L'ATTENZIONE ![]()
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Sulla vicenda delle "35 ore" siamo convinti che non ci credono
neppure loro, i protagonisti, cioè Fausto Bertinotti e Romano Prodi.
Il primo perchè ormai non rappresenta più nessuno, nemmeno
la classe operaia, in quanto quella che lui si ricorda appartiene al passato;
il secondo perchè ha detto sì alla richiesta del Fausto solo
per salvare la sedia presidenziale. Tutti sappiamo che non accadrà
proprio niente, perchè al tavolo della concertazione siederanno altri
protagonisti, quelli veri, cioè imprenditori e lavoratori (rappresentati
dai sindacati), che potranno e dovranno decidere i destini delle aziende.
Solo un contratto di lavoro (collettivo o aziendale) può stabilire
l'incontro della capacità lavorativa di un operaio e l'esigenza produttiva
aziendale. Ma nel frattempo sulle "35 ore" è cominciato
il tiro al bersaglio. Il commissario UE all'Industria ritiene che il piano
avanzato dai governi francese e italiano di ridurre a 35 ore l'orario di
lavoro "otterrà esiti esattamente opposti" a quelli previsti.
"Non capisco come si possano introdurre misure come le 35 ore che sono
contrarie alla lotta alla disoccupazione" ha detto Bangemann. "Dobbiamo
decidere qual'è la priorità: se vogliamo che l'industria europea
assuma una posizione di primo piano nel mondo, dobbiamo ridurre le strettorie
legali - ha detto ancora Bangemann- solo così si potrà contribuire
a ridurre la disoccupazione".
C'è da registrare anche un secco no dagli industriali europei a ridurre l'orario per legge. Ed anche di Emma Marcegaglia, leader dei giovani industriali, interpellata a margine della XXIII edizione delle "Giornate di studio Pio Manzù" a Rimini. Secondo la Marcegaglia, una legge del genere, oltre a "isolarci, insieme alla Francia, dal resto d'Europa, sarebbe "antistorica" e rappresenterebbe la fine della concertazione". Quanto all'atteggiamento del governo, "non bastano le sue rassicurazioni verbali". E il no arriva anche da Sergio D'Antoni (leader della Cisl) il quale sostiene che "solo al tavolo della concertazione si può parlare di orario di lavoro". E poi, parliamoci chiari: il malefico "Faust" vuole difendere i lavoratori "tout court" o solo quelli dipendenti? O pensa di imporre le 35 ore anche ai lavoratori autonomi?
Ma siamo sicuri che i lavoratori sentono l'esigenza di dedicare al lavoro solo 35 ore alla settimana? Forse perchè improvvisamente hanno deciso di rinunciare a qualche sacrificio in più da destinare al guadagno, alle vacanze, alla seconda casa, a far studiare i figli? Oppure il lavoro è un veleno che va dato solo a piccole dosi? Suvvia, siamo seri. Il lavoro non può essere imposto a dosi, non possiamo tornare a concetti marxisti superati di "legalizzazione dell'orario" che vuol significare anche "legalizzazione del guadagno", della spesa, del reddito,etc. Vuoi vedere che ci diranno quante volte dobbiamo fare l'amore, a seconda dell'età e della classe sociale?
Francesco Canosa
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Linee per il riordino del sistema nazionale
della ricerca scientifica e tecnologica
La scienza, la tecnologia, la disponibilità di risorse umane qualificate costituiscono il differenziale che distingue il grado di sviluppo dei diversi sistemi-Paese. Da qui la necessità di una politica della ricerca che diventa un'esigenza strategica per lo sviluppo dell'economia. Proprio partendo da queste considerazioni, il Parlamento ha affidato una delega al Governo, che ne ha affidato la responsabilità al Ministro della Ricerca Scientifica e Tecnologica per predisporre una relazione illustrativa delle linee-guida dell'intervento. E proprio da quella relazione abbiamo attinto notizie interessanti, come ad esempio, che l'Italia è lontanissima nella spesa per la ricerca e sviluppo rispetto al PIL tra i Paesi più industrializzati del mondo, avendo fato registrare un modesto 3,6% nel 1994, contro il 48,6% degli USA, il 20,1% del Giappone il 10,8% della Germania. E all'interno del nostro Paese le Amministrazioni pubbliche (escluse le Università) hanno speso (nel 1993) appena un terzo delle imprese private, ovvero 3.765 mi- liardi contro 9.450.
Piemonte, Lombardia e Lazio assorbono circa il 70% delle spese di ricerca. Al primo posto è la Lombardia con il 26,9% (somma di pubblico e privato), seguita da Lazio (21,7%), Piemonte (20,9%). Quarto posto per l'Emilia-Romagna (5,9%), quindi la Toscana con il 4,7%. Malgrado le difficoltà ad investire, la bilancia tecnologica dei pagamenti in Italia per tipo di transazione si presentava nel 1995 quasi alla pari: 2.445 miliardi di introiti contro 2.985 di esborsi. Con una punta di soddisfazione: tra il 1991 ed il 1995 gli introiti sono saliti del 31,7%, mentre gli esborsi sono diminuiti dell'8,3%. In quanto al personale im-piegato nella ricerca l'Italia è "derelitta", con 142.000 unità impiegate nel 1993, contro le 475.000 della Germania e le 947.000 del Giappone. Di cui, i ricercatori laureati sono 74.000 per l'Italia, 229.000 per la Germania, 641.000 per il Giappone e 962.000 per gli USA.

Al di là dei "numeri" c'è da dire che la ricerca scientifica e tecnologica sviluppata ed utilizzata nella realtà del nostro Paese costituisce un patrimonio di notevole rilevanza che presenta punte di sicura eccellenza ed una qualità del capitale umano di grande significatività. Esistono, tuttavia, problemi di distorsione e quindi appare necessaria un'ampia opera di razionalizzazione e di revisione dell'esistente, volta a qualificare la spesa, privilegiando la qualità, il merito e l'efficacia delle azioni. In parallelo, il Governo è impegnato ad affrontare progressivamente il problema della carenza dei finanziamenti e di personale di ricerca. Per raggiungere questi obiettivi il Governo ha firmato un accordo con le forze sociali, che prevede, tra l'altro, la revisione dei modelli di alta formazione e di avvio al lavoro scientifico. In tale ambito il dottorato di ricerca, oltre a costituire il canale privilegiato di formazione per la ricerca pubblica e privata dovrebbe, come avviene nei Paesi più industrializzati, essere il canale per una formazione di alto livello, spendibile anche sul piano professionale e non soltanto accademico.
L'esperienza acquisita in Italia dopo oltre dieci anni durante i quali tale livello di formazione si è sviluppato, consente di rilevare che esso si è focalizzato solo sull'obbiettivo della formazione della ricerca pubblica ed in particolare quella universitaria, mentre sono rimasti marginali gli effetti e gli inserimenti sia verso la ricerca privata sia verso la pubblica amministrazione, il mondo produttivo e dei servizi. Merita una citazione anche la Legge 113 destinata a sostenere le attività dei musei scientifici, scuole, università e strutture di ricerca pubbliche e private. Va aggiunto anche un nuovo ddl che sottolinea opportunamente anche l'importanza di un'energica azione nei confronti del mondo della scuola, nella consapevolezza del valore particolare che assumono azioni di formazione organiche e non improvvisate. Tra gli scopi della nuova legge c'è anche quello di favorire la nascita di nuovi soggetti, che assumano il ruolo di motori efficaci dei processi di formazione-informazione e che agiscano da cerniera tra le strategie delle istituzioni e le esigenze dei cittadini, contribuendo a richiamare l'attenzione sull'opportunità di un dibattito inerente alle molteplici ra- gioni che suggeriscono di individuare un potenziamento della ricerca scientifica e tecnologica e la messa a fuoco della sua essenziale dimensione culturale e civile, con immediate ricadute per la possibilità di decidere in merito a questioni che presentano rilevanti profili etici.
Per completare il circolo virtuoso della produzione di conoscenza e per accrescere la credibilità del mondo scientifico nei confronti della società, bisogna realizzare le condizioni per cui i risultati e le competenze trovino applicazione. Da qui l'attività di trasferimento tecnologico, coinvolgendo sopratutto le PMI. Ma come muoversi nel complesso? Si prevede una nuova "architettura" per il sistema italiano, all'interno del quale si dovranno stabilire nuovi criteri di riordino per l'autonomia ed il governo degli enti, per dare spazio ai diversi settori, dal biomedico al sanitario, all'agricoltura, protezione civile, ricerca astronomica ed astrofisica, parchi sientifici e tecnologici. Sarà potenziata ed incentivata la mobilità deiricercatori,per periodi più o meno lunghi presso le imprese..
f.c.
Gente in festa, palloncini liberati nel
cielo terso di una splendida giornata di sole, brevi discorsi, una visita
alla struttura, un brindisi. E' stato inaugurato così, con grande
semplicità, il primo vero parcheggio scambiatore di Firenze (in via
del Gelsomino, al Poggio Imperiale). Eppure è stato un avvenimento
che potrebbe definirsi storico, sia per la novità assoluta che per
il riutilizzo di un'area che è "nata" nel 1890 come deposito
della tranvia del Chianti, poi utilizzata dall'Ataf, ed ora parcheggio scambiatore.
Una storia lunga oltre un secolo, narrata con poche parole da Giuliano Tabellini,
presidente del Consorzio Autocittà (CNA e SCAF) che ha fatto "nascere"
questo modernissimo parcheggio, dove non solo è possibile lasciare
in custodia l'autovettura, ma avere anche servizi, dall'elettrauto al gommista,
dal lavaggio all'assistenza di officine specializzate.
"Questo parcheggio scambiatore - ha detto l'assessore alla
mobilità Amos Cecchi - è la realizzazione di un importante
obbiettivo e s'inserisce in un'operazione di sviluppo della rete delle strutture
per la sosta, basilare nella nostra strategia". 'Il problema del traffico
- ha aggiunto Cecchi - è, senza dubbio, il principale in una citta
come Firenze, la quale ha, oltre ad una particolare conformazione, il record
nazionale di motorizzazione a due e a quattro ruote". L'assessore
ha sostenuto che questo è solo il primo di una serie di parcheggi
periferici alla città, destinati a raccogliere le autovetture che
arrivano dai comuni contermini e che hanno l'esigenza di essere parcheggiare
in luoghi sicuri e poco distanti dal centro, che si potrà raggiungere
con i servizi pubblici o con piccole auto elettriche che saranno messe a
disposizione dei clienti. E Marco Biagini, presidente della SCAF (che gestirà
il parcheggio) ha condiviso le indicazioni di Cecchi, sottolineando, tra
l'altro, che si è proceduto ad un capovolgimento del concetto di
parcheggio.
"Altrove - ha detto Biagini- viene
imposto, qui viene suggerito". Infatti, per coloro che arrivano a Firenze
dai comuni attorno alla superstrada per Siena, c'è l'invito a lasciare
la macchina al Gelsomino e raggiungere la città con altri mezzi.
Forse la cosa più importante per questi aubomobilisti è provare.
Così avranno una risposta diretta alle loro esigenze. In sostanza,
all'utenza viene offerta una gamma completa di servizi, ottimizzata dalla
fusione di fatto del patrimonio di conoscenze ed abilità che ciascuna
azienda detiene, senza però far venire meno quel rapporto diretto,
personalizzato ed attento, che solo l'autoriparatore artigiano è
in grado di garantire al proprio cliente. Inoltre, l'offerta di servizi
all'interno di un parcheggio toglie all'automobilista l'incombenza di andare
alla ricerca di un'officina o di un punto di servizi diversi, facilitandogli
così il movimento nella città. In pratica, da oggi, con quelparcheggio
(integrato da un Centro servizi) è possibile ipotizzare un recupero
della congestione cittadina, un miglioramento dell'inquinamento, una minor
perdita di tempo da parte degli automobilisti.
Un complesso di situazioni tutte positive, così come hanno sostenuto i presenti, da Don Momigli (che ha benedetto il nuovo parcheggio), all'ex-assessore comunale alla mobilità Eugenio Giani e all'ex-presidente della III Commissione Riccardo Basosi, che tanta parte hanno avuto, a suo tempo, nel disbrigo delle pratiche per la realizzazione del parcheggio. Abbiamo sentito l'apprezzamento di altri presenti, tra cui i presidenti provinciali di Cna (Alessandro Iacopi) e Confartigianato (Martelli Calvelli), dell'AFAM (Roberto Petrini), l'assessore provinciale alla mobilità Alfiero Ciampolini. E tanti operatori, che in qualche modo hanno un "legame" con i parcheggi. Si può affermare che Firenze ha posto una pietra miliare nel settore. L'augurio è che sia la prima di una lunga serie.
Elena Carbone
Orari delle botteghe nell'area metropolitana
La Confesercenti Toscana, unitamente alle Associazioni
provinciali di Firenze, Prato e Pistoia, ha esaminato le questioni inerenti
la piccola e media impresa commerciale, con particolare riferimento alla
discussione in atto su orari, turni di chiusura e deroghe festive, che in
quest'area vasta metropolitana ha in queste settimane avuto un'accellerazione
per l'acuirsi degli ormai noti punti di crisi, e per le costanti forzature
che da più parti si registrano nel voler saltare i meccanismi legislativi
e le regole. La Confesercenti ha già avviato una battaglia anche
legale con chi pretende un mercato senza regole e senza programmazione;
su questo già si è pronunciato in ben due referendum lo stesso
popolo italiano che ha bocciato in modo massiccio una visione selvaggia
di concepire la concorrenza. "E' chiaro che
correttamente la Confesercenti - sostiene il segretario regionale
Massimo Biagioni - intende concorrere a determinare una nuova legislazione
del commercio, con una riforma che soddisfi le categorie, le quali si attendono
regole che diano effettivamente le pari opportunità e norme di tutela
e di sviluppo per la piccola e media impresa e per i livelli occupazionali
nel commercio. In quella sede c'è la nostra piena disponibilità
a discutere di orari, turni festivi ed infrasettimanali, nell'ambito di
tetti ben definiti, come abbiamo dimostrato nella discussione parlamentare".
Per quanto attiene l'area metropolitana interessata la Confesercenti ribadisce:

-la necessità di orari integrati con le città ed in un'area interprovinciale più vasta;
- la definizione di regole certe e norme stabili, utili alla programmazione dell'impresa;
- il mantenimento del turno di chiusura infasettimanale e la propria conosciuta contrarietà ad espansioni dell'orario dei negozi;
- la revisione della normativa regionale che consente l'attribuzione di qualifica di comune turistico con leggerezza a territori che non ne hanno diritto;
- l'immediato avvio della discussione per redigere il nuovo Piano per la grande distribuzione in Toscana.
In ogni caso la Confesercenti richiede l'istituzione di
un tavolo di discussione metropolitano, coordinato dalla Regione Toscana,
che affronti i problemi ed indichi le decisioni sul tema, tenuto conto della
necessità di orari e turni omogenei per l'intero territorio, fissando
regole e norme valide per tutti, perchè sia effettivamente salvaguardata
la concorrenza. "Ed a questo tavolo intendiamo aderire e fattivamente
contribuire", dice Biagioni. Che aggiunge: "la politica del commercio
deve porsi l'obiettivo di promuovere l'evoluzione per le piccole e medie
imprese finanziando progetti di valorizzazione dei centri storici ed urbani,
programmi di ammodernamento e riconversione aziendale, il contenimento dei
costi aziendali e stanziamenti adeguati per la formazione e l'aggiornamento
qualitativo degli addetti. La Confesercenti, inoltre, attiva, da subito,
un Presidio sui tempi ed orari delle città costituito dai Presidenti
e Segretari delle associazioni".
Difficoltà per la piccola industria
Antonio Paci, Presidente del Comitato della Piccola Industria dell'Associazione Industriali della Provincia di Firenze, ha scritto per i nostri lettori la seguente nota.
Spesso in quest'ultimo periodo Piccola Industria e Governo
hanno avuto un rapporto non facile che ritengo debba essere in qualche modo
chiarito. Da più parti ci viene chiesto cosa in realtà vogliamo.
Per dirla con le parole di Casoni, rappresentante dei piccoli imprenditori
in Confindustria, vogliamo essere messi in condizione di lavorare alla pari
degli imprenditori esteri. Un obiettivo da cui non si può derogare
e che il traguardo vicino di Maastricht ci impone, un traguardo a cui la
Piccola Industria guarda con speranza e che ha contribuito in larga misura
a raggiungere. Ma proprio Maastricht impone la competitività alla
nostra industria, in particolar modo alla Piccola che non ha mai potuto
usufruire dei vari salvagenti statali offerti in più occasioni ad
altre tipologie d'impresa. Si riconosce unanimemente il peso nell'economia
italiana della Piccola Industria, ma non si opera, nei luoghi deputati,
per metterla in condizione di produrre al meglio. Da essa ci si aspetta
il miglioramento del problema occupazionale così grave
tutt'oggi, ad essa si attribuisce il motore dell'innovazione, da
essa ci si attende sviluppo e competitività. Non credo purtroppo
sia concesso alla Piccola Industria di raggiungere questi fini data la situazione
in cui oggi è costretta a lavorare. Provo a fare un esempio concreto.
Esaminiamo gli adempimenti inerenti all'amministrazione del personale. In
questa prima metà dell'anno le nuove normative susseguitesi e che
hanno coinciso con già pressanti adempimenti, hanno comportato per
l'azienda la necessità della presenza di almeno una persona specializzata
e dedicata con un immaginabile effetto sui costi, quindi sulla competitività
verso concorrenti esteri. Basta rilevare che negli ultimi nove mesi la Piccola
Impresa ha dovuto far fronte all'adeguamento di normative quali il contributo
di solidarietà del 15% Inps-Inpdai su importi a carico dell'azienda
versati ai fondi di previdenza e assistenza nel periodo '85-'91, il calcolo
della trattenuta per l'Eurotassa, la nuova disciplina dei compensi in natura
erogati al dipendente, l'anticipo delle imposte sul tfr, l'armonizzazione
della contribuzione dei dirigenti Inps/Inpdai. Il decreto legislativo 241/97
sembra aprire uno spiraglio verso la semplificazione e la razionalizzazione
di questa disagevole amministrazione, prevedendo una armonizzazione della
base imponibile a fini fiscali e contributivi del reddito del lavoro dipendente.
Gli sforzi di semplificazione risulteranno, però, in parte vanificati
se non si porterà avanti una politica di riduzione della pressione
fiscale che renda competitive le nostre aziende. Il Ministro Visco a questo
proposito ha recentemente dichiarato che il livello di tassazione delle
imprese scenderà in maniera considerevole. Saranno solo promesse?