L'ATTENZIONE

Editoriale

Stupro, che schifo!

La rabbia che ho provato quando ho saputo delle violenze che i militari italiani avrebbero esercitato sulle donne in Somalia mi ha portato indietro non solo alle altre violenze che altri militari (italiani e stranieri) hanno fatto di recente alle donne slave, ma anche ad altri episodi in Albania e nella stessa Somalia che ho scavato nella memoria. Fu mio padre, tanti anni addietro, diciamo gli anni 30/40, capo-cantiere per una ditta italiana che faceva opere edilizie in quei paesi, che dovette assistere a violenze sulle donne da parte di soldati italiani.

Vecchia storia, direte, ma purtroppo attuale.

E quando gli inglesi arrivarono in Italia alla fine della seconda Guerra mondiale e tentarono di violentare le nostre madri, le nostre sorelle, vedemmo paesi mobilitati in difesa delle proprie donne.

Capimmo allora, noi ragazzi, che la donna non andava violentata, ma amata, rispettata.

Fare l'amore con una donna, imparammo allora, significava starle vicino, con dolcezza, guardarla negli occhi, sentire il profumo del suo corpo, accarazzerla senza farle male, sfiorando il suo viso, le sue spalle, il suo corpo. E sentirci, a nostra volta, sfiorati, accarezzati dalle sue mani leggere.

Fare l'amore non significa esclusivamente fare sesso. Anzi, è vero il contrario, significa vivere momenti di passione, chiudere ed aprire gli occhi e trovarsi fuori e dentro il mondo, sentire i battiti del cuore della donna mentre lei ti stringe sul suo seno.

Un rapporto sempre dolce, intimo, di reciproco consenso, come avviene a volte anche con una prostituta. E come avveniva certamente con le donne nelle "case di tolleranza", con le quali, al riparo dei rischi dei "magnacci" ed anche da malattie infettive, si poteva percepire il rapporto, seppure a pagamento, non solo come sesso, ma anche come un fatto psicologico. Ci si scambiava opinioni, sensazioni, a volte capitava anche di innamorarsi e si diventava "compagni ed amanti", magari per soli 15 giorni.

Ma lo stupro no!

Non è amore e neppure sesso. E' violenza gratuita dell'uomo sulla donna. E' vigliaccheria di un animale più forte fisicamente della donna. E spesso ci si mettono anche più uomini, costituendo una sorta di "associazione a delinquere di stampo vigliacco".

E mentre la donna urla, piange, si dispera, invoca pietà, questi animali procedono nel rito: strappano pantaloni o gonne, mutandine, reggiseni, e violentano un essere umano prostrato, distrutto fisicamente prima e psicologicamente dopo.

E quando hanno saziato le loro bestiali volontà, abbandonano la preda che torna a casa, si chiude nel bagno, si lava, si profuma, sente un vomito impellente, necessario, ma non riesce a vomitare. E' allucinata, distrutta, confusa.

Guarda il soffitto, le luci la rischiarano mentre lei vorrebbe piombare nel buio, fa scorrere l'acqua del bidet, si lava ancora, e poi ancora, ancora...

E' la morte. E' lo schifo per l'uomo e per il sesso. E' la pazzia dell'anima.

E si domanda, smarrita, perchè? e non trova una risposta!

E' disperata, non sa cosa fare, cosa dire, se gridare la sua rabbia, o farla tacere. Vorrebbe dirlo ai parenti, agli amici, ma teme il loro giudizio. Si chiude dentro, sfiorisce lentamente, diventa un animale randagio.

Una donna stuprata è un delitto senza attenuanti.

Che Dio l'aiuti!

Francesco Canosa

 

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L'ATTENZIONE

 

In occasione del summit di Firenze di tutti i Consigli provinciali della Toscana (v. servizio su L'attenzione n. 1239) Marcello Bucci (presidente dell'ANCI Toscana) intervenendo nel dibattito introdusse, senza mezzi termini, il tema delle agenzie regionali (Arpat, Arsia, etc.) sostenendo la necessità del loro scioglimento o quanto meno di una funzione molto diversa dall'attuale. Testimoni di quella dichiarazione, che sconvolge in maniera pesantissima i programmi della Regione Toscana, orientata verso la costituzione di diverse Agenzie, abbiamo chiesto a Bucci di entrare meglio nella questione per capire fino a dove si può spingere questo ennesimo elemento di scontro tra le autonomie locali e la Regione.

Ecco l'intervista realizzata con Marcello Bucci.

Perchè, secondo Lei, le Agenzie andrebbero sciolte o ridimensionate?

Intanto devo precisare che il giudizio negativo sulla costituzione delle Agenzie non è mio personale, ma dell'ANCI nel suo complesso. Non si riferisce al lavoro specifico che svolgono le Agenzie, non è cioè un giudizio di merito, ma solo politico.

Sarebbe a dire...

Ritengo che sia sbagliata la forma istituzionale organizzativa di questi strumenti. Gli enti locali si aspettano un riassetto istituzionale molto preciso nella definizione dei ruoli della Regione, delle Province, dei Comuni. Invece l'attuale "modello Agenzia" rappresenta per noi uno strumento mediante il quale la Regione continua a mantenere per sè le competenze, allontanandosi dal concetto di decentramento.

Vuol dire che il federalismo che professa il presidente Vannino Chiti è solo utopia?

Rispetto all'idea che abbiamo noi ci sembra perlomento antitetico.

Eppure la Toscana sembra "particolare" rispetto ad altre regioni...

Non c'è alcun dubbio. Nella nostra regione, infatti, abbiamo trovato un punto d'intesa tra Regione, Province e Comuni, che prevede una profonda trasformazione dei rapporti tra questi enti.

E le agenzie rientrano in questa intesa?

Purtroppo no. Esse vanno chiaramente contro questa strategia. Alcune competenze trasferite alle Agenzie avrebbero dovuto essere trasferite a Province e Comuni. Nessuno mette in dubbio che alcune competenze debbano restare appannaggio della Regione che potrà esercitare come meglio crede (Dipartimenti o Agenzie). Però nessuno può negare, altresì, che questo modello di Agenzia rappresenta un forte elemento di squilibrio tra le diverse istituzioni. C'è anche una questione di controllo! Mi chiedo, infatti, a chi rispondono e come queste Agenzie. Rischiano di essere una contraddizione all'interno del sistema.

Cosa fare?

Bisogna pensare in maniera più creativa. Occorre la buona volontà per trovare i meccanismi per far funzionare meglio il sistema. Noi chiediamo una Regione che sappia fare grandi scelte ed un'attenta programmazione e che non si dedichi alle piccole cose.

Questa richiesta di ripensamento del modello Agenzia potrebbe creare dissapori con la Regione?

Non è una novità che esiste, a volte, un rapporto conflittuale ANCI-Regione. Noi, comunque, siamo sempre orientati ad una fattiva collaborazione nell'interesse dei cittadini, così come abbiamo dimostrato per la stesura della legge 5 sul governo del territorio, come, d'altra parte, stiamo lavorando per l'assistenza sociale.

Lei pensa che la Regione potrà avere un ripensamento, oppure andrà dritta per la sua strada, senza preoccuparsi delle istanze dei Comuni?

Si capirà cosa vuole fare la Regione tra non molto. C'è un'occasione in vista. La Regione vorrebbe costituire un'altra Agenzia per l'edilizia per sostituire le Ater e l'Arer. Ebbene noi, come ANCI, esprimiamo il nostro forte dissenso. Noi chiediamo che non venga costituita questa Agenzia. Chiediamo anche che la Regione accetti la proposta dei Comuni che è quella della richiesta di gestire il settore dell'edilizia. I Comuni sono disposti a farsi carico anche dei problemi finanziari con la convinzione di poter raggiungere risultati positivi. In questo ambito si potrebbe ipotizzare anche un processo di unificazione del patrimonio edilizio pubblico.

In sostanza Lei ribadisce il NO all'attuale modello di Agenzia.

Al primo posto, in questo momento, pongo il NO alla costituzione dell'Agenzia unica regionale per l'edilizia.

 

Francesco Canosa

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L'ATTENZIONE


Presso la Sala Verde del Centro Convegni di Firenze si è svolto un interessante incontro dal titolo "Autonomie territoriali e funzioni per l'economia", organizzato dall'Unioncamere Toscana.

Tra i temi fondamentali affrontati dall'incontro hanno assunto particolare rilevanza: le novità introdotte dai decreti Bassanini in relazione al trasferimento delle competenze e alla semplificazione amministrativa, i nuovi rapporti tra cittadini, imprese e pubblica amministrazione, le responsabilità e i compiti che nell'immediato futuro attendono alle Regioni, gli Enti locali e le Camere di Commercio (queste ultime tra l'altro potranno divenire gestori di funzioni pubbliche su delega dello Stato o delle Regioni). Hanno partecipato il presidente della Regione Toscana Vannino Chiti (che ha riconosciuto il nuovo ruolo territoriale delle CdC), Danilo Longhi, presidente dell'Unione italiana delle Camere di Commercio, Alberto Carmi, Pierfrancesco Pacini, presidente dell'Unioncamere Toscana, Riccardo Conti, presidente dell'Unione delle Province della Toscana, Marcello Bucci, presidente dell'Associazione dei Comuni della Toscana.

Significativo l'intervento di Pacini, il quale facendo gli onori di casa in qualità di presidente dell'ente organizzatore, ha fatto una panoramica dettagliata su quella che era la situazione fino ad oggi per le deleghe di competenze e quali saranno le prospettive per il futuro. Secondo Pacini l'incontro fiorentino è un punto di partenza per avviare una riflessione con la Regione Toscana ed il sistema delle autonomie territoriali per cercare di capire, nella nuova geografia istituzionale che si sta delineando con la cosiddetta legge Bassanini, quali modelli organizzativi, decisionali, funzionali e gestionali si possono profilare per affrontare con efficacia le problematiche economiche delle comunità locali. La legge 580 (che ha modificato le Camere di Commercio), va vista come completamento del quadro delle autonomie del nostro Paese, prevedendo accanto a quelle politiche e territoriali, una specifica istituzione funzionale al servizio di tutte le imprese.

Secondo Pacini è importante utilizzare subito il tempo a disposizione, avendo come obbiettivo una verifica dei processi di decentramento locali e modelli relazionali tra le istituzioni locali più rispondenti in termini di efficienza, di minima onerosità, di trasparenza, di controllo per le esigenze del sistema delle imprese. Guardando al futuro è emerso auspicabile, una volta definita la costituzione delle nuove Camere di Commercio, nonchè il definitivo riconoscimento delle autonomie funzionali, che si proceda a riservare al sistema camerale il ruolo di interfaccia operativo tra il mondo delle imprese e la Regione, adattando la legge 77/95 al nuovo quadro istituzionale del Paese. In questi termini i decreti Bassanini vengono visti oggi come concreti passi verso riforme amministrative di grande rilievo, anche se a giudizio di molti hanno definito bene ciò che rimane di pertinenza dello Stato, e solo indicativamente individuato ciò che passerà alle competenze regionali e degli Enti locali.

Ciò che a breve dovrà invece accadere, è stato sottolineato durante l'incontro, è la definitiva trasformazione delle Camere di Commercio in gestori di funzioni pubbliche su delega dello Stato e delle Regioni. Con questa trasformazione, allora, l'universo imprenditoriale dovrà trovarsi di fronte un solo interlocutore e potrà fare i conti con regole chiare che disciplineranno tutti gli interventi a favore delle imprese e di sostegno all'occupazione. Dall'incontro di Firenze è anche emersa una proposta concreta che consiste nell'attivare un forum periodico tra i vari livelli istituzionali con un punto di riferimento unico per far maturare costantemente le forti potenzialità del territorio toscano.

(n.c.)

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L'ATTENZIONE

Spesso il concetto di inquinamento atmosferico è legato per il comune cittadino a situazioni particolari come, ad esempio, quella che si può avere camminando in un centro urbano e essere assaliti da un senso di oppressione abbinato a difficoltà di respirazione: allora abbiamo la chiara sensazione che l'ambiente in cui siamo inseriti ci sta diventando nemico e più in generale pensiamo che l'aria è inquinata.

Solo allora ci ricordiamo che il telegiornale regionale aveva informato i cittadini che in questa o quella città i livelli di sostanze inquinanti avevano superato i limiti previsti dalla legge e che alcune aree urbane erano chiuse al traffico. Queste segnalazioni scaturivano dalla rete urbana di controllo, le centrali che con sofisticate apparecchiature forniscono in maniera puntiforme le concentrazioni dei principali inquinanti atmosferici: si conoscono le punte giornaliere ed i livelli medi ed è così possibile redigere i bollettini giornalieri riguardanti la qualità dell'aria.

Queste informazioni sono estremamente precise ma limitate ad un'area circoscritta; questa può essere estesa tramite l'utilizzo di modelli di diffusione e dispersione che perdono parte dell'efficacia di predizione a causa dell'estrema variabilità dei parametri ambientali. Inoltre nulla si sa sulla somma degli effetti che possono causare la combinazione di più contaminanti. Risulta evidente che si avranno informazioni più dettagliate sugli effetti dell'inquinamento atmosferico se le analisi chimico-fisiche dell'aria sono integrate da test biologici. Poiché una sostanza è tossica quando è nociva per gli organismi viventi, l'analisi più efficente sarà quella eseguita su di loro.

Gli organismi diventano indicatori, o meglio bioindicatori, della qualità dell'aria essendo sottoposti agli effetti tossici, talvolta combinati, delle sostanze presenti in atmosfera. Tra i bioindicatori atmosferici, i licheni, piccoli organismi diffusi quasi ovunque, manifestano il nostro stesso disagio nel rispondere ai cambiamenti ambientali e sono quindi particolarmente significativi per le indagini sulla qualità dell'aria. I licheni sono il risultato dell'unione tra un fungo ed un'alga ed entrambi traggono profitto da questo legame riuscendo a colonizzare habitat che ciascuno da solo non potrebbe occupare. Inoltre alcune caratteristiche peculiari dei licheni come la loro dipendenza dall'atmosfera per la nutrizione, l'estrema sensibilità agli stress esterni, il lento metabolismo e la presenza ubiquitaria si rivelano elementi utilissimi per questo genere di studi.

Si tratta quindi di monitorare il territorio con metodiche non ancora ufficializzate dalla legislazione italiana, ma che comunque sono di uso corrente già in alcuni laboratori ambientali pubblici delle Agenzie di Protezione Ambientale. La richiesta di inclusione di parametri bioindicatori nella normativa ambientale è venuta puntuale al Congresso delle Agenzie di Protezione Ambientale Italiane, svolto a Torino nel marzo scorso; tale auspicio è stato ribadito a chiare note anche dal presidente dell'ANPA (Agenzia Nazionale per la Protezione dell'Ambiente) nonché dal direttore dello stesso Ente. La filosofia analitica dei bioindicatori atmosferici, che ha da tempo trovato attuazione anche nei paesi stranieri come in Svizzera, si sta diffondendo anche nelle Agenzie Regionali dell'Ambiente (sono 8 quelle fino ad oggi istituite). In Italia sono state indagate e redatte le mappe di qualità dell'aria per le città di Macerata, La Spezia, Ferrara, Savona, Enna, nonché il territorio delle province di Potenza, Pescara, Trieste e tutta la regione Veneto.

Le indagini dei Dipartimenti Provinciali ARPAT della Toscana hanno consentito di poter usufruire delle cartine relative agli indici di purezza atmosferica per i territori delle città di Prato, Pistoia, Montecatini, Arezzo, Pisa e per alcuni comprensori di particolare rilevanza. Il Dipartimento di Lucca, nell'ambito di una convenzione su tematiche ambientali commissionata dall'Amministrazione Provinciale, sta ultimando le indagini sul comune di Lucca ed ha in programma il monitoraggio di tutto il territorio provinciale. L'intervento pubblico istituzionale si intreccia con sporadiche iniziative di Amministrazioni Locali che, di propria iniziativa, affidano ad altre istituzioni (Università) l'incarico di studi di monitoraggio atmosferico.

Il biomonitoraggio con i licheni è quindi una tecnica di indagine integrativa a quella derivante dalla rete di centraline, ed è indispensabile per l'individuazione di aree a rischio dove in seguito eseguire misure dirette e puntiformi dell'inquinamento. Le carte della qualità biologica dell'aria si prestano anche come utile base per ulteriori studi sugli effetti dell'inquinamento atmosferico sull'uomo; infatti in alcune aree analizzate è stata notata una correlazione frà qualità dell'aria e malattie dell'apparato respiratorio. Quindi licheni nel duplice ruolo di sentinelle ambientali e monitor sanitari.

 

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L'ATTENZIONE

La Regione Toscana, il Ministero di Grazia e Giustizia e la Lega delle Autonomie locali hanno organizzato un convegno in due giornate sul tema "Formazione e lavoro dentro e fuori dal carcere - progetti e proposte", svoltosi a Firenze venerdì e sabato scorsi, passando dal Palaffari alla Casa circondariale di Sollicciano. Temi importanti quali il lavoro e la formazione professionale dentro e fuori dal carcere, confrontati con il più generale problema del lavoro e della formazione professionale in Italia, possono sembrare almeno quantitativamente irrisori, ma assumono un particolare significato e valore se connessi, come essi sono, ai problemi della devianza, della criminalità, della sicurezza delle città e dello sviluppo ordinato del Paese.

Se così è, allora è proprio dall'attenzione a come vengono affrontati e risolti i cosiddetti problemi "marginali" che si misura il livello di civiltà e di democrazia raggiunti. Il convegno fiorentino ha voluto mettere insieme molte voci, chiamando a raccolta energie istituzionali e sociali, pubbliche e private, con l'intento di decifrare le "strozzature" aggiuntive che nel carcere e fuori dal carcere fanno diventare "ultimo" il diritto al lavoro per il detenuto. Secondo Paolo Benesperi, assessore regionale all'Istruzione, Formazione Professionale, Politiche Sociali e Immigrazione, questo convegno parte dal fatto che il lavoro è un tema cruciale di questi anni, emergenza sociale cui occorre dare risposte vere, priorità anche dentro il carcere e rispetto al carcere. Qui il lavoro può rappresentare l'asse centrale per la costruzione di alternative alla condizione detentiva ed alla pena.

Non va neanche perso di vista il drammatico aspetto dilagante nelle carceri della perdita della speranza, strettamente collegata alla perdita di prospettiva. "Purtroppo -ha spiegato Benesperi- il quadro attuale delle iniziative, dell'organizzazione e delle risorse, del concorso sociale ed istituzionale ed in sintesi il quadro degli impegni su questo tema non è soddisfacente. Le intenzioni, gli indirizzi, gli orientamenti non hanno trovato efficacia operativa. Il meno domina sul più, l'assenza sulla presenza." "La Toscana -ha fatto notare Benesperi- è una regione ad alta densità carceraria con 19 istituti penitenziari, nei quali sono rappresentate tutte le diverse tipologie (case di reclusione, case circondariali, carceri a custodia attenuata, carcere minorile, ospedale psichiatrico giudiziario), e costituisce un ottimo osservatorio per cogliere i fenomeni presenti nel paesaggio dell'esecuzione penale: il sovraffollamento, aggravato notevolmente nelle aree urbane più forti, il profondo cambiamento nella composizione sociale con i forti incrementi dei detenuti stranieri e dei detenuti per reati connessi alla tossicodipendenza, la realtà della sieropositività."

Secondo Benesperi, inoltre, è da considerare un segnale profondamente negativo la netta riduzione delle forme di lavoro interno, a fronte di sempre maggiori utilizzi di commesse esterne. "Il carcere sta tornando indietro nel tempo, riportandosi alla mera funzione di controllo. Si avverte pesantemente -ha aggiunto l'assessore regionale- la mancanza di un settore, di un ufficio che nell'ambito dell'amministrazione penitenziaria si occupi operativamente del lavoro, che sviluppi studi, promuova attività lavorative, valorizzi le risorse soggettive delle persone detenute, ricerchi concerto per un piano del lavoro con le Regioni, gli Enti Locali, le associazioni produttive, i sindacati." Tra le iniziative più recenti, la Regione Toscana ha svolto con la Fondazione Michelucci un'analisi multifattoriale delle attività svolte negli ultimi anni nelle carceri toscane, per trarne un bilancio, per fornire criteri di orientamento nell'impiego delle risorse, che sono purtroppo scarse.

A livello nazionale emerge la carenza di progettualità rivolta alle fasce più deboli di popolazione detenuta ed in particolare per quanto riguarda:

- la popolazione femminile per la quale non c'è stata la necessaria attenzione a pensare i corsi professionali in rapporto ai tempi brevi e brevissimi di detenzione che caratterizzano la detenzione;

- la consistente presenza di detenuti stranieri con una forte carenza di intervento che estremizza quanto avviene nel tessuto civile esterno;

- l'alta percentuale di detenuti tossicodipendenti per i quali è debole la risposta alle iniziative programmate e di detenuti sieropositivi per i quali l'esclusione diventa doppia.

Emerge, inoltre, che la formazione professionale nelle carceri è in forte sofferenza su più piani:

- rispetto all'organizzazione dei tempi e delle funzioni di controllo della vita interna carceraria;

- rispetto all'organizzazione del servizio di polizia penitenziaria;

- rispetto al coinvolgimento delle forze produttive locali e quindi al tema, per quanto difficile, dell'inserimento lavorativo;

- rispetto al coinvolgimento dei detenuti, all'informazione ed alla promozione dei corsi;

- rispetto allo sfalsamento dei tempi di erogazione dei contributi assegnati ai soggetti gestori.

Benesperi ha fatto notare come i migliori risultati siano stati sempre raggiunti con la massima collaborazione di tutti gli enti e le strutture coinvolte nel sistema carcerario, oltre a sottolineare l'importanza della territorialità della pena. In tal senso l'assessore ha rimarcato il maggior carico di responsabilità per le autonomie locali, ma ha anche affermato che la Regione Toscana si sente pronta a far fronte a tali carichi, nella convinzione che le risorse attive sul territorio sono lo strumento principale per limitare il ricorso alla risposta penale di fronte a situazioni di disagio che il nostro tessuto civile genera. Un convegno, dunque, quello fiorentino per ribadire la forte necessità di coesione nella risoluzione dei problemi inerenti il mondo carcerario, non dimenticando comunque che la condizione di detenzione non annulla il diritto al lavoro come per qualsiasi altro cittadino libero e, solo se effettivamente produttivo e non semplicemente assistenziale, il lavoro può svolgere a pieno una funzione efficace di riabilitazione e reinserimento sociale, di sviluppo di capacità e risorse personali.

 

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