potrebbe essere forse un errore, si legge ancora nel documento, "questa volta hanno sbagliato: la Toscana ha capito".
Certo le considerazioni di A.N. sono basate su solide prove. Come dimenticare le vuote promesse fatte alle piccole e medie industrie del settore tessile del pratese o del settore calzaturiero del Valdarno e della Valdinievole, puntualmente smentite. Anche la messa in sicurezza della Regione non viene minimamente presa in considerazione. Lo si deduce dai modesti finanziamenti concessi al Piano di Bacino per l'Arno, alle risorse che non sono state stanziate per le ultime alluvioni di Poggio a Caiano o Santa Croce, o a quelle che necessiterebbero e non sono state assegnate al Porto di Livorno.
Non un soldo neppure per lo sviluppo economico della Toscana, da lungo tempo la Regione che segna maggiormente il passo in tutto il centro-nord. E questo è dovuto forse anche ai mancati investimenti nelle infrastrutture: un esempio per tutti, l'ormai fantomatico ammodernamento della Firenze-Pisa-Livorno.
Anche la cultura nella Regione di Dante e Boccaccio sembra non essere presa in seria considerazione, tant'è che i lavori di consolidamento della Torre di Pisa sono fermi da mesi per mancanza di fondi.
Finiscono, infine, tutti in Calabria poi i soldi del Governo per gli interventi a favore dell'occupazione, alla Toscana solo le briciole.
La delusione che deve cogliere il cittadino toscano nel leggere questi dati è certamente concepibile e a poco servirà un eventuale ripensamento per decreto del Governo. La fiducia deve essere biunivoca e non certo concessa solo dopo ripensamenti dell'ultima ora.
..
Prove di dialogo sulla riforma delle professioni
Restano salde alcune divergenze tra Ordini professionali, da una parte, e mondo industriale, Unione europea e Antitrust, dall'altra, sul modo di garantire la concorrenza nell'ambito delle professioni intellettuali e persino sulla concezione stessa di tali attività. Tuttavia si fa sempre più forte la volontà di dialogo per arrivare a un'intesa che apra la strada alla riforma delle professioni.
Una testimonianza di ciò la si è avuta il 29 novembre nella sede dell'Assindustria di Firenze durante l'incontro sul tema "Professioni e Società di Servizi: un futuro in comune" organizzato dalla sezione Terziario Innovativo dell'associazione degli industriali. Era la prima volta infatti che il presidente del Comitato Unitario Permanente degli Ordini e dei Collegi Professionali Italiani (CUP) interveniva ad un appuntamento nella sede degli industriali. Ma nel corso dell'incontro -al quale partecipavano Alberto Nahmijas (direttore dell'Antitrust), Angelo Deiana (del Cnel), Ennio Lucarelli (presidente Fita, Federazione Italiana Terziario Avanzato di Confindustria), Andrea Vec- chia (consigliere del ministro dell'Industria Ber- sani) e, in collegamento telefonico da Bruxelles, Antonio Preto (consigliere giuridico del Parlamento europeo)- non sono mancati i punti di contrasto.
Così, aprendo i lavori in qualità di promotore dell'iniziativa, Luigi Rizzo, presidente della sezione Terziario Innovativo di Assindustria (a cui aderiscono circa 260 aziende fiorentine che fanno consulenze professionali in vari ambiti del settore servizi, dall'ambiente all'informatica e al security management, per un totale di 4000 addetti), ha sottolineato che "ad accomunare i professionisti individuali tradizionali e le nuove forme di 'im- prenditori-professionisti' è il fatto di essere lavoratori della conoscenza". Inoltre, secondo Rizzo, se a dividerli "un po' sono gli aspetti organizzativi" nel senso che queste nuove professioni hanno scelto la struttura d'impresa, resta pur vero che l'impresa non è caratterizzata solo dalla proprietà, bensì anche da altri 4 fattori: clienti, dipendenti, fornitori, collettività. Perciò non si dovrebbe dare troppo peso alla questione se la maggioranza della proprietà sia in mano a professionisti o meno.
Affermazioni riprese nell'intervento telefonico in viva voce da Bruxelles di Preto che ha ricordato che per la Commissione europea tutte le attività economiche rientrano nel concetto d'impresa. E ha poi anticipato che nella discussione in corso a Bruxelles per arrivare a una disciplina europea sulle società professionali sembra favorito il modello francese, cioè il via libera a soci di capitale anche non professionisti, purchè in quota non maggioritaria e con l'obbligo di iscrizione delle società ad appositi albi. Infine, ha sottolineato che dal punto di vista della concorrenza e delle tariffe il professionista è considerato alla stregua di un imprenditore, anche se per altri versi sono riconosciute alcune specificità delle professioni intellettuali e degli avvocati in particolare.
Più duro Nahmijas che, nel descrivere il sistema degli ordini italiano, ha parlato di monopolio e ha osservato quanto c'è voluto per arrivare al nuovo codice deontologico degli avvocati (dell'ottobre scorso) che elimina il divieto di pubblicità, mentre in America è tutto più semplice. Ed ha soprattutto puntato il dito sul problema, tipico "nel paese del conflitto degli interessi", della certificazione di qualità (ovvero dell'idoneità all'esercizio professionale) in mano agli ordini stessi. Unica concessione, il riconoscimento del fatto che in Italia i professionisti sono molti di più che altrove.
A fronte di queste posizioni, Boeri, dopo aver ringraziato Assindustria per l'invito, ha risposto che le stesse specifiche direttive CEE riguardanti alcune professioni "sono la dimostrazione che i professionisti sono qualcosa di particolare, non direttamente assimilabile alle imprese". Poi ha messo in luce che "il numero dei professionisti italiani è il più alto del mondo", quindi "dove sono le barriere all'accesso?" e come si può parlare di monopolio?. "Le posizioni dominanti tra i professionisti -ha aggiunto- non derivano dagli Ordini, ma dal fatto che sono stati asserviti al ceto politico". Inoltre ha sostenuto che "la concorrenza deve essere basata sulla qualità e non sul prezzo", altrimenti a rimetterci è il cittadino, quindi ben vengano tariffe più trasparenti, ma non è accettabile l'eliminazione dei minimi tariffari. Infine, ha ribadito il sì alle società di capitale "ma costituite solo da soci professionisti".
.Lorenzo Sandiford.
Lo Spazio del Tessuto
Il Museo del Tessuto di Prato ha scelto di salutare
il nuovo anno rinnovando ancora una volta la sua esposizione, presentando
al pubblico tessuti particolarmente pregiati e rari. La mostra dal titolo
"Lo spazio del tessuto.
Esempi
d'arredo tessile dal Quattrocento al nuovo millennio" raggruppa alcune
opere di grande formato, impossibili da mostrare all'interno delle cassettiere
del Museo e per questo valorizzate con un allestimento espositivo ad hoc.
L'esposizione sarà, inoltre, accompagnata dalla solita rotazione
di tessuti nelle cassettiere che costituiscono il percorso espositivo dello
stesso Museo, con cadenze semestrali, per esigenza di spazio, e porterà
all'attenzione del pubblico una nuova campionatura non soltanto di antichi
tessuti e ricami, ma anche pezzi contemporanei, come quelli provenienti
dalla preziosa collezione appartenuta alla contessa Antonia Suardi. L'uso
di coprire le pareti, di rivestire oggetti d'uso domestico ha una tradizione
antichissima e ri- sponde all'esigenza dell'uomo di ricreare intorno a sé
lo spazio che gli interni nascondevano. Il fiorire delle manifatture seriche
italiane, nel corso dei secoli XIV e XV, vede l'affermarsi di alcuni centri
che avviano la produzione su larga scala, grazie alla messa a punto di telai
destinati a tessiture complesse e di stoffe preziose, concepita sia per
l'abbigliamento che per l'arredamento. Nel Quattrocento, Venezia e Firenze
si contendono il primato nella produzione di velluti, rivaleggiando nell'ideazione
di varianti sempre più elaborate. Il velluto diventa un segno di
distinzione sociale e di prestigio politico ed è impiegnato sia nella
confezione di capi di abbigliamento che di paramenti liturgici e per l'arredo
domestico. Accanto al velluto operato con motivo a "griccia",
di produzione prettamente toscana dell'ultimo quarto del XV secolo si segnalano
due "broccatelli" per l'arredo architettonico: uno decorato con
il motivo del vaso baccellato, tipica produzione orafa del Cinquecento,
l'altro di probabile produzione spagnola. Nell'ambito del XVI secolo il
tessuto d'arredo utilizza principalmente questa particolare tipologia, molto
resistente all'usura per l'impiego di trame di lino o filaccio di seta.
Il Seicento segna una tappa decisiva nella differenziazione tra produzione
tessile destinata all'abbigliamento e quella per l'arredo, inoltre le stoffe
destinate all'arredo incominciano ad avvalersi del ricamo. Il secolo successivo
decreta il trionfo delle manifatture tessili francesi e la nascita, a Lione
(1667), della "Grande Fabrique" avvia lo sviluppo di una nuova
organizzazione della produzione che si avvale di figure altamente specializzate.
Alcuni tessuti in mostra testimoniano i mo- menti salienti della produzione
serica del XVIII secolo.. L'esposizione presenta anche due interessanti
opere eseguite a ricamo nella tecnica del filet e del buratto. L'esposizione
dedica al tessuto d'arredo contemporaneo una testimonianza della produzione
artigianale e di quella industriale; la prima è rappresentata da
una scelta di tessuti dell'Antico Setificio Fiorentino e l'altra da alcuni
esempi delle produzioni locali. Quest'ultime denotano una rivisitazione
delle tipologie e dei disegni tradizionali secondo il gusto e le esigenze
d'uso attuali, svolta attraverso l'uso di filati innovativi e le possibilità
offerte dall'alta sperimentazione tecnologica che caratterizza oggi il "distretto
tessile pratese".
.Angelina Aino.