L'ATTENZIONE

Editoriale

Diffidare di ruffiani e pentiti

 

 

 

 

Nutro una profonda avversione per ruffiani e pentiti e credo di essere nel giusto.

I motivi possono essere tanti, ma mi basta indicarne solo alcuni per spiegare bene il concetto.

Al primo posto devo mettere l'onestà intellettuale che mi è stata inculcata dalla mia famiglia, in particolare da mio padre il quale diceva spesso: "diffida da chi vuole parlarti (male) di qualcuno; sicuramente ha una buona dose di malafede".

Io che non sono stato come i giovani di oggi, ma ero convinto della necessità di ascoltare chi voleva darmi consigli che derivavano da un rapporto d'amore, ho anche criticato alcuni suggerimenti, ma mi sono dotato di un patrimonio morale fatto di valori oggi sempre più sconosciuti.

Così ho imparato a diffidare dei ruffiani, perchè ho capito subito che le loro "delazioni" non erano dirette a favorire me, ma erano fatte solo per il tornaconto di chi faceva le soffiate.

E poi, c'è una considerazione pratica da fare: se un tizio fa il ruffiano a mio favore, non vedo perchè non possa farlo contro di me, a favore di un altro. In fondo quel ruffiano da me e dall'altro cercherà sempre e solo un vantaggio per se stesso.

Parlo dei ruffiani che si aggirano negli uffici, nelle fabbriche, nei bar, ovunque!

Se sostituite la parola ruffiano con quella di pentito, vi accorgete che il brodo è sempre lo stesso: il pentito, quello molto noto, è il classico assassino che decide di collaborare con lo Stato. Perchè lo fa? Perchè è pentito? Ma nemmeno per sogno! Spesso si viene a sapere di pentiti, magari sotto programma-protezione, che continuano a delinquere. Lo fanno per un puro e semplice tornaconto: come i ruffiani ottengono vantaggi per loro, da una parte facendosi pagare dallo Stato, dall'altra tradendo chi era suo "amico" fino a ieri.

Dunque, il sistema è sempre lo stesso. L'assassino favorisce il suo mandante facendosi pagare per le sue azioni criminali; poi passa dall'altra parte e si fa pagare di nuovo, chiedendo anche protezione rispetto al suo primo "amico".

Questo non significa che qualcosa che dice non sia vera! Per carità! Se così fosse non avrebbe un minimo di credibilità. Invece tra una verità ed una mezza verità ci infila una menzogna ed il gioco è fatto. Così anche i magistrati vengono beffati.

Il processo Andreotti? Forse non è stato un complotto contro la DC, ma semplicemente una rappresentazione pratica della vita di alcuni ruffiani, pardon di alcuni pentiti.

Francesco Canosa

 

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L'ATTENZIONE

La sinistra è malata?

 

Ribaltoni, lotte tra "cespugli", rimpasti, astensionismo e chi più ne ha più ne metta...

La Sinistra al Governo ne ha dovute passare davvero tante, ma l'ultima "novità" nella politica rossa dà davvero da pensare. Che la Sinistra sia davvero malata? Come un comune mortale che, raffreddato, viene sfuggito da tutti, anche la Sinistra sta passando un brutto momento.

Le file di coloro che non si riconoscono nei partiti al Governo, ed attuano la politica del non-voto, sono tutti i giorni in aumento. A loro continuano ad aggiungersi di ora in ora militanti di Sinistra che con la scusa di voler rinnovare dalla base il loro movimento, non perdono un colpo per criticare l'operato dei governanti.

Già nello scorso numero abbiamo parlato dell'Associa-zione per il Rinnovamento della Sinistra che ha tra i suoi scopi principali quello di ricercare "una strada nuova per ridare senso e valore alla Sinistra".

Un modo come un altro per dire che non si è d'accordo con l'opera delle alte sfere.

Nei giorni scorsi poi il consigliere della giunta regionale Marisa Nicchi, diessina, ha colto l'occasione, durante una conferenza stampa alla quale hanno partecipato anche altri esponenti del partito, per sottolineare la necessità di sviluppare una nuova sinistra all'interno dei DS.

Ciliegina sulla torta la Conferenza degli Stati Generali degli amministratori locali e regionali del centro-sinistra che si svolgerà a Genova sabato 6 novembre.

"Per dare vita ad un movimento politico degli amministratori locali e regionali del centro sinistra per la ripresa di una forte azione unitaria per le riforme": questo l'argomento che verrà trattato nel corso del convegno.

Certo che se non ci fosse la parolina magica "centrosinistra" ci verrebbe il dubbio che forse il convegno dovrebbe essere sponsorizzato dalla destra, non certo dal partito di Governo primo interessato a parlare di riforme.

Vicerversa questo deve aspettare che altri (e tra questi leggiamo anche il nome del Presidente della Regione Toscana Chiti ed il Sindaco di Firenze Domenici) al posto suo lo spronino a lavorare per i cittadini.

Governo o opposizione, o magari entrambe, forse è questo dubbio che sta facendo ammalare la Sinistra italiana, che fa ribollire ancora le forze in campo prospettando cambi addirittura tra i ministri.

Il partito dei Sindaci, i dipietristi, voluti dai DS sono stati spesso al centro delle critiche maggiori rivolte ai governanti. Oggi sembra tutto di nuovo cambiato.

Ma non sarebbe meglio andare finalmente alle elezioni per venire fuori da questo marasma?

E magari le riforme potrebbero davvero servire per stabilire uno sbarramento ai piccoli partiti, sullo stile inglese o tedesco, che lasci al Governo la c apacità di deliberare senza la spada di Damocle di un veto da parte di frange poco importanti.


Filippo Canali

 

 

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L'ATTENZIONE

Il Centro Alimentare Polivalente di Firenze

all'attenzione del Congresso dei mercati di Valencia

 

Valencia (Spagna)

Dall'inviato A.A.

Grande "attenzione" per il nostro Paese e per il Centro Alimentare Polivalente di Firenze al XXI Congresso dell'Unione Mondiale dei Mercati all'Ingrosso, che si è svolto a Valencia dal 12 al 15 ottobre scorsi.

Tale "attenzione" si è concretizzata nell'affidare a Carlo Dianzani (nella foto sotto), direttore generale della Mercafir (fino al 1998 presidente dell'Unione) l'incarico di "guidare" la chiusura dei lavori, rendendolo di fatto un "protagonista" di primo piano del Congresso.

Al dibattito hanno partecipato Jacques Jobin, nuovo Segretario Generale della IULA (Unione Internazionale degli Enti Locali) e il successore di Dianzani alla guida dell'Unione, Miguel Ramirez Rodriguez, Presidente di Mercasa, la società nazionale che gestisce la rete dei 23 grandi mercati di Spagna. Specifici contributi al dibattito sono stati presentati da alti dirigenti della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (EBRD), la World Bank, il Dipar-timento per l'Agricoltura degli Stati Uniti (USDA), l'Initiativa Centrale Europea (CEI), organismo di cooperazione che lega l'Italia e 15 paesi dell'Europa Centrale e che ha assunto nuovo sviluppo sotto l'egida del Ministro Dini.

 

Dianzani, può sintetizzare per i nostri lettori i temi conduttori del Congresso?

Il congresso (il cui slogan era "i mercati all'ingrosso dinanzi alla sfida del terzo millennio") ha consentito di mettere a fuoco tutto il complesso di fattori tecnologici, processi economici e assetti legislativi che caratterizzano la realtà attuale del mercato all'ingrosso nella sua versione moderna di Centro Agro-Alimentare Integrato.

Temi principali (che sono stati dibattuti da circa 500 delegati di 160 mercati di 35 Paesi) sono stati il confronto fra i diversi modelli di gestione, le innovazioni logistiche, il rispetto delle esigenze ambientali, le trasformazioni dei prodotti alimentari e dei modelli di consumo. Ma su tutti è emerso un tema decisivo: l'evoluzione della funzione grossista e la sua capacità di sapersi rivolgere ai diversi segmenti della clientela offrendo a ciascuno di essi il tipo di servizio che richiede.

 

Questo vuol dire che i grossisti devono vendere anche alla Grande Distribuzione? Non c'è contraddizione con la funzione pubblica del mercato?

Il grossista è nato come intermediario tra la produzione agricola e il dettaglio, fase immediatamente antecedente al consumo finale. Ora che il dettaglio tradizionale ha perso rilevanti quote in favore della Grande Distri-buzione, il grossista deve necessariamente riuscire a vendere a quest'ultima pena progressivamente ridurre il proprio ruolo fino a scomparire. La Grande Distribuzione è un concorrente del dettaglio tradizionale ma non lo è del mercato all'ingrosso: al contrario, è un suo potenziale cliente.

Lo stesso dettaglio tradizionale ha interesse che i supermercati comprino in mercato invece di approvvigionarsi dalla produzione o da grossisti esterni: se questo accade il mercato rimane vivo, la competizione fra grossisti si esprime al meglio e sul mercato si trova l'intera gamma di prodotti, in quantità rilevanti, tendenzialmente a prezzi più bassi e migliore qualità; il mercato costituisce in quel caso anche un canale di sbocco privilegiato per i produttori agricoli locali.

In caso contrario il mercato è destinato ad esaurirsi con l'effetto che, mentre la Grande Distribuzione ha la forza di approvvigionarsi altrove, il dettaglio specializzato ed il piccolo commercio di prossimità perdono la principale fonte di acquisto e devono assoggettarsi ad organizzazioni private di rifornimento certamente meno trasparenti e convenienti.

Il problema è che non è facile vendere alla Grande Distribuzione e alle altre forme della Distribuzione Moderna; occorre innovarsi, trasformarsi: strutture, logistica, servizi, eliminazione dei vincoli burocratici.

Qui sta la sfida sia per i grossisti che per i gestori dei mercati. Saper non più vendere solo il prodotto ma servizi sempre più mirati ed efficienti.

In questa trasformazione risiede il mantenimento dell'interesse degli enti pubblici in tutto il mondo che il congresso di Valencia ha ancora una volta confermato.

 

Qual è la posizione dell'Italia nel settore dei Mercati alimentari all'ingrosso?

Il quadro dei mercati in Italia era fino a qualche anno addietro sicuramente insoddisfacente: tantissimi mercati, almeno uno ogni provincia, gestiti dai municipi per lo più con criteri di assistenza e incapaci di fornire servizi.

Molto è cambiato negli ultimi dieci anni: la gestione dei principali mercati nazionali è passata a società consortili miste come Mercafir, lo stato ha creato un meccanismo di incentivazione (la legge 41/86, rifinanziata nel maggio di quest'anno con la Legge Bersani) che ha consentito a Comuni, Regioni, Camere di Commercio di 14 grandi città italiane di attivare investimenti per 1.400 miliardi. Si tratta di nuovi Centri Agro-Alimentari secondo il modello del CAP di Firenze; alcuni di essi sono attualmente al termine dei lavori e fra poco inizieranno a entrare in funzione.

Il Centro Alimentare di Firenze nei suoi dieci anni di vita ha dimostrato la possibilità di innovare il sistema distributivo e passare dai mercati tradizionali ai Centri Alimentari integrati. In questo sta l'alto prestigio di cui la Mercafir gode in Italia e in tutto il mondo. Non è certo un caso che proprio io sia stato scelto qualche anno fa a guidare l'Unione Mondiale dei Mercati.

 

Un prestigio che però non tutti condividono a Firenze. Perchè?

Il nostro Centro Alimentare non è certamente qualcosa di inarrivabile come Palazzo Vecchio, Ponte Vecchio o Santa Maria del Fiore. Tuttavia è una struttura di assoluta eccellenza in Europa, particolarmente apprezzata per il suo carattere gestionale innovativo e anticipatore dei processi di trasformazione su cui oggi concorda la stragrande maggioranza degli addetti ai lavori.

Il Comune di Firenze ebbe venti anni fa una grande intuizione che, per fortuna non è rimasta nelle intenzioni ma ha prodotto una realtà che è ben conosciuta da tutti i più prestigiosi mercati del mondo. Forse la sua validità è stata molto meno visibile in città anche per carenza della Mercafir in materia di comunicazione e, soprattutto, di lobbying. Probabilmente c'è anche qualche miopia: a volte nella nostra città il senso di universalità induce all'isolamento trasformandosi nei fatti in tipico provincialismo.

Nel nostro caso in Europa ci siamo entrati un pò prima degli altri; ora la sfida è rimanerci.

Ci portiamo dietro pesanti eredità purtroppo ancora non risolte (le condizioni strutturali del vecchio mercato ortofrutticolo), legami burocratici e incertezze operative non più accettabili (un regime concessorio da trasformare) e la mancanza di spazi di espansione che frena possibilità di sviluppo reali.

Sono problemi difficili ma la strada è ormai tracciata con chiarezza; qualunque incertezza o ritorno indietro sarebbe disastroso per la città e la sua economia.

 

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L'ATTENZIONE

 

 

I risultati della II Conferenza toscana sull'energia

 

 

La II Conferenza regionale toscana sull'energia ha messo alcuni punti fermi sulla domanda e sull'offerta.

A lavori ultimati abbiamo fatto il punto con Riccardo Basosi, docente all'Università di Siena e presidente del Comitato scientifico.

In particolare abbiamo cercato di avere alcune risposte a queste domande: a quanto ammonta il fabbisogno di energia della Toscana e come si distribuisce territorialmente e secondo i vari settori, produttivi e civili? Dove e come è possibile intervenire sui consumi, riducendo sprechi ed inefficienze? Quali opportunità ci sono per la regione sul terreno della diffusione delle fonti rinnovabili, dalla geotermia al solare, all'eolico, anche alla luce di incentivi economici per i cittadini? Quale peso potranno avere gli impianti di recupero energetico dai rifuti e gli impianti di cogenerazione?

Come si risponde a queste domande? abbiamo chiesto a Basosi.

Le risposte sono nel Piano energetico regionale, di cui adesso è disponibile il quadro conoscitivo (a cui seguirà un piano di indirizzo e un piano finanziario), premessa indispensabile per ogni futura scelta in una materia strategica, centrale per l'economia e per l'ambiente.

Chi ha elaborato il piano?

L'elaborazione del quadro conoscitivo è stata affidata alla Rea, l'Agenzia regionale per l'energia nata nel 1996 dalla collaborazione tra Regione Toscana e il centro per l'altra tecnologia Cesvit.

Quali le indicazioni più significative?

Sul terreno delle energie rinnovabili, dobbiamo ricordare il ruolo della geotermia. Le analisi svolte hanno evidenziato grandi potenzialità di sfruttamento della risorsa geotermica in Toscana. In particolare si registra la non utilizzazione di 23 pozzi, tutti con temperature molto elevate (superiori ai 100 gradi tranne 2), e di 23 sorgenti, nonché la presenza di 53 sorgenti il cui uso non è noto.

C'è poi l'idroelettrico. Dagli studi emerge la possibilità di un raddoppio dell'energia idroelettrica prodotta rispetto a quella attuale attraverso 1'installazione di piccoli impianti ambientalmente compatibili, per i quali sono stati individuati 45 siti idonei.

Quindi l'eolico. Qui emerge un rilevante potenziale, sostanzialmente ancora tutto da sfruttare.

Le analisi hanno individuato e delimitato 92 potenziali giacimenti eolici (aree adatte all'installazione di centrali). Il numero e la localizzazione dei giacimenti potrà avere significative variazioni in relazione agli sviluppi tecnologici, normativi e tariffari dei prossimi anni.

E poi il solare. - A dimostrare l'importanza dell'energia solare termica - una fonte ad impatto ambientale nullo - è sufficiente ricordare che si stima che la Toscana possa dimezzare i consumi energetici nel settore civile entro il 2010.

Infine le biomasse. Con questa espressione si intende l'utilizzazione di materiale vegetale come combustibile a fini energetici.

In Toscana - nonostante l'avvio del progetto "Energy farm", nell'ambito del programma comunitario Thermie, che prevede la costruzione di un impianto a Cascina (Pisa) - è una risorsa sfruttata ancora in modo assolutamente marginale

 

Vogliamo parlare dell'energia civile?

Sulla base delle analisi svolte - con la stima, tra le altre cose, dei fabbisogni termici di abitazioni (il cui riscaldamento rappresenta il principale fabbisogno termico), uffici, centri commerciali, ospedali, alberghi, scuole - il piano individua l'esigenza di interventi di tipo normativo ed incentivante nel caso delle abitazioni e degli alberghi, al fine di spingere i singoli utilizzatori ad interventi di miglioramento, mentre per strutture come ospedali o centri commerciali si prospettano soluzioni di carattere impiantistico, da agevolare anche con la costituzione di società locali per la fornitura di energia e con la ricerca di opportune integrazioni anche con il settore industriale.

 

Come si presenta lo scenario per l'energia nell'industria?

In Toscana l'industria rappresenta il 47 per cento del prelievo elettrico complessivo. Su un totale di 7.149 GWh prelevati dall'Enel, il 60 per cento dei consumi è determinato da 432 utenti; 150 di essi prelevano oltre il 35 per cento dell'energia complessivamente utilizzata da tutta l'industria toscana; i piccoli utenti - circa 80 mila imprese - hanno un consumo complessivo pari all'8 per cento del totale.

Sono dati che dimostrano come per l'elaborazione di strategie di intervento ottimali sia opportuno concentrarsi su un numero di soggetti contenuto rispetto alla totalità. Il piano individua spazi rilevanti per la realizzazione di impianti di cogenerazione - con la produzione combinata sia di energia elettrica che di calore - pur nell'esigenza di un quadro più chiaro sia autorizzativo che di sostegno economico. Sulla base infatti di dati del 1996 si stima una potenzialità aggiuntiva di cogenerazione pari alla produzione di circa 3 mila GWh, grazie alla realizzazione di pochi impianti di media dimensione (3-5 impianti intomo a 50-100 MW) e a molti impianti di piccola dimensione (30-40 impianti compresi tra 1 e 20 MW)

 

Parliamo adesso dell'energia rifiuti...

In linea anche con gli obiettivi del Decreto Ronchi, i rifiuti vanno considerati anche come una fonte rinnovabile, tramite lo sviluppo di tecnologie di recupero energetico. Per la Toscana il piano stima una possibilità di incremento del recupero di energia dai rifiuti pari a circa 22 volte la produzione attuale, con la realizzazione di 7-9 impianti a ridotto impianto ambientale entro il 2001.

 

E l'energia trasporti?

Su questo terreno si sconta ancora un ritardo storico italiano nelle analisi dei rapporti "energia-trasporti", e più in genere, nelle azioni di sviluppo di una mobilità sostenibile. Di fronte ad un sistema regionale ancora essenzialmente "mono-modale" - il 92 per cento del consumo energetico del trasporto è dovuto alla strada che assorbe rispettivamente il 73 e 1'88.6 per cento della domanda di trasporto di merci e passeggeri - frutto di politiche orientate più all'aumento di capacità di trasporto (infrastrutture pesanti) che della sua qualità, ma anche di comportamenti non più sostenibili (motorizzazione individuale), il piano disegna ampie possibilità di intervento finalizzato alla riduzione dell'intensità energetica dei trasporti.

 

Parliamo adesso di energia nell'agricoltura

In una realtà molto differenziata a livello territoriale - le province con un maggiore consumo in termini assoluti sono Grosseto e Siena con il 22 e il 17 per cento del totale toscano, mentre quelle di Pistoia e Lucca sono quelle dove si registrano i maggiori consumi per ettaro di superficie agricola utilizzata - le analisi evidenziano una forte incidenza dei consumi di carburante per il parco motoristico (la cui potenza, espressa in cavalli, è in crescita rispetto agli anni precedenti). Ad eccezione dell'energia elettrica - con una forte utilizzazione per le serre riscaldate - le altre fonti presentano percentuali modeste. Ed è proprio la diversificazione delle fonti - con la progressiva sostituzione dei combustibili tradizionali, uno degli obiettivi del piano, assieme all'utilizzo del potenziale energetico di risorse interne all'agricoltura.

 

Ed eccoci all'energia più conosciuta: quella elettrica...

Negli ultimi anni l'utilizzo di energia elettrica in Toscana è aumentato con percentuali superiori a quelle della media italiana: un incremento che per il periodo 1992-1996 è stato complessivamente dell'8.9 per cento, con percentuali dell'8.1 per cento per i consumi industriali e del 15 per cento per il terziario (il settore che evidenzia la crescita più dinamica, con una domanda di elettricità che ormai supera quella degli usi domestici). Da segnalare anche che il 53.4 per cento dei consumi si concentrano nelle province di Firenze, Livorno e Lucca: sulle ultime due pesa evidentemente la domanda di energia delle industrie. Di grande rilievo il superamento della trentennale condizione di deficit di energia elettrica: attualmente in Toscana si registra un sostanziale equilibrio fra produzione e richiesta di elettricità.

Tale risultato è dovuto interamente al contributo di produttori terzi - in pratica gli autoproduttori - in Toscana aumentato in maniera notevolmente superiore ai dati nazionali. Tra il 1992 e il 1996 la produzione di quest'ultimi è aumentata infatti del 103 per cento (33 per cento a livello nazionale, contro lo 0.9 per cento dell'Enel). Ancora più netto l'incremento tra il 1997 e il 1996 con un più 81 per cento che porta gli autoproduttori ad una quota di circa il 35 per cento della produzione termoelettrica tradizionale della Toscana. Da segnalare che questi incrementi sono stati realizzati in gran parte con impianti di generazione a gas ad alto rendimento. In queste innovazioni non c'è stata alcuna partecipazione dell'Enel, i cui impianti di generazione sono attualmente alimentati tutti con prodotti petroliferi.

I1 piano prevede che nel futuro i consumi di elettricità in Toscana cresceranno con ritmi simili a quelli degli ultimi 5 anni.

E' una domanda che solo in piccola parte potrà essere soddisfatta tramite gli attuali impianti, che già lavorano in prossimità della utilizzazione massima.

 

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L'ATTENZIONE


Halloween: è qui la festa!

 

Servizio di Stefania Ligorio

Zombie, vampiri, fantasmi e spiriti vari fanno il conto alla rovescia: il tramontare del sole domani, 31 ottobre, segnerà il ritorno di Halloween, la festa di origini celtiche che celebra tutti i santi.

La denominazione inglese più antica di Ogni Santi (All Saints'Day) era All Hallow'Day: hallow e saint hanno lo stesso significato.

La sera precedente al 1°novembre era dunque All Hallows'Eve (Eve significa vigilia) ma anche All Hallows'Even (Even significa sera), così venne abbreviato prima in Hallows'Even, poi in Hallow-e'en ed infine in Halloween.

Dunque la parola Halloween ha origine nella tradizione cattolica. Poiché poi presso i popoli antichi il giorno cominciava dal tramonto, questa tradizione è rimasta a noi nell'importanza che viene data alla vigilia.

Le origini più antiche della festa di Halloween sono celtiche: i Celti dell'Irlanda, della Scozia e del Galles celebravano una festa chiamata Samhain, che corrispondeva al loro Capodanno, il 1°novembre. Questa data segnava la fine dell'estate, il passaggio dalla stagione calda alla stagione di "Tenebra e Freddo".

Popolo dedito all'agricoltura e alla pastorizia, per i Celti l'arrivo dell'inverno significava un cambiamento radicale della vita, che nelle lunghe notti invernali si passava a raccontare storie e a fare lavori di artigianato.

Il cambiamento stagionale e l'inizio di un nuovo anno erano considerati come un momento di transizione, di caos, in cui si poteva venire a contatto con la magia dell'Universo.

Esprimevano la fine di un ciclo (la concezione del tempo per i Celti era ciclica e non lineare come per i Cristiani) e la fine di ogni ciclo aveva qualcosa di magico: tutte le leggende più importanti si svolgevano nella notte di Samhain, e trattavano della fertilità della Terra e del superamento dell'oscura stagione invernale.

I Celti credevano che alla vigilia di ogni nuovo anno (31 ottobre) Samhain, Signore della Morte, Principe delle tenebre, chiamasse a sé tutti gli spiriti dei morti, e che le leggi dello spazio e del tempo fossero sospese tanto da permettere agli spiriti di unirsi al mondo dei viventi. Le leggende narravano inoltre di fate che abitavano le collinette scozzesi e irlandesi insieme agli spiriti dei morti.

Per timore che i morti tornassero alla ricerca di corpi da possedere per l'anno venturo si spegneva ogni focolare domestico per evitare che gli spiriti maligni soggiornassero nel villaggio.

I Druidi si incontravano sulla cima di una collina, in una foresta di querce (albero sacro) e spengevano il Fuoco Sacro per poi riaccendere un Nuovo Fuoco che simbolizzava l'arrivo del nuovo anno.

Infatti Sahmain in gaelico suona come sam + fuin e significa "fine dell'estate" ma anche "assemblea" o "raduno", appunto quello dei Druidi per attingere al fuoco sacro.

Durante la notte i riti propiziatori erano accompagnati da musiche, canti e danze intorno al focolare fino al mattino, e alcune leggende narrano di come al crepuscolo i Celti riaccendessero i fuochi e bruciassero le persone che ritenevano possedute dagli spiriti. Infatti per placare gli spiriti erranti e impedire a Samahin di imprigionare il Sole (che nasce al crepuscolo) con il loro aiuto, era necessario fare dei sacrifici per propiziarsi la divinità e spaventare gli spiriti.

Una antica leggenda medievale riporta che in Irlanda al tempo di San Patrizio in un luogo denominato Mag Sleht, ogni primogenito fosse sacrificato nella notte di Samhain in onore di Cromm Cruac, che era una divinità maligna (Cromm Cruac significa Capo di Tomba o Capo di Sangue).

Il testo non dice se i sacrifici fossero solo di animali o anche umani. In un'altra leggenda una razza malvagia di giganti chiedeva in sacrificio 2/3 del grano e latte.

Quando il mattino giungeva, i Druidi portavano le ceneri ardenti del fuoco sacro presso ogni famiglia che provvedeva a riaccendere il focolare domestico.

Spegnere il fuoco simbolizzava l'arrivo della stagione invernale, della metà oscura dell'anno, quindi la morte; riaccenderlo era segno di speranza per il ritorno della vita con la buona stagione: questo rito rappresentava la concezione ciclica del tempo.

Probabilmente i Celti non spengevano i fuochi solo per scoraggiare gli spiriti maligni, ma per l'usanza propria delle tribù celtiche di riaccendere il fuoco da una sorgente comune, il Sacro Fuoco Druidico che era lasciato bruciare nel mezzo dell'Irlanda.

Secondo la tradizione popolare, nella notte di Samhain si praticavano dei riti divinatori per la previsione del tempo, i matrimoni e la fortuna per l'anno venturo: il rito dell'immersione delle mele e quello dello sbucciare la mela.

L'immersione delle mele era una divinazione per un matrimonio: la prima persona che mordeva una mela si sarebbe sposata l'anno seguente.

Sbucciare la mela era un rito divinatorio sulla durata della vita: più lungo era il pezzo di mela sbucciato, più longevo era colui che la sbucciava.

Dopo i sacrifici si festeggiava per 3 giorni dal 31 ottobre al 2 novembre: i Celti si mascheravano con le pelli degli animali uccisi per esorcizzare e spaventare gli spiriti e ritornavano al villaggio illuminando il loro cammino con lanterne costituite da cipolle intagliate al cui interno erano poste le braci del Fuoco Sacro.

Cipolle che oggi sono sostituite da zucche intagliate, usanza irlandese dove sono dette "la Lanterna di Jack", dal nome dell'uomo che la leggenda narra tanto avaro da non essere accettato né in cielo né in terra e costretto a vagare sulla terra portando con sé una lanterna che per questo fu chiamata lanterna di Jack.

Quando nel primo secolo i Romani conquistarono la Bretagna vennero a contatto con queste tradizioni e col passare del tempo il giorno di Halloween si sovrappose a quello romano di Pomona, dea dei frutti e dei giardini, che i romani veneravano nello stesso periodo con l'offerta di frutti alla divinità, soprattutto mele, per propiziare la fertilità futura.

Durante l'Alto Medioevo si diffuse la credenza nella stregoneria, ed uno dei due Sabbath delle streghe (giorno in cui le streghe si radunavano in cima alle montagne per adempiere le loro stregonerie e evocare diavoli e demoni) cadeva per l'appunto il 31 ottobre, cosiddetto Black Sabbath.

Nel tentativo di sradicare queste credenze e culti, la Chiesa scelse di celebrare la festa di Tutti i Santi il 1°novembre (fu Papa Gregorio nell'835) e successivamente, nel decimo secolo, aggiunse la festa del Giorno dei Morti il 2 novembre, in memoria degli scomparsi. Anche questo giorno veniva festeggiato accendendo falò e mascherandosi da santi, angeli e diavoli. Il sacro e il profano si sono venuti mescolando pian piano fino ai giorni nostri, dove la festa di Halloween sta affascinando i paesi continentali oltre a quelli anglosassoni.

L'antico rito celtico del fuoco sacro è sopravvissuto in Inghilterra dove viene celebrato il 5 novembre, e i bambini rievocano i festeggiamenti dei Celti mascherandosi, andando alla ricerca di dolcetti per poter festeggiare e mangiando mele caramellate.

 

La festa a Borgo a Mozzano

 

Appuntamento a Borgo a Mozzano (Lucca) il 31 ottobre 1999 per Halloween 99, che dalle ore 20 fino al canto del gallo rinnova l'incontro con l'arcano.

L'ira di Lucifero si scatenerà tra fuochi d'artificio ed esplosioni sul Ponte del Diavolo, il Passaggio del Terrore rimarrà aperto fino a mezzanotte, e alle ore 22 per il Grande Sabba si apriranno i cancelli del cimitero: ingresso riservato a zombie, licantropi, vampiri, extraterrestri, freaked, streghe e demoni, purché esperti per un susseguirsi di eventi infernali. Sarà un vero "Mortorio"!

 

 

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