L'ATTENZIONE

Editoriale

D'Alema destinato a

governare fino al 2001

 

 

I fatti potrebbero darci torto, non c'è dubbio. Ma siamo convinti che le cose andranno così come le vediamo oggi.

Massimo D'Alema, volente o nolente, dovrà governare fino alle elezioni del 2001. Poi si vedrà.

Tutto dipenderà, infatti, da quello che nel frattempo D'Alema sarà capace di fare.

Perchè questa previsione? Non è difficile farla. Basta avere un minimo di conoscenza del mondo politico che ci circonda.

Sul tappeto verde (perchè di una scommessa si tratta) c'è la riforma delle pensioni. Nessuno può dimenticare che i sindacati hanno rovesciato il governo Berlusconi, portando sulle piazze un milione di lavoratori, per impedire quella riforma.

Adesso ci ha provato D'Alema, ma ha dovuto fare una rapida marcia indietro. Il sindacato non è stato tenero nemmeno con lui.

Però ... l'Unione europea e, ancora di più, il Fondo monetario internazionale, non hanno dubbi: l'Italia, o vuole o no deve riformare il sistema previdenziale e pensionistico!

E ciò dovrà avvenire nel più breve tempo possibile.

D'altra parte è impossibile pensare che l'Italia possa sottrarsi a questi impegni.

Vignetta tratta dal

Corriere della Sera

 

 

Dunque ci aspetta un passo difficile e già ampiamente contestato.

Cosa fare? La logica vuole che si proceda ed anche rapidamente. Quindi il leader del governo dovrà decidersi a porre mano alla riforma al più presto.

Non c'è dubbio che si tratta di un'operazione difficile e dolorosa. E questo lo sanno benissimo tutte le parti in causa. Ecco perchè Berlusconi non ha alcuna fretta di far cadere questo governo. Nuove elezioni ed una vittoria del centro-destra metterebbe di nuovo sulla strada di Berlusconi l'odiata riforma.

Meglio, pensa il Cavaliere, che le castagne dal fuoco le tolga D'Alema ed il suo eterogeneo centro-sinistra.

Da questa considerazione, abbastanza semplice nella sua esposizione, nasce una certa tranquillità sul futuro del governo D'Alema. I pericoli, infatti, non vengono dal centro-destra, ma dall'interno dello stesso centro-sinistra dove, a quanto pare, tutte le pulci hanno la classica tosse.

Per D'Alema, a parte tutte le "rogne" che comporta il governare, ci sono almeno due nemici da affrontare: l'incredibile balletto dei partners del centro-sinistra, l'ostinata presunzione dei sindacati di impedire la riforma previdenziale e pensionistica.

Se D'Alema ce la farà avrà reso un buon servizio al Paese. Altrimenti nel 2001 vedremo al potere il centro-destra che dovrà affrontare gli stessi problemi irrisolti da D'Alema, con tutte le conseguenze immaginabili.





Francesco Canosa

 

Torna al sommario

 


 

 

L'ATTENZIONE

Promozione turistica: la Regione Toscana vara la riforma

Il Consiglio regionale della Toscana ha approvato a maggioranza, con i voti favorevoli del Centrosinistra e quelli contrari del Centrodestra, la legge sul riordino delle funzioni amministrative in materia di informazione, accoglienza e promozione turistica locale.

Cessano di esistere le Aziende di Promozione Turistica e vengono istituite le Agenzie per il turismo, che sono strumenti tecnico-operativi, dotati di autonomia organizzativa, amministrativa e di gestione.

Sulle 15 Agenzie (costituite in riferimento ad ambiti territoriali omogenei e guidate da un direttore-manager) saranno le Province ad esercitare le funzioni amministrative e di controllo.

Le Agenzie svolgeranno i servizi di informazione ed accoglienza turistica a carattere regionale e di esse potranno avvalersi anche i Comuni, in forma singola od associata, e le Province per i servizi di informazione ed accoglienza di carattere locale.

L'attività di promozione turistica e le iniziative da attuare in ambito nazionale per favorire la conoscenza e la valorizzazione delle risorse e dei servizi sarà invece compito esclusivo delle Agenzie, che avranno come punto di riferimento per la programmazione della loro atttività il Comitato Tutistico di Indirizzo nel cui seno sono rappresentati Comuni, Provincia e Camera di Commercio. La legge riconosce anche il ruolo delle Associazioni Pro-Loco.

Ad illustrare in aula la proposta di legge della maggioranza è stato, il capogruppo del PDS, Vittorio Cioni (invece della presidente della specifica commissione Simonetta Pecini che era contraria al testo modificato dall'assessore Marialina Marcucci), il quale ha affermato che la nuova disciplina ha lo scopo di razionalizzare e modernizzare il settore del turismo, uno dei motori dell'economia regionale.

La nuova legge, che attribuisce poteri al sistema delle autonomie locali, vuole anche favorire la partecipazione ai momenti decisionali delle stesse autonomie locali e degli altri soggetti interessati alla promozione della domanda turistica. Inoltre la nuova legge ha lo scopo di ottimizzare lo scambio fra domanda e offerta in una regione in cui il turismo è già una delle attività economiche principali.

Con l'obiettivo di migliorare la qualità dei servizi, la nuova legge prevede la creazione dei CTI, i comitati turistici di indirizzo, che nei vari ambiti territoriali comprenderanno, oltre alle Province, anche i Comuni e le Camere di commercio, proprio per programmare al meglio le politiche per il turismo in sede locale. Inoltre i livelli impiegatizi ed i trattamenti economici acquisiti dai dipendenti delle Apt, che passeranno alle Province, saranno mantenuti.

La prima critica è venuta da Enrico Bosi (AN) il quale ha sostenuto che "la proposta della maggioranza non offre aperture significative verso il settore privato" ed ha aggiunto che "la necessità di conservare poteri e competenze ha fatto sì che non si siano affrontati e tantomeno risolti i principali guasti della precedende gestione".

Bosi, infine, ha chiesto che i dipendenti delle Apt, al di là delle enunciazioni di principio, non subiscano torti né penalizzazioni.

Altra critica da Denis Verdini (FI) per il modo in cui la Giunta ha lavorato, affermando che la maggioranza di Sinistra o Centrosinistra che storicamente governa la Toscana ha impiegato undici anni ed ha svolto due conferenze di programmazione per arrivare a questa legge. Ma il risultato, secondo Verdini, non è stato dei migliori e ne è dimostrazione che il modello scelto è un modello burocratico e verticista.

L'invito di Verdini alla Giunta è stato quello di non sottovalutare le indicazioni che arrivano dalla minoranza ed anzi accoglierle ed integrarle, specie al fine di salvaguardare i lavoratori delle APT.

Il consigliere Iole Vannucci (CDU) ha segnalato il ritardo con cui tale proposta, approvata dalla giunta regionale nel novembre 1998, arriva soltanto a luglio in aula consiliare.

Il consigliere Roberto Pucci (R.C.) ha citato il documento inviato dai sindacati ai capigruppo consiliari dove si critica la proposta di legge in varie parti e nella sua struttura complessiva, non si capisce che tipo di accordo preliminare é stato sottoscritto tra sindacati e giunta regionale se poi non si condividono scelte fondamentali della proposta di legge, uno strano e curioso esempio di mancata concertazione.

Tornando alla maggioranza, c'è da riferire l'intervento del consigliere Varis Rossi (PDS) il quale ha sottolineato come il provvedimento di riordino dell'APT per gli aspetti fondamentali che riveste il turismo nella società toscana poteva essere un momento importante sul piano del decentramento, del ruolo degli enti locali, per gli impliciti aspetti economici. "In realtà -sottolinea Rossi - la proposta di legge non raccoglie pienamente la possibilità di stimolare una concertazione diffusa sul territorio tra pubblico e privato, in altri settori la nostra regione ha avuto più coraggio e ha rischiato di più sul piano dell'innovazione e della sperimentazione di nuove politiche. Accogliendo una osservazione del Consiglio delle Autonomie si dovrebbe prevedere maggiore flessibilità nella definizione degli ambiti territoriali, perché le differenze che esistono ad esempio all'interno della provincia di Firenze non permettono una gestione efficace di questi territori. Non appare quindi sufficiente riconfermare gli ambiti territoriali esistenti che rappresentano una classificazione datata e in gran parte superata nella realtà attuale".

La consigliera Maria Pia Bertolucci (Patto Segni- UDR) é intervenuta sottolineando che questo provvedimento atteso da 15 anni si dimostra soltanto un'occasione persa.

Anche Giuseppe Del Carlo (CCD) ha espresso un giudizio negativo alla proposta di legge di riforma delle APT, il quale fra l'altro, aveva richiesto di sospendere l'approvazione del provvedimento per consentire una riflessione più approfondita, richiesta anche dalla Consulta sul Turismo e dal Consiglio delle Autonomie Locali. Del Carlo ha lamentato in particolare l'ispirazione statalista della proposta che di fatto taglia fuori gli operatori dalla gestione delle APT con l'esclusiva competenza di un Direttore e con appesantimento burocratico ed operativo. Del Carlo ha inoltre richiesto che le future APT non devono svolgere attività di prenotazione, che invece deve restare di competenza delle strutture operative e associate già esistenti.

Un'altra dichiarazione alquanto problematica è arrivata anche da Olivo Ghilarducci (capogruppo PPI) il quale ha detto, tra l'altro, che "la nostra posizione non è passata, ma la soluzione, risultato di una mediazione in maggioranza ed in commissione, nel complesso è accettabile".

A suo parere sarebbe stata preferibile una gestione dei nuovi organismi non monocratica, ma affidata ad un piccolo consiglio di amministrazione con un presidente e quattro membri, due espressione dei comuni e due delle camere di commercio. Ghilarducci ha quindi osservato che i rilievi del consiglio delle autonomie non potevano essere accolti, perché contrari ad una visione integrata della promozione.

"La promozione internazionale - ha rilevato - non può essere compito di un'agenzia per il turismo".

In questa prospettiva, a suo parere, sarebbe meglio non parlare di agenzia, ma di società per azioni, con la partecipazione del mondo bancario.

Il presidente del gruppo Alleanza nazionale Maurizio Bianconi ha rilevato come la proposta alternativa presentata da An sia espressione di un diverso approccio metodologico. Tale impostazione punta a fissare con legge i principi di disciplina organica e gli organismi di riferimento. Alla Regione, invece, viene riservato lo spazio per l'alta progettazione. La normativa di dettaglio, infine, viene lasciata alle deliberazioni. "Su questi aspetti - ha osservato - il dibattito è mancato". A suo giudizio, viceversa, nella proposta della maggioranza, si coglie un principio dirigista e centralista, si sacrifica una parte delle strutture, si escludono le iniziative a carattere privato e si suggerisce la prenotazione alberghiera in strutture pubbliche.

Da parte sua l'assessore al personale Paolo Giannarelli ha sottolineato come l'accordo con i sindacati non sia stato raggiunto in poche ore, ma sia il frutto di un lungo confronto in corso da tempo. "Dovevamo conciliare il trasferimento e la valorizzazione delle risorse umane sul territorio - ha osservato - con alcune legittime preoccupazioni dei dipendenti. E, per fare questo, c'è solo il metodo del confronto".

"L'accusa di statalismo è un'accusa infondata" ha replicato l'assessore al turismo Marialina Marcucci, la prima responsabile della diatriba con la Pecini. Secondo la Marcucci "la legge decentra le funzioni alle province e mantiene a livello centrale solo le competenze relative alla promozione all'estero. In questo modo, a suo parere, si dà una maggiore forza ai territori per l'accoglienza e l'informazione".

"Non abbiamo 'riciclato' le Apt - ha aggiunto - ma abbiamo salvaguardato un capitale di decenni, fatto con gli investimenti dei toscani".

"E' una legge che è stata presentata in Conferenza regionale lo scorso autunno - ha rilevato l'assessore- e la mediazione raggiunta mantiene intatto il suo impianto". Salvo, comunque, le numerose critiche che sono piovute sul provvedimento non solo dall'opposizione ma anche dalla stessa maggioranza e dall'esterno, in particolare dalla Confesercenti.

Fino all'ultimo momento, da più parti (come conferma anche Leopoldo Provenzali di Forza Italia) era stato richiesto un rinvio, motivato anche dalle sollecitazioni della società toscana. Anche il consiglio delle autonomie ha più volte detto no.

"Sembrava una scelta obbligata. Non è stato così. Confermiamo le nostre perplessità e la nostra contrarietà", ha detto Provenzali.

Adesso saranno i fatti a dimostrare da quale parte stava la "ragione" pratica; di quella politica ce ne siamo accorti tutti!

 

..

 

Torna al sommario

 


 

 

 


L'ATTENZIONE

L'irrisolta, secolare "questione" meridionale

 

Servizio-inchiesta di

Francesco Canosa

 

Napoli, luglio 1999

 

I fischi e gli insulti riservati a Massimo D'Alema dai disoccupati napoletani in occasione della sua visita nella città sempre più ostile al sindaco Bassolino ed al centro-sinistra, hanno un significato molto profondo che va ben oltre la pura e semplice contestazione ad un Premier, anche se ciò rappresenta una novità nel panorama politico napoletano.

Alla rabbia antica si è ag-giunta la delusione perchè i napoletani avevano dimostrato di credere sia in Bassolino che nel nuovo governo di centro-sinistra.

Ovviamente, non si può addebitare nè a D'Alema nè al centro-sinistra la situazione di crisi permanente che attanaglia il sud.

Tutti sapiamo che in Italia la questione meridionale è un problema aperto da secoli.

A questo si accompagna oggi, più in generale, l'emergenza delle aree depresse.

Occorre avere il coraggio di percorrere strade nuove per un rilancio dell'economia nel Sud del Paese e in tutte quelle zone dove la depressione ha provveduto a scavare un solco profondo con l'Italia del benessere e, in qualche caso, della ricchezza.

Appare del tutto esaurita l'epoca in cui si provvedeva ad una sorta di riequilibrio attraverso l'intervento straordinario dello Stato. Quella parabola si era aperta nel 1946, con la fondazione della Svimez, e chiusa nel 1984 con la soppressione della Cassa del Mezzogiorno, che aveva creato più danni che benefici all'economia meridionale.

Si era perduto di vista il vero problema del sud che non era semplicemente di carattere economico. Infatti, il denaro a pioggia ha contribuito a far trascurare il funzionamento ordinario delle istituzioni centrali e locali.

Ed oggi i risultati sono sotto gli occhi di tutti: un preoccupante tasso di disoccupazione, che ruota attorno al venti per cento, che è il triplo rispetto alle zone più sviluppate d'Italia. A questo altissimo tasso di disoccupazione si accompagna una forte diffusione del lavoro irregolare e precario, oltre a una bassa qualità dei servizi fondamentali, a partire dalla scuola.

La creazione dell'Agenzia Sviluppo Italia che dovrebbe risolvere, secondo il Gover-no, gli antichi ed annosi problemi del Mezzogiorno, è servita, per ora, soltanto ad alimentare polemiche.

E' il terzo tentativo, dopo la legge 64 del 1986 che aveva riproposto enti e strumenti di coordinamento centrale (il Dipartimento e l'Agenzia) e la legge 488 del 1992 che aveva cercato di liquidare la prospettiva burocratica dirigista agganciandosi alle politiche regionali a scala europea. Ma i fatti hanno dimostrato l'incosistenza dell'una e dell'altra forma.

Quando si è cominciato a parlare di Sviluppo Italia si conosceva ampiamente la vicenda "alta" dell'intervento straordinario, quella che si può considerare erede delle suggestioni elaborate dai padri fondatori della Svimez, si era conclusa nel 1965 quando con la legge 717 la vita della Casmez originariamente decennale era stata prorogata al 1980 e poi ancora al 1984, anno di chiusura. Quando ormai si era capito senza ombra di dubbio che si stava trascinando in avanti un carrozzone sul quale avevano trovato posto dirigenti arrivisti, politici di basso profilo, camorristi, tutti uniti dall'idea di farsi i soldi a spese del Paese.

In sostanza la Casmez aveva avuto l'abilità di creare un unico Mezzogiorno in termini di appariscenti negatività: disoccupazione estesa, diffusa criminalità, assenza di infrastrutture, ridotta apertura agli scambi con l'estero. In quest'ultimo caso come conseguenza evidente del fallimento della politica di insediamenti della grande industria (che aveva mosso addirittura un Papa, quel Paolo VI arrivato a Taranto in visita al Centro siderurgico nel Natale del 1968) e del conseguente depauperamento dell'attività agricola e la creazione successiva di piccole e medie aziende incapaci, per loro natura, di intrattenere rapporti con i mercati stranieri.

Il terzo stadio, di cui viviamo le prime avvisaglie, che si chiama Sviluppo Italia, rischia di essere una pessima ripetizione delle altre due esperienze post -Casmez, anzi rischia di ricreare un altro carrozzone sul quale si stanno già accomodando politici vari, tra i quali vanno annoverati un inconsistente presidente che risponde al nome di Patrizio Bianchi (ex-Prodi-boy approdato alla corte di D'Alema, trombato alle comunali di Ferrara, suo paese di origine e residenza, dove ha conseguito un pugno di voti), ed un amministratore delegato (Dario Cossutta) figlio di un grande rappresentante del vecchio apparato Pci. Insomma, per ora, l'unica cosa certa non è la strategia, ma la spartizione delle poltrone! E l'economista Alessandro Napoli si chiede "quali siano le ragioni economiche che giustificnao la creazione di un nuovo carrozzone". Che, per essere chiari, doveva nascere come "un'intelligence", una agenzia "leggera" ed invece contro le 250 persone della defunta Casmez ne conterà circa 900! Vedremo in autunno che cosa accadrà quando Sviluppo Italia dovrebbe cominciare a marciare!

Inanto è arrivato un altro brutto segnale: le dimissioni di Paolo Savona dal Cda di Sviluppo Italia.

Le sue dichiarazioni sono state perentorie: "lo confesso - ha detto Savona - in Sviluppo Italia sono a disagio. Perchè se vogliono gestire la nuova struttura per gli interventi nel Mezzogior-no come le vecchie Parteci-pazioni statali facciano pure.

Ma io, in questo caso, non voglio essere della partita".

E allora? Cosa fare?

La risposta, per ora, sembra essere nelle mani del ... Signore. Siamo fermi al secolo scorso, a quel lontanto 1887 quando l'Italia unificata tentò la sua trasformazione da "economia agricola" ad "economia industriale".

Uno spaccato ci viene a mente dalla relazione di Francesco Barbagallo e Giovani Bruno al convegno "Italia 1946-1995" che si svolse a Pisa a fine marzo 1995 presso il Dipartimento di storia moderna e contemporanea.

La secolare storia conferma, attraverso notevoli trasformazioni, la correlazione tra i rapidi processi di industrializzazione e di sviluppo del Nord e l'avanzamento piú lento del Mezzogiorno sulla strada dell'espansione e della modernità. L'interdipendenza squilibrata tra le due parti del paese sarà la costante fondamentale del particolare modo di sviluppo italiano.

Dopo la seconda guerra mondiale, per impulso so-prattutto di Pasquale Sara-ceno e di Rodolfo Morandi, che nel 1946 danno vita alla Svimez, viene elaborata una originale prospettiva che si propone di modificare il modello di sviluppo, operante in Italia in senso fortemente dualistico a svantaggio del Sud. Questo progetto, che si realizzerà in modo parziale e distorto, riprendeva le indicazioni nittiane sull'industrializzazione del Sud.

La novità, rispetto alle precedenti posizioni meridionalistiche che avevano puntato sulla libertà del mercato o sulla rivoluzione sociale e politica, era nella proposta di un intervento statale di indirizzo e programmazione, gestito da un governo riformatore in direzione meridionalistica e industrialistica.

Questa prospettiva di rinnovamento strutturale del Mez-zogiorno aveva bisogno per realizzarsi di una larga base di consenso politico, sociale e culturale.

Le cose andarono in direzione opposta.

La centralizzazione delle decisioni aveva creato due fattori negativi: la scarsa o nulla capacità locale (politica ed imprenditoriale) a gestire le risorse, l'accaparramento delle stesse da parte della criminalità sempre più forte e vorace.

Ci sono voluti diversi decenni per capire il fallimento di quella politica!

L'ultimo grappolo di decisioni di investimento assunte nella seconda metà degli anni Sessanta vedono, infatti, per protagoniste le imprese pubbliche e interessano le regioni meridionali in misura massiccia. È appena il caso di ricordare le tappe principali di questo processo: il raddoppio della capacità produttiva dello stabilimento siderurgico di Taranto, le iniziative congiunte Iri-Fiat nella produzione aeronautica, la costruzione dello stabilimento Alfa Romeo a Pomi-gliano d'Arco.

Dopo il ciclo di lotte operaie del 1968-69, gli investimenti delle imprese pubbliche assumono, per la prima volta, un significativo ruolo di sostegno anticongiunturale della dinamica industriale del paese con tassi di aumento annui superiori al 50%, a cui corrispondono una sostanziale stasi e, poi, una rapida contrazione degli investimenti privati.

L'esaurimento degli impegni di spesa delle partecipazioni statali per i progetti prima richiamati determina, quindi, un crollo della domanda d'investimenti e della stessa dinamica del pil, che per la prima volta dalla fine della guerra assume nel 1975 un valore negativo.

Le crescenti difficoltà della grande dimensione produttiva e la crisi che investe in particolare quei settori dove l'industria pubblica è maggiormente rappresentata, come la siderurgia, incidono pesantemente sui risultati complessivi del settore pubblico e sugli esiti che ha conseguito lo sforzo di industrializzazione del Mezzogiorno: il peso assunto dagli investimenti pubblici nel Mezzo-giorno concorre ad accentuare anche a livello territoriale uno squilibrio settoriale a sfavore delle regioni meridionali.

Il Mezzogiorno è, quindi, la principale &laqno;vittima» della crisi che investe l'intera organizzazione produttiva nazionale e internazionale nella prima metà degli anni Settanta.

Anche se, occorre dirlo con estrema chiarezza, le grandi imprese collocate nel Nord del paese si sono largamente giovate di questa spesa pubblica straordinaria, che ha nella sostanza consolidato l'espansione dell'industria settentrionale, sia facilitandone in tutti i modi la parziale dislocazione al Sud, sia privilegiandola come terminale della crescente domanda di prodotti proveniente dal Mezzogiorno sussidiato tramite il sostegno ai redditi individuali.

Tali processi hanno accentuato nell'ultimo ventennio la divaricazione tra aree maggiormente integrate in una dinamica di crescita (Abruz-zi, Molise, Basilicata e parte della Puglia) e intere regioni sempre piú distanti da prospettive di sviluppo e colpite da una devastante disoccupazione (Campania, Calabria, Sicilia e parte della Puglia).

La drammatica peculiarità della questione meridionale nell'ultimo ventennio è consistita nel nesso stringente economia assistita, controllo politico delle risorse pubbliche, esautoramento delle sedi e delle forme del controllo amministrativo, illegalità diffusa fino ad aprire varchi agli interessi illeciti nella stessa legislazione di emergenza, che dal terremoto in Cam-pania e Basilicata si è estesa a tutti i lavori pubblici.

D'altra parte una risposta ci viene dal disvelamento della mappa di cointeressenze tra politici, affaristi e criminali, che sta venendo fuori dalle inchieste giudiziarie in corso nelle maggiori città meridionali, che conferma drammaticamente la sostanza delle analisi e delle denunce compiute negli anni passati da una esigua schiera di intellettuali e di politici che, riallacciandosi alle migliori tradizioni del meridionalismo critico, avevano indicato nei governanti e negli amministratori del Sud i più pericolosi e interessati nemici dello sviluppo produttivo e civile del Mezzogiorno.

Il superamento delle sue condizioni di inferiorità, drammaticamente evidenziate dalla gravità del problema occupazionale, dalla degenerazione del sistema politico-ammistrativo e dalla dipendenza della sua economia dal mantenimento di consistenti flussi finanziari provenienti dall'esterno, sembrano risiedere, oggi piú di ieri, nell'avvio di specifiche e incisive politiche strutturali di sviluppo.

Ma la domanda da porsi è, purtroppo, la seguente: "Svi-luppo Italia sarà la struttura adatta a tale scopo, o seguirà la tradizione di altri carrozzoni del passato?"

I disoccupati di Napoli hanno già dato la loro risposta lanciando lattine, pile ed improperi a D'Alema.

..

 

Torna al sommario

 

 

 


 

 

 

L'ATTENZIONE

 

 

Da Legacoop toscana una spinta per migliorare i rapporti con le imprese di Cuba

 

Legacoop Toscana ha iniziato nel novembre 1996 un rapporto con le imprese cubane essenzialmente nel settore della logistica navale, principalmente con la compagnia di navigazione Coral Container Line, nonché con la Friomar e la Manbisa.

Questi contatti hanno portato a positivi risultati con la Coral, prima compagnia navale in termini di fatturato e di movimentazione containers all'estero.

Ma i rapporti non riguardano solo questo comparto, come ci dice il responsabile del progetto di collaborazione di Legacoop Antonio Chelli.

Infatti, un rapporto permanente e proficuo è stato creato anche con la Oficina del Historiador de la Ciudad per l'apertura di una farmacia ne La Habana vieja ed altri contatti sono in essere per operare nel settore della ricostruzione storica degli edifici su supporti informatizzati e nel restauro degli stessi.

Nel settore delle importazioni alimentari di prodotti italiani sono state avviate trattative con la società Coralsa e, in modo particolare, con Cubanacan la quale è interessata anche alla vendita di pacchetti turistici della salute.

Per la importazione di prodotti cubani abbiamo avuto contatti con Cubaexport e già i primi carichi di caffè stanno arrivando in Italia per conto delle nostre cooperative di consumatori.

Altri importanti rapporti sono stati avviati con Conas, una società di consulenza per gli investitori italiani che intendono sondare il mercato cubano e che viene utilizzata da Legacoop proprio per queste specifiche esigenze.

Con le società Argus ed Asticar si sono studiate possibilità di joint venture nel campo della costruzione di barche medie per la pesca oceanica e per le riparazioni navali di vario tipo.

Con la società Servimed abbiamo iniziato un lavoro che prevede la possibilità di utilizzare gli impianti termali e le cliniche ospedaliere per un rapporto turismo/periodo di degenza o cura per turisti italiani della terza età.

Con Cidem Legacoop sta studiando la possibilità, nel rispetto delle norme comunitarie, di importazione di prodotti medicinali cubani, specificatamente per la cura e la bellezza del corpo.

Con Cimtec, società mineraria, è all'analisi la possibilità di due joint venture, una a Cuba per la produzione di prodotti igienici con le zeoliti, ed una in Italia per la commercializzazione di tali prodotti in tutta Europa.

Sono poi tutt'ora in corso incontri e trattative con il Ministero della Pesca e con quello della Agricoltura per riuscire ad importare prodotti cubani in Italia, mentre è stata fatta una joint venture nel settore agricolo per la produzione di semi vari, con la società chiamata Carisem, nel cui capitale sociale stanno entrando cooperative aderenti alla Legacoop Toscana.

 

..

 

Torna al sommario

 


 

 

 

 

L'ATTENZIONE


Cento manager per i musei etnostorici

 

E' condiviso da tutti il valore dell'impresa museale come Istituto che offre una serie di servizi per "integrare" il visitatore nella dinamica culturale del suo passato (progetto di ricostruzione) ed esplicitazione della sua identità.

Se il visitatore è estraneo, può essere coinvolto dal fascino di una "cultura altra" che il Museo rende perfettamente e completamente leggibile.

E' questa procedura, nel primo come nel secondo caso, di "leggibilità funzionale" che richiede, di fatto, uno specifico momento formativo, degli operatori museali, ai vari livelli di funzione o qualifica.

Occorre uscire dalla visione di un operatore "conservatore" o "esperto" studioso, e passare ad una nuova figura di leader con una preparazione non solo tecnica, ma anche manageriale.

Il museo "focal point" diviene, crocevia di vari interessi culturali attraverso forme e metodi di lavoro adeguati agli obiettivi possibili.

Questa nuova concezione di museo inteso come "impresa" definisce un nuovo profilo professionale di dirigente che, oltre alle mansioni scientifiche e amministrative, abbia adeguate nozioni di didattica museale, teorie di allestimento, procedure di comunicazione, ma soprattutto capacità di comprensione delle risorse territoriali e, rinnovata visione economico/produttiva delle stesse.

In questo ambito, si possono, di volta in volta, individuare specifici orientamenti, anche in relazione alle diverse esigenze di mercato (si pensi alla pertinenza della legge Ronchey sulla valorizzazione e promozione del sistema museale italiano).

Gli ambiti elettivi cui offrire nuove professionalità e, di conseguenza, maggiori fonti occupazionali sono i Musei etnografici, di documentazione della cultura tradizionale e locale. Questi musei mettono "in vetrina" e, quindi, in dimensione istituzionale beni di facilissima reperibilità, in quanto beni territoriali riferiti a patrimoni oggettuali.

Questi straordinari documenti di vita sono pertinenti alla ricostruzione archeologica ­ storica/ambientale del luogo, anche in relazione alla sua fauna e alla sua flora.

Pertanto ogni luogo può possedere un contenitore museale, al servizio del territorio, dove istituire un Centro di documentazione con annessa biblioteca.

Per raggiungere una specifica opera di riqualificazione e professionalizzazione del Dirigente Museale con specializzazione antropologica, il Centro internazionale di Etnostoria di Palermo, (Isti-tuto agenzia del Ministero per i beni e le Attività Culturali, all'avanguardia nel settore specifico dei Beni demo-etno-antropologici) e la Fonda-zione IDI (Istituto Dirigenti Italiani - Centro di Eccellenza per la cultura d'Impresa), propongono un progetto formativo di 200 ore.

La proposta formativa è rivolta a dirigenti in mobilità, disposti alla mobilità sul territorio e motivati alla riprofessionalizzazione. Tale figura di dirigente, aderente alle nuove esigenze di ricomposizione dei modelli culturali potrà essere impegnata in tutti quegli organismi quali Enti locali, Sovrintendenze regionali, ed Enti privati, che hanno come finalità l'individuazione delle precise matrici culturali.

Lo schema di programma affronta le seguenti problematiche:

a) Storia dell'Antropologia Culturale (la Scuola Americana e la Scuola Europea);

b) Etnostoria ­ Antropologia del Territorio ­ Storia delle Tradizioni popolari ;

c) Museografia folklorica: tipologia ­ metodologia espositiva ­ elementi di scenografia folklorica ­ etnomusicologia;

d) Antropologia museale, metodi di classificazione e ordinazione;

e) Legislazione museale, diritto e legislazione dei BB.CC. AA., Informatica, Biblioteconomia e Archivistica, Elementi di economia applicata.

f) Sistemi di controllo di gestione per le organizzazioni senza fini di lucro.

g) Quale marketing per le non profit organization.

 

..

 

Torna al sommario