L'ATTENZIONE

Editoriale

Tanti generali! Pochi soldati!

A qualcuno potrà sembrare strano il nostro ragionamento: eppure siamo convinti che i generali senza soldati non potranno mai vincere una guerra! Questi "qualcuno" sono senza dubbio proprio coloro che si mettono la giacca da generale e credono di vincere così battaglie e guerre. La questione non riguarda antichi condottieri (che avevano alle proprie dipendenze legioni di soldati); non ha riguardato neppure Napoleone (che di soldati ne mandò tanti a morire); la stessa operazione nel Kuwait di qualche anno addietro ha visto schierati contro Saddam migliaia e migliaia di soldati. Ma quelli erano militari che avevano una strategia, anche se non sempre doveva risultare vincente. Noi parliamo dei nuovi generali che vestono i panni dei politici, o meglio di pseudo-politici che non sanno nemmeno quanto fa due più due.

Ci spieghiamo meglio. Abbiamo sentito dire, da più parti, e più volte, che la Prima Repubblica è stata seppellita. Che viviamo la dolce armonia della Seconda Repubblica, nella quale si pensa a grandi schieramenti omogenei per garantire la governabilità. Ebbene, possiamo dubitare ampiamente sia di vivere la Seconda Repubblica, sia di godere della governabilità. Le prove tecniche, per ora, sono miseramente fallite. E' fallita quella del centro-destra perchè Umberto Bossi ha tradito l'alleanza sottoscritta con Silvio Berlusconi ed ha fatto cadere il governo del Cavaliere. E' fallita l'alleanza di sinistra, perchè Fausto Bertinotti ha sbattuto la porta in faccia ai suoi compagni di cordata favorendo la miserevole entrata in scena di una formazione (l'UDR) guidata dal picconatore per antonomasia Francesco Cossiga, che tutto rappresenta eccetto la espressa volontà popolare. Questa Seconda Repubblica, a voler essere onesti, ci ha consegnato tanti generali con pochi soldati. Qualche generale, addirittura, è un comandante di cartapesta come quelli che si vedono in questi giorni nei diversi carnevali. Tutti parlano di maggioritario, di governabilità, di due schieramenti, salvo poi ognuno a costruirsi un proprio partito, senza radici storiche, senza ideologia, senza programma, ma con il solo scopo di soddisfare le proprie, egoistiche esigenze. Se questo è il maggioritario! Grazie! Ne possiamo fare a meno. Tanto vale dare dignità al proporzionale, stabilendo una soglia di sbarramento di livello consistente per avere rappresentanti nel Parlamento. Così si potranno avere tre, quattro, cinque partiti, ma non la pletora attuale che ha invaso il campo della politica facendo venire la nausea alle persone per bene che, malgrado tutto, esistono ancora.

Francesco Canosa

 

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"Prove" di integrazione tra la Provincia di Firenze e l'Unione europea

"Le iniziative della Provincia di Firenze per l'integrazione europea" è stato il tema che ha caratterizzato la seduta straordinaria del Consiglio provinciale di Firenze che si é tenuta qualche giorno addietro nella stupenda cornice della Sala Luca Giordano. Dibattito abbastanza scontato, se vogliamo essere concreti, in quanto si è discusso attorno ad un odg che era stato già approvato dal Consiglio all'unanimità nella seduta del 25 gennaio scorso. Riccardo Gori ha avuto il compito di illustrare quella delibera sostenendo, tra l'altro, la necessità di operare un grande sforzo informativo sul tema della moneta unica - anche nei suoi aspetti pratici - degli organismi comunitari e delle politiche comunitarie. "Tale sforzo - ha detto Gori - deve indirizzarsi verso alcune grandi aree di riferimento quali la pubblica amministrazione, la scuola, la famiglia". Prima di Gori ha parlato Eugenio Scalise, presidente del Consiglio provinciale, che ha aperto i lavori sostenendo, tra l'altro, che "enormi difficoltà sono ancora davanti a noi, non solo di natura economica e finanziaria ma anche politica fra i vari Paesi dell'Unione e fra questi e le vicine regioni europee sconvolte negli assetti politici e geografici". Scalise ha quindi affermato che il processo di integrazione è ancora lungo e difficile e che necessita dell'apporto di tutti. "In tale quadro - ha aggiunto - anche le Province devono fare la propria parte in linea con il ruolo che la concezione federale dello Stato richiede. Siamo di fronte alla necessità di intervenire concretamente per favorire il coinvolgimento del nostro territorio nel processo di costruzione europea e di cosa possa fare per dare ai cittadini gli strumenti di conoscenza per partecipare alle nuove opportunità che l'Unione europea può offrire". Partendo da questa considerazione si è pervenuti all'approvazione dell'odg sopra citato, al quale hanno portato un ulteriore contributo gli interventi dei consiglieri, da Alessandro Corsinovi a Sandro Cocchi, Alberto Di Cintio, Gianluca Lazzeri, Alessandra Maggi, Gianluca Parrini, Mauro Pinzauti, Guido Sensi. Da segnalare la proposta del gruppo di Forza Italia (ne ha parlato il capogruppo Carlo Bevilacqua) tendente a far inserire nella futura Giunta provinciale un parlamentare europeo che, occupandosi della programmazione e dello sviluppo economico, possa mantenere un rapporto preferenziale con l'Unione europea. Mentre Riccardo Gori ha ipotizzato l'apertura di un Ufficio Europa in Provincia per occuparsi della formazione europea dei dirigenti delle istituzioni pubbliche. Dibattito concreto, quindi, alla presenza di alcuni europarlamentari toscani (Monca Baldi, Roberto Barzanti, Carlo Casini, Marco Cellai,), nonchè del Prefetto e di Autorità civili e militari, che tende ad aprire la strada che deve portare alla futura Unione politica, da aggiungersi a quella ormai raggiunta ovvero l'Unione monetaria. Grave, purtroppo, l'assenza del Governo. Infatti, il Ministro degli Esteri Lamberto Dini che aveva assicurato la sua presenza, non è venuto a Firenze perchè trattenuto a Londra. E, purtroppo, invece di mandare un suo vice, ha preferito inviare una lettera con la quale, bontà sua, si compiaceva dell'iniziativa del Consiglio provinciale di Firenze. E nel frattempo Forza Italia ha suggerito di cambiare il nome al Ministero degli Esteri in Ministero dei rapporti con i Paesi comunitari e Affari esteri. Ancorchè non proprio in tema, va segnalato l'intervento del presidente della Giunta Michele Gesualdi che ha sollecitato gli europarlamentari ad attivare i fondi comunitari per l'area fiorentina e sottoposto alla loro attenzione la vicenda del Nuovo Pignone.

Nicola Francano

 

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Per iniziativa delle tre Centrali Cooperative

Costituito il Consorzio-Fidi "Fidicooptoscana"

Le tre Centrali cooperative della Toscana (Legacoop, Confcooperative ed Agci) hanno costituito nei giorni scorsi un Consorzio di garanzia fidi avendo come soci le imprese cooperative (sono già una sessantina), soprattutto nei settori dei servizi e di produzione e lavoro. Come è logico, parlando di una struttura che nasce dal seno delle cooperative, il Consorzio non ha scopi di lucro, ma è basato unicamente sui principi della mutualità. Lo scopo, come ci ha detto il presidente Franco Cardi-ni, è quello di promuovere e favorire, mediante l'organizzazione di garanzie collettive, l'accesso al credito delle imprese aderenti, con particolare riguardo alle piccole e medie imprese, per il consolidamento e lo sviluppo delle loro attività economiche. "In particolare - ha detto Cardini- noi riteniamo che grazie al Consorzio le imprese potranno avere diversi vantaggi, tra cui migliori condizioni d'accesso al credito, maggiore protezione dall'insolvenza dei crediti garantiti, adeguamento alle nuove normative regionali (v. attività Artigiancredito Toscano) e comunitarie, programmazione dal basso, completamento della gamma dei servizi finanziari che i confidi possono offrire. Da qui discende il conseguente "oggetto sociale" che può essere sintetizzato in tre punti:

1)-attività di concessione di garanzie dirette a favore delle imprese associate perchè possano ottenere affidamenti per il credito di esercizio, nonchè finanziamenti a medio e lungo termine;

2)-attività di formazione, consulenza ed assistenza per il reperimento ed il miglior utilizzo delle risorse finanziarie;

3)-attività di consulenza finanziaria, anche attraverso la stipula di appositi accordi di collaborazione e/o servizi.

Una volta a regime il capitale sociale sarà di 1.500 milioni di lire. Intanto hanno già sottoscritto quote per 500 milioni la Coopfond (Lega) che viene alimentata dal 3% degli utili non distribuiti; 100 milioni Fondosviluppo (Confcooperative), 50 milioni General Fondo (Agci). Tra i soci sovventori la Finpas (finanziaria regionale della Lega) con 100 milioni e la Federazione regionale delle Banche di Credito Cooperativo della Toscana con 200 milioni. Grande soddisfazione è stata espressa dai tre presidenti regionali, Giorgio Bertinelli (Lega), Carlo De Luca (Agci) e Giampiero Landucci (Confcooperative). Bertinelli ha espresso soddisfazione per la costituzione di Fidicooptoscana, an-che perchè il percorso è stato lungo e non privo di ostacoli. "Il valore dell'iniziativa - ha detto Bertinelli - sta anche nel fatto che questo è il primo strumento economico che le tre Centrali cooperative concordemente sono riuscite a mettere in piedi".

N.C.

 

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Anche a Firenze grande mobilitazione

Commercialisti compatti contro il decreto di riforma dei Caaf

Firenze, febbraio '99

L'assemblea dei dottori commercialisti e dei ragionieri collegiati di Firenze e provincia a cui si sono uniti i colleghi di Arezzo, Grosseto Pistoia e Siena svoltasi nel Palaffari di Firenze nei giorni scorsi (in concomitanza con altre manifestazioni similari in altre città italiane) si è conclusa con l'intento di proporre la modifica del decreto fiscale recentemente approvato dal governo con il quale è stata assegnata competenza esclusiva ai Caaf (Centri di assistenza fiscale) in materia di dichiarazioni dei redditi e di assistenza alle imprese con un fatturato che non superi il tetto dei dieci miliardi. La modifica contenuta nel documento, approvato dall'assise sabato 30 gennaio, si articola in tre punti. Innanzitutto si sostiene che le associazioni sindacali presenti nel Cnel devono essere legittimate e costituite nei Caaf; quindi, questi ultimi, devono essere esclusi dalla competenza alle società soggette a Irpeg, e ancora, i professionisti di singoli e associati chiedono di potere avere le stesse prerogative concesse ai Caaf. Questi, in sintesi, i punti chiave del documento illustrato dal presidente dell'Ordine dei commercialisti di Firenze Enrico Fazzini le cui ragioni, precedentemente, aveva chiosato con un taglio tecnico-giuridico il professor Franco Tanini. "Questo governo ha creato delle competenze "per legge" ­ ha detto Tanini riferendosi al privilegio concesso ai Caaf. "Un provvedimento che è in netto contrasto con la tendenza europea che spinge in avanti le libere professioni considerandole motore di sviluppo economico". Il provvedimento contestato, secondo quanto ha affermato Tanini, sarebbe anche un oltraggio ai principi deontologici a cui i Caaf non devono certo tenere fede. Di impunità fiscale hanno parlato anche Alessandro Torcini, presidente dell'Unione giovani commercialisti e Riccardo Rossi, presidente del Sindacato. Metafora efficace quella di Rossi che dice: "Il Caaf tuttofare non è altro che un'altra tessera di un mosaico che quando sarà ultimato scompariranno le libere professioni". Sulla opportunità di rivedere il cliché della professione, applaudito è stato l'intervento di Alessandro Lozzi. Il professionista fiorentino ha tracciato un'analisi sociologica del ruolo del commercialista, incaricato della difesa della ricchezza del Paese. Ripensare la professione, ancora oggi regolamentata da una legge del '53, è secondo Lozzi, un esigenza irrinunciabile. L'uditorio ha apprezzato anche la partecipazione di alcuni politici fiorentini con la disponibilità assoluta a sostenere le istanze della categoria venuta dagli onorevoli Roberto Tortoli (Fi), Marco Cellai (An), Simone Gnaga (Lega) e in rappresentanza del senatore Francesco Bosi (Ccd) il dottor Coppari. Marco Cellai ha definito l'incontro come una "scelta di libertà contro una decretazione di regime". L'europarlamentare di AN ha duramente attaccato le recenti dichiarazioni del premier Massimo D'Alema alle Camere, giudicandole gravemente lesive e offensive nei confronti delle libere professioni. "L'attuale governo - ha detto Cellai - ha messo nero su bianco l'ostilità politica che la sinistra ha sempre coltivato nei confronti delle libere professioni. L'obbiettivo appare quello di puntare gradualmente all'eliminazione della categoria dei liberi pensatori - quali i professionisti - non inquadrabili, nè controllabili, nè irrimentabili da strutture sindacali". Cellai ha concluso preannunciando l'adesione del suo partito ad ogni iniziativa legislativa per salvaguardare le libere professioni.

Letizia Corsi

 

Ultim'ora

Nel frattempo da Roma ci perviene la notizia che il Ministero delle Finanze ha dichiarato di essere disposto ad aprire un tavolo tecnico con i dottori commercialisti. Si vedrà!

 

 

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Lettera aperta al Ministro Laura Balbo

Scenari allucinanti se non c'è più la famiglia tradizionale

Sono una dei firmatari della dichiarazione "No al Mondo Nuovo" con la quale un gruppo dei Verdi ha riaperto la discussione sulla bioetica in particolare sui problemi morali connessi alla fecondazione artificiale e alla sperimentazione sugli embrioni. Già nel 1987 avevo posto la mia firma sotto un documento simile che con grande lungimiranza anticipava i timori che nel breve futuro sarebbero divenuti purtroppo una realtà. Mi riferisco al dominio sulla sostanza vivente reso oggi possibile dalle tecniche messe a punto dalla ricerca scientifica. Il pensiero ecologista parte dal presupposto che non tutto ciò che è tecnicamente possibile fare si deve fare e che esistono dei limiti posti da sempre dalla natura che l'uomo non deve oltrepassare, pena la distruzione di un equilibrio che dà ordine e senso alla vita. La società attuale ha infranto questo patto con la natura e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: un pianeta in agonia perché l'uomo nell'ultimo secolo ha consumato gran parte delle risorse naturali non rinnovabili compromettendo la vita delle generazioni future, animali e vegetali. Il disastro ambientale sta pian piano trasferendosi su molti altri piani da quello biologico a quello sociale. Ed ecco che oggi non è più l'atto d'amore tra un uomo e una donna a dar forma ad una nuova vita, ma le asettiche pareti di una provetta. Oppure siamo alla follia di tenere congelati per anni degli embrioni che sono stati prodotti in sovrannumero, vite in potenza che forse mai vivranno. E forse si arriverà anche a clonare l'ovulo di un essere umano come già lo si è fatto per gli animali, dal momento che ciò che l'uomo ha fatto alle piante e agli animali poi finisce per farlo ai propri simili. Scenari allucinanti.

Ho letto le tue affermazioni sulla Repubblica del 14 gennaio riguardo all'impianto di embrioni congelati post mortem nel caso della donna palermitana, dichiarazioni gravi espresse da persone semplici, gravissime se espresse da un Ministro della Repubblica, per di più donna e facente parte del movimento ambientalista. Risulta difficile per un ecologista accettare la tua dichiarazione che chiunque, sia coppia eterosessuale che omosessuale o single, possa diventare genitore con l'aiuto delle moderne tecniche scientifiche, qualora la natura non lo permetta. E' un'affermazione che salta a piè pari tutta la riflessione fatta in questi anni dai Verdi sul rapporto fra etica e scienza, fra politica e scienza e non ultimo fra donne e tecnologia. Ma quello che risulta ancora più difficile accettare è la tua visione della famiglia attuale, da te definita "un'idea stereotipata". In nome della libertà di scelta, libertà per le coppie, per le donne sole, per le coppie omosessuali affermi che non ha senso fare una legge che "disegna un mondo che non c'è, in nome di un'idea ormai del tutto teorica della famiglia". Io invece difendo la famiglia tradizionale e dico che la società è in crisi, proprio perché è in crisi la famiglia, questo nucleo che resiste nonostante gli attacchi di un pensiero che mette i diritti (e gli egoismi) individuali al primo posto in un delirio di individualismo esasperato. Se ogni individuo è portatore di diritti, il suo diritto, la sua libertà non possono che essere in conflitto coi diritti e la libertà degli altri. Chi ha più forza, più potere ha quindi anche più diritti. Esistono le "corporazioni" dei diritti. Oggi sembra che siano i soggetti portatori di desideri la corporazione più potente. (Perché, ad esempio, privarsi della realizzazione di un desiderio, di un bisogno, di un sogno, se la scienza me lo permette?) Abbiamo addirittura trasformato l'anelito alla felicità in un diritto che qualcuno deve comunque soddisfare.

Ma torniamo alla famiglia. Tu fai una panoramica di una società dove sono sempre più frequenti le coppie che si separano, figli che non hanno più una famiglia tradizionale e ne deduci che ormai la famiglia di un certo tipo è morta, sostituita da altre realtà aventi uguale dignità. Io invece scelgo la famiglia tradizionale, questo nucleo antico che dà sicurezza, calore, identità, radici, senso di appartenenza. La famiglia, importante innanzitutto per i figli, loro prima scuola di vita, palestra di convivenza civile, mix di diritti e di doveri. E dico di più, anche se so di andare controcorrente. Bisogna recuperare il nostro ruolo di madri, ma di madri serene, senza stress, senza angosce, senza doversi dividere in due tra famiglia e lavoro quando i figli sono piccoli. Ho sempre sostenuto che i bambini nei loro primissimi anni di vita hanno una necessità assoluta della costante presenza materna: del suo amore, della sua voce, del suo odore, del suo calore. Ne hanno un bisogno vitale perché un piccolo che cresce in un ambiente sereno, tranquillo, sarà sicuramente domani un individuo più attrezzato nei confronti della vita. Nessun nido, neppure il migliore, potrà mai sostituire la mamma. Occorre impegnarsi per un vero riconoscimento del valore sociale della maternità che permetta alla donna che alleva un figlio di dedicarsi esclusivamente a lui per un certo periodo di tempo, interrompendo eventualmente anche il lavoro. Gli anni che una donna passa nel crescere i figli non possono e non devono essere considerati anni perduti, improduttivi solo perché non rendono niente in termini di profitto aziendale. Spetta alla collettività farsi carico del costo sociale della maternità e non alle singole aziende. Occorrono interventi legislativi atti a modificare radicalmente l'attuale normativa: orari flessibili, part-time, assegni familiari consistenti, ma anche elasticità nel rapporto di lavoro. E' anche così che si ricostruisce una società, non con slogan del tipo "Donne senza figli è bello" o "meno figli più politica", slogan difficilmente definibili... e oltretutto detti da un ministro della Repubblica.

Daniela Nucci

Federazione Fiorentina dei Verdi

 

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Nostra intervista esclusiva al presidente di Assostampa Toscana

Vecchie e nuove ombre sulla libertà d'informazione

Firenze, febbraio 1999

Si fa sempre più stretto l'ambito del diritto di cronaca in Italia. Prima una legge sulla privacy (la n.675/96) che bene o male ha posto nuovi vincoli sull'uso dei dati personali nell'attività giornalistica, nonostante le correzioni e riaperture contenute in alcuni decreti legislativi successivi e nel Codice deontologico dei giornalisti ad essa collegato (vedi L'attenzione, 24 ottobre 1998). Poi, nei giorni scorsi, l'approvazione alla Camera di norme che, se confermate al Senato, estenderanno il divieto di dare notizia sugli atti dei processi penali fino alla chiusura delle indagini preliminari e inaspriranno (da 500 mila a 30-50 milioni di lire) le ammende alternative al carcere in caso di violazione. E, a seguire, una sentenza della Cassazione che definisce diffamazione la condotta di un giornalista che riporta, sia pure tra virgolette, frasi offensive pronunciate da altri (perfino se personaggi di rilevanza pubblica). Su questi preoccupanti orientamenti legislativi e giurisprudenziali abbiamo chiesto un parere a Pino Rea, presidente dell'Associazione Stampa Toscana e cronista giudiziario dell'Ansa. Non senza averlo prima invitato ad illustrarci come vanno le cose sull'altro fondamentale versante della libertà di stampa e del diritto dei cittadini all'informazione: l'indipendenza delle testate e dei giornalisti. Tema scottante in Italia, dove finora è prevalso un giornalismo politicizzato.

Esiste una stampa veramente autonoma oggi in Italia? Come si evolve il panorama dell'editoria giornalistica in questo senso?

Il panorama è complesso perché le tecnologie e i costi sono in continuo mutamento. Ci sarebbero le condizioni per avere una stampa libera e indipendente, soprattutto perché il giornalismo italiano ha gli strumenti sia professionali che tecnici per affermare questa autonomia. Il problema è però che ci sono dei meccanismi contro cui ci si scontra

... quali?

A parte poche eccezioni, il settore dei media italiani è in qualche modo pressato e da una eccessiva contiguità con le forze politiche, e, soprattutto, dal fatto che gran parte degli editori non sono 'editori puri'; e quindi manca una tradizione dell'impresa giornalistica per cui un'imprenditore rischia il proprio capitale puntando effettivamente sull'informazione. Nel caso italiano, l'informazione rischia di venir utilizzata dai gruppi industriali che controllano i grandi giornali e l'emittenza privata, per affermare i propri interessi extra-informativi.

Ma esistono 'editori puri' veri e propri, tali da non condizionare i giornalisti?

Prendiamo la stampa negli Stati Uniti. Lì ci sono molto editori che fanno profitti con l'informazione perché puntano sul valore e sul peso dell'informazione e non la usano in maniera strumentale. In una situazione di questo genere è più agevole difendere l'autonomia dei giornalisti.

Che peso hanno i comitati di redazione contro i possibili condizionamenti?

Il contratto dà loro dei poteri molto ampi. Il problema è che però, spesso, i comitati di redazione non hanno alle spalle delle redazioni compatte, e vengono quindi a volte condizionati dai piccoli gruppi che si formano nelle redazioni e che perseguono interessi individuali.

E' vero che un forte ostacolo all'autonomia sono i bilanci in rosso degli organi di stampa?

Il numero dei lettori di quotidiani in Italia, per una serie di ragioni, invece di crescere sta diminuendo e la pubblicità è in gran parte monopolizzata e dirottata sulle emittenze e questo toglie mercato. Però è pur vero che vari giornali, anche grandi come il Corriere della Sera e la Repubblica, sono in attivo; e, chiaramente, l'attivo è una condizione che potrebbe consentire una forte autonomia dei giornali dagli altri poteri. Se questo non avviene è per le ragioni ricordate prima.

Quali, fra i fattori di condizionamento illustrati, è il più deleterio?

La mancanza di una cultura dell'impresa editoriale, tanto che non si riesce a convincere gli editori a realizzare uno specifico statuto dell'impresa editoriale.

Ritiene il condizionamento politico meno importante?

Le simpatie e gli orientamenti politici sono leciti, e anzi normali. Il problema è che cosa si intende per politica. Cioè un orientamento politico-culturale è una cosa, fare invece la claque per un gruppo o per l'altro, all'interno anche di singoli partiti, è un'altra.

Passando al diritto-dovere di cronaca, pensa che i recenti indirizzi della giurisprudenza e del legislatore lo mettano in pericolo?

Sì. Lo dimostra quest'ultima vicenda di un articolo inserito nella proposta di legge sul giudice unico, che prevede l'arresto e un fortissimo aumento dell'ammenda per chi viola il segreto istruttorio e soprattutto che allarga il segreto istruttorio a tutta la durata delle indagini preliminari. Articolo che è passato con la stragrande maggioranza dei voti della Camera, dimostrando che in molti settori delle forze politiche c'è una volontà di ridurre fortemente il diritto di cronaca.

Come valuta la sentenza della Cassazione che condanna le citazioni di frasi offensive pronunciate da altri?

E' un'ulteriore dimostrazione della difficoltà della stampa di operare. Perché significherebbe impedire ai giornalisti di riportare prese di posizione, anche di uomini pubblici, che potrebbero essere giudicate vagamente diffamatorie.

E riguardo alla legge sulla privacy e al codice deontologico dei giornalisti?

E' una legge contraddittoria. Nel senso che, mentre è molto utile per quanto riguarda l'invadenza anche del mondo finanziario e commerciale nella vita privata dei cittadini, si occupa di informazione come se l'interesse dell'informazione non fosse quello di rivelare ciò che accade, cioè di fare chiarezza, ma di utilizzare i dati raccolti a scopi di controllo o economico-finanziari

... un parere negativo quindi?

Bisogna però riconoscere che su questi temi Rodotà (il presidente dell'Autorità Garante della privacy, ndr) ha chiarito molti dei possibili equivoci; e, soprattutto, che la valutazione dei comportamenti dei giornalisti è prevista da un codice che si sono dati i giornalisti stessi. Anche se non è detto che vi sia sempre un Garante sensibile come Rodotà.

 

Lorenzo Sandiford

 

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