L'ATTENZIONE

Editoriale

Sexygate: Bill Clinton è innocente

L'ennesimo pseudo-scandalo americano si chiama "sexygate". Un parolone che vorrebbe ricalcare altri scandali più seri della storia americana.

La popolazione statunitense, solo apparentemente bigotta (non dimentichiamo che in diverse parti dei grandi USA si pratica ancora la pena di morte!), "montata" alla perfezione da una serie di televisioni che non disdegnano, quando sono fortunate, a mostrare anche omicidi in diretta, si sta appassionando al sesso del suo presidente Bill Clinton.

La domanda è semplice: il presidente americano, che viene accusato di aver avuto amanti, è innocente o colpevole?

La nostra contro-domanda è: innocente o colpevole di cosa? Di aver fatto l'amore con una donna? Ma se si fa anche tra uomo e uomo e tra donna e donna?

E poi, chi l'ha detto che il presidente avrebbe dovuto comportarsi come un prete (anche se ci sarebbe da dire che qualche prete non disdegna la donna!)?

Ma al di là di queste semplici considerazioni c'è da farne almeno una molto più complessa: quando si fa sesso o si fa all'amore, come si dice in altre occasioni, a meno che non ci sia stupro (che va aborrito sempre!), è la donna che decide, mai l'uomo!

E quindi, ammesso e non concesso, che si debba indicare un colpevole questo non sarà mai l'uomo.

Provate a ragionare: se un uomo desidera una donna, cerca di conquistarla, fa il cascamorto, le manda dei fiori, l'invita a cena, le fa dei regali, senza escludere che alla fine non otterrà un bel niente. Ed è giusto, perchè per accoppiarsi occorre la duplice volontà di farlo.

Ragioniamo dall'altra parte, o se volete, dall'altro sesso: quando una donna vuole un uomo non deve fare nessuno sforzo, se lo prende e basta.

Perchè, direte voi? Ma semplicemente perchè l'uomo è un debole, che di fronte ad una donna si comporta come un demente, che si fa girare e rigirare.

In sostanza, quando si parla di colpa perchè due persone (entrambe consenzienti) hanno fatto sesso non c'è dubbio che l'uomo vada assolto per palese "incapacità mentale". Che, tutto sommato, lo pone in condizioni di non aver diritto alla decisione finale.

Senza ripercorrere la lunga storia dei rapporti uomo-donna, si può capire questa condizione di "incapacità" dell'uomo osservando che cosa accade ogni giorno sotto i nostri occhi. Prendiamo le donne che lavorano: sono tutte brave? Per carità, ce ne sono, così come accade per gli uomini, ma molte di esse hanno solo due virtù: la bellezza e quell'altro dono della natura. Non si spiegherebbe altrimenti la loro massiccia presenza ovunque.

E poi, se qualcuno si ricorda Eva, la prima donna secondo la chiesa, può capire tutto.

Nella Genesi (II,18-25) si trova narrata l'ansia di Adamo (il primo uomo) nella ricerca di un compagno a lui simile tra gli animali, il sonno a cui Dio lo sottopone e durante il quale da una sua costola viene formata Eva, ed infine il riconoscimento di Adamo che vede in Eva "carne della sua carne ed ossa delle sue ossa". E' quindi già in stato di soggezione, della quale subirà le conseguenze quando Eva, tentata dal demonio-serpente istiga Adamo alla disobbedienza a Dio, invitandolo a mangiare il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male.

Sapete cosa accade dopo? Certo che lo sapete: Dio punisce la donna e stabilisce che deve partorire nel dolore.

Poi le cose sono cambiate, almeno per quanto riguarda il parto... ma la donna continua a tenere in ansia l'uomo, lo fa soffrire, lo fa spasimare, lo tortura.

E l'uomo ci sta. E' felice!

Ma non ha le capacità di intendere e di volere.

Quindi, se Bill Clinton ha ceduto alle lusinghe delle donne, sono queste che vanno punite, o quanto meno rendersi conto che il presidente è pur sempre un uomo: debole, circuibile. Cosa che ha capito perfettamente la moglie Illary che non si adombra delle corna più di tanto. E' una donna e capisce che anche lei, se volesse, farebbe cadere ai suoi piedi chiunque!


Francesco Canosa

 

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L'ATTENZIONE

Un disperato tentativo
Gli industriali fiorentini vogliono migliorare i
rapporti con la Pubblica Amministrazione

LDire che le intenzioni sono buone é come scoprire l'esistenza dell'acqua calda.

Concludere che i risultati potranno diventare solo una "pia illusione" é verità altrettanto lapalissiana.

Ed ora vi raccontiamo quello che, nel titolo, abbiamo definito un "tentativo disperato".

L'Associazione degli Industriali di Firenze, e non potrebbe essere altrimenti dovendo "fare i conti" tutti i giorni, é più che convinta che occorre "inseguire" la Pubblica Amministrazione per costringerla ad applicare le leggi.

E non lo fa minacciandola, che non é nel costume di un'organizzazione di galantuomini, ma offrendo la propria collaborazione per migliorare i servizi.

Diciamo che é una sorta di concertazione alla rovescia rispetto a quella proposta di recente dalla Rgione Toscana.

E per raggiungere questo obiettivo (o meglio per tentare di raggiungerlo), l'Assindustria ha creato un "Gruppo di Lavoro", coordinato da Michele Legnaioli, il quale ha elaborato un manifesto-programma sulla qualità nella Pubblica Amministrazione.

Non c'é, ovviamente, da scandalizzarsi se gli imprenditori (ma anche tutti i cittadini) vogliono che la macchina burocratica funzioni al meglio per favorire, in tal modo, anche una maggiore redditualità all'attività economica.

Ma, se in sede di conferenza stampa (i nomi sono nella didascalia sotto la foto in alto) i giornalisti (che hanno il compito di fare da "media" tra fonti e cittadini) hanno avanzato molti dubbi sull'aspirazione degli industriali, figuriamoci cosa diranno am-ministratori ed impiegati pubblici!

Ma, siccome la speranza é sempre l'ultima a morire, come cittadini non possiamo che plaudire all'iniziativa dell'Assindustria; augurandoci che amministratori ed impiegati pubblici, cittadini anch'essi!, si rendano conto della necessità di procedere sulla strada della collaborazione a tutto campo.

D'altra parte non si chiede la luna nel pozzo!

Ma di rendere concreti tutti gli atti formali che il Parlamento sta elaborando da qualche anno, di rendere reale la trasparenza, effettiva l'autocertificazione, concreta la semplificazione degli atti amministrativi.

Leggiamo insieme cosa dice il manifesto:

 

L'Associazione degli Industriali della Provincia di Firenze, dopo aver rilevato che il Sistema amministrativo italiano sta vivendo un'importante fase di cambiamento dei modi di gestione, decisa da precisi indirizzi legislativi e dovuta alla necessità di adattare l'attività delle Pubbliche Amministrazioni ed aver considerato che i motivi di questo processo ri-formatore sono

1) l'eccessiva onerosità dei costi dell'operato delle Amministrazioni Pubbliche rispetto ai servizi erogati;

2) l'evidente sfasatura fra i tempi burocratici dell'attività amministrativa e quelli, molto più rapidi, dell'attività imprenditoriale;

3) la ridotta competitività delle imprese italiane rispetto a quella delle aziende operanti in altri Stati membri della Comunità Europea, a causa anche della maggiore rapidità ed efficienza delle Amministrazioni e del loro immediato adeguamento verso il mondo del lavoro ed in particolare verso il sistema delle imprese industriali;

ha deciso di dedicare un impegno particolare al tema della "qualità nella Pubblica Amministrazione".

Ciò per facilitare il raggiungimento dei seguenti obiettivi:

*- Agevolare, attraverso una fattiva e positiva ollaborazione, il cambiamento del nostro Sistema Amministrativo Locale, allo scopo di migliorare il rapporto fra Impresa ed Amministrazione.

L'Associazione degli Industriali sarà portavoce di quei valori gestionali del mondo imprenditoriale che, sempre più, dovranno caratterizzare l'attività delle Pubbliche Amministrazioni e che possono essere sintetizzati nell'abbandono della logica di tipo legislativo formale, nell'assunzione di azioni strettamente connesse al raggiungimento degli obiettivi, nell'accettazione del principio della responsabilità legata ai risultati, nella necessità di dare risposte in tempi rapidi, nell'assunzione di iniziative comuni di formazione;

*- Contribuire, alla diffusione della "Cultura della Qualità", intesa non come una mera enunciazione di principio ma come un atteggiamento culturale condiviso con il quale si privilegia il fine rispetto al mezzo, attraverso un continuo riferimento alle esperienze reali ed ai bisogni dell'utenza.

Per realizzare questi obiettivi, l'Associazione ha costituito l proprio interno un Gruppo di Lavoro, denominato "Gruppo Qualità nella Pubblica Amministrazione", che intende assumere le seguenti iniziative:

*- Individuare gli Enti e gli Organismi pubblici interessati a stabilire una collaborazione con l'Associazione degli Industriali su temi di comune interesse, e comunque relativi alla Qualità nella Pubblica Amministrazione;

*- Stipulare con questi Enti ed Organismi pubblici accordi e/o protocolli per instaurare rapporti programmati ed organizzati di collaborazione su aspetti operativi che facilitino il rapporto fra Impresa e Pubblica Amministrazione;

*- Creare un tavolo permanente di concertazione che coinvolga rappresentanti degli Enti ed Orga-nismi pubblici interessati a stringere accordi per la realizzazione di esperienze di tipo operativo, sull'esempio del "Piano Qualità", ideato in ambito comunitario e in corso di sperimentazione in Enti locali di altre regioni italiane.

f.c.

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L'ATTENZIONE

Rifondazione nel centro-sinistra?

Se son rose fioriranno! Sembra essere questa la conclusione dell'incontro dei segretari regionali toscani di centro-sinistra insieme a quello di Rifondazione Comunista.

Dopo tanti "distinguo" ci sarà il disgelo?

A leggere il documento sottoscritto nei giorni scorsi la risposta dovrebbe positiva: alle prossime amministrative toscane di primavera e dell'autunno Rifondazione dovrebbe fare liste comuni con il centro-sinistra.

Infatti, in calce all'accordo sottoscritto dai segretari regionalidi Pds, PPI, Verdi, Movimento per l'Ulivo, Coordinamento della Federazione dei Democratici, Liberali, Repubblicani e Sociali, di Rinnovamento Italiano, c'è anche la firma di Luciano Ghelli, di Rifondazione.

Il documento è piuttosto scarno: da esso emerge la reciproca volontà di avviare, a livello regionale ed in tutte le sedi locali, un confronto sui principali problemi del territorio, per verificare la possibilità di costruire comuni alleanze per il governo delle città.

 

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L'ATTENZIONE

 

La nuova assemblea del Comitato delle Regioni

Bruxelles (di Jean Marie Caribbe)

Il Consiglio dell'Unione europea, riunitosi a Bruxelles il 26 gennaio, ha annunciato la nomina dei nuovi membri del Comitato delle Regioni, l'assemblea dei rappresentanti dei poteri locali e regionali dell'Unione europea, per il secondo mandato quadriennale.

La designazione di 222 nuovi membri e di altrettanti supplenti provenienti dai 15 Stati membri costituisce la prima tappa del nuovo mandato del Comitato, mandato che inizierà ufficialmente il 18 febbraio con un'assemblea costitutiva che avrà luogo a Bruxelles. Il primo compito dell'assemblea sarà quello di eleggere tra i propri membri un Presidente ed un Ufficio di presidenza.

La designazione dei nuovi membri segna la conclusione di una procedura di nomina che ha visto impegnate le amministrazioni locali e regionali di ciascuno Stato membro presso i rispettivi governi. Il Consiglio ha accolto all'unanimità le proposte avanzate da questi ultimi. Nella quasi totalità delle delegazioni nazionali, i nuovi membri, siano essi presidenti di amministrazioni regionali, sindaci di importanti città europee o consiglieri di amministrazioni locali, sono per lo più investiti di un mandato elettivo regionale, comunale o locale.

Il numero dei membri del Comitato è il seguente: Belgio 12, Danimarca 9, Germania 24, Grecia 12, Spagna 21, Francia 24, Irlanda 9, Italia 24, Lussemburgo 6, Paesi Bassi 12, Austria 12, Portogallo 12, Finlandia 9, Svezia 12, Regno Unito 24.

Ecco la lista completa dei membri provenienti dalla delegazione nazionale italiana ed una breve introduzione al ruolo ed all'attività del Comitato delle Regioni: Carlo Andreotti (presidente Provincia Autonoma di Trento), Giampiero Arci (consigliere Provincia di Roma), Enzo Bianco (sindaco di Catania), Mercedes Bresso (presidente Provincia di Torino), Valentino Castellani (sindaco di Torino), Vannino Chiti (presidente Regione Toscana), Gianfranco Ciaurro (sindaco di Terni), Luciano D'Alfonso (presidente Provincia di Pescara), Vito D'Ambrosio (presidente Regione Marche), Salvatore Distaso (presidente Regione Puglia), Luis Durnwalder (presidente Provincia Autonoma di Bolzano), Antonio Falconio (presidente Regione Abruzzo), Roberto Formigoni (presidente Regione Lomabardia), Nicola Frugis (presidente Regione Lombardia), Isidoro Gottardo (assessore Regione Friuli Venezia Giulia), Antonio La Forgia (presidente Regione Emilia Romagna), Gianfranco Lamberti (sindaco di Livorno), Silvano Moffa (sindaco di Colleferro), Giuseppe Nisticò (presidente Regione Calabria), Marcello Panettoni (presidente UPI), Alfredo Pasini (sindaco di Pordenone), Giuseppe Provenzano (presidente Regione Sicilia), Antonio Rastrelli (presidente Regione Campania), Giuseppe Torchio (Sindaco di Spineda).

***

L'organo consultivo si riunisce in sessione plenaria cinque o sei volte all'anno a Bruxelles. Il suo primo mandato, nel corso del quale sono stati adottati 184 pareri, si è concluso nel gennaio 1998. Il secondo mandato quadriennale avarà inizio con l'Assemblea Costitutiva del 18 febbraio 1998. Il primo compito di tale assemblea sarà l'elezione del presidente e dell'Ufficio di presidenza.

Il Trattato di Amsterdam rafforza e amplia la posizione del Comitato in quanto organo consultivo dell'Ue. I cinque settori di consultazione obbligatoria finora stabiliti dal Trattato (coesione economica e sociale, reti infrastrutturali transeuropee, sanità, istruzione e cultura) sono integrati da quelli dell'occupazione, degli affari sociali, dell'ambiente, della formazione professionale e dei trasporti. In altri campi che rientrano anch'essi nelle competenze delle Regioni e delle città, ad esempio agricoltura e assetto territoriale, il Comitato ha la facoltà di emettere pareri d'iniziativa.

L'ampliamento delle competenze del Comitato rafforza il ruolo dei membri del CdR i quali, attraverso le loro esperienze concrete nell'attuazione delle politiche e dei programmi europei nelle Regioni e nei Comuni dell'Ue, contribuiscono all'applicazione del principio di sussidiarietà.

I membri del Comitato assicurano che gli enti locali e regionali prendano sempre parte all'elaborazione delle politiche comunitarie nei settori che li riguardano.

 

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L'ATTENZIONE


La fecondità delle regioni italiane

Roma

Il calo delle nascite presenta una intensità e una persistenza tali da introdurre potenziali elementi di destabilizzazione dell'intero "sistema-popolazione" del nostro paese. Dal culmine del baby boom - ormai più di trenta anni fa - quando ogni anno nascevano circa un milione di bambini, le nascite in Italia sono diminuite sino a contare poco più di mezzo milione nel 1996. Così la fecondità italiana ha raggiunto livelli mai toccati nella storia da nessun'altra popolazione in condizioni ambientali "normali". Non a caso l'attenzione alle vicende della fecondità italiana da parte dei demografiche, più in generale, da parte di tutti coloro che a vario titolo devono "fare i conti" con i caratteri e i comportamenti demografici della popolazione - è continua e intensa. L'Istat ha presentato i risultati della ricostruzione della fecondità per generazione e ordine di nascita nelle regioni italiane, concepita e realizzata in collaborazione con il Dipartimento Statistico dell'Università di Firenze. I dati di base utilizzati nella ricostruzione abbracciano un arco di tempo molto vasto (1952-1993) e sono, dunque, sufficientemente rappresentativi del fenomeno. Dalla loro analisi emerge un quadro dell'evoluzione della fecondità italiana a livello regionale estremamente significativo e per molti aspetti ancora sconosciuto.

Diminuisce la propensione ad avere figli

Negli ultimi quaranta anni è aumentata la disponibilità di efficaci strumenti per la pianificazione familiare, la loro conoscenza e la loro accessibilità per una larga parte delle donne. Crescono le nascite desiderate, realizzate in un contesto di scelta dei tempi più opportuni, cercate a volte anche con strumenti artificiali rispetto alle nascite che si verificano in una situazione di fecondità naturale. In questo contesto, l'atteggiamento che si manifesta più chiaramente è la diminuita propensione delle donne, e delle coppie, ad avere dei figli.

Considerando il numero di figli che ciascuna donna mediamente mette al mondo nel corso della propria vita feconda, e la composizione della discendenza (cioè quante donne non hanno alcun figlio, quante uno solo, quante due, eccetera... ) per tutte le donne italiane nate tra il 1920 e il 1963 (per le ultime generazioni, naturalmente, parte della discendenza è stata stimata e non osservata) si rileva che a livello nazionale le donne nate nel 1920 hanno avuto circa 2,5 figli ciascun4 quelle nate nel 1940 sono scese a 2,2 e quelle nate nei primi anni del '60 sono intorno a 1,6 figli per donna. Tra queste ultime, è chiara la tendenza ad un aumento della percentuale di donne senza figli (solo il 10% delle donne nate nel dopoguerra sono rimaste senza figli, mentre si stima che questa percentuale sarà di oltre il 18% per le donne nate nei primi anni '60). Inoltre, aumenta la proporzione di donne che, quando decidono di diventare madri, si accontentano di un solo figlio: per la generazione del 1945, nel 79% dei casi le donne, dopo il primo figlio, aumentavano la loro discendenza almeno con un secondogenito; questa propensione scende al 67% per le donne nate nel 1963. Ciò significa che se per la prima generazione solo il 19% di tutte le donne aveva un unico figlio, per la seconda è il 27% delle donne a scegliere questo modello familiare.

A fronte di questo significativo incremento si osserva una sostanziale stabilità dell'incidenza del gruppo che realizza un modello familiare con due figli (il 40% delle donne nate nel 1963), mentre è senza dubbio notevole la progressiva contrazione dell'incidenza delle discendenze più numerose (almeno 3 figli), che sembrano destinate a rappresentare un modello sempre più marginale nel panorama nazionale: era il modello familiare di quasi una donna su tre nelle generazioni degli anni '40, é scelto da meno idi una donna su sei tra quelle nate nel 1963. L'indagine si occupa anche delle differenze territoriali. Nelle regioni centro-settentrionali si trovano, ormai da tempo, al di sotto del livello di sostituzione: ciò significa che, in media, ogni donna dà alla luce molto meno dei 2,1 figli che sarebbero necessari a garantire il rimpiazzo delle generazioni.

Ketty Canosa

 

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